E il naufragar m’è dolce in questo mare…

James Thierrée in Raoul. Milano, Teatro Strehler, 12 ottobre 2019

[di Mariapia Frigerio]

T. Strelher

Una cifra stilistica unica e personale, quella che caratterizza lo spettacolo Raoul, in cui si mescolano danza, acrobatica, mimica e teatro.

In scena solo lui, il nipote di Charlie Chaplin, figlio dell’artista circense Victoria Chaplin e dell’attore Jean-Baptiste Thierrée, che già bambino aveva seguito i genitori, insieme alla sorella Aurélia, nell’esperienza unica di Le Cirque Imaginaire.

Adesso, nell’ora e quaranta della performance, riesce a creare non solo un grande impatto visivo, ma anche emozionale.

È lo stesso James Thierrée a spiegare che Raoul è uno spettacolo che lo segue dal 2009, quasi un compagno di vita che, con il trascorrere degli anni, lo ha visto diventare adulto, arricchendolo di tutto ciò che solo l’età e il passare del tempo rendono possibili.

Chi è Raoul? Un uomo solo, il doppio di James Thierrée, che chiuso in una torre, scopre che per liberarsi non serve l’aiuto di nessuno se non quello di noi stessi.

La solitudine – tema portante dello spettacolo – è quella che appartiene a tutti noi, prigionieri non in una torre, ma nella quotidianità, bisognosi di affrontare i nostri demoni per sconfiggerli.

In un’atmosfera tra sogno e incubo (stupenda la scena dell’inizio in cui una sorta di nave naufragata alza le vele ad anfiteatro per creare lo spazio scenico), tra poesia e gioco, la fisicità di Thierrée, traboccante di energia, si muove in uno scenario immaginifico tra pesci, meduse, elefanti, opera della madre Victoria.

Scena Iniziale dello spettacolo

Ci sono dei particolari di quell’ora e quaranta, non interrotta da intervalli, che restano impressi nello spettatore per eleganza e cultura.

Le scelte musicali, ad esempio, che spaziano da musiche gitane a quelle barocche fino alla Sarabanda, Suite n. 4 di Händel; la naturalezza delle sue movenze di mimo, con cappotti che si allacciano all’infinito, quasi in un moto perpetuo; citazioni (inconsapevoli?) del grande nonno che ammaestra una pulce; le poche parole proferite in uno strano gramelot.

E ancora un grande specchio circolare in cui Thierrée si riflette quasi un Narciso caravaggesco; l’appoggiarsi per rilassarsi a un sacco nell’identico atteggiamento dei contadini che si riposano della Siesta di Van Gogh; la poltrona che si mette in testa e che sembra divenire un ragno kafkiano.

Torre,specchio e tappeto

Tutte creazioni sublimi, come il tappeto che raccoglie i poveri oggetti di Raoul (un grammofono, una poltrona, una botte, pentole di varie misure) e diviene quasi una zattera su un mare grigio in cui compaiono pesci e in cui l’attore sembra naufragare fino alla dolcissima danza in cui vola (sorretto da cavi metallici) sul pubblico delle prime file.

Con gli artisti che danno movimento agli animali fantastici

Qualcosa di ineffabile prende i sensi e l’anima di chi guarda, tra circo e teatro perché, per usare le parole dello stesso Thierrée: «Il circo è il mio nido, ma mi sto allontanando. Ora appartengo al teatro».

Successo strepitoso tra applausi, continue chiamate e le risate stupite di qualche piccolo spettatore.

J. Thierrée agli applausi

 

Tutte le foto sono di Mariapia Frigerio

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