La fuga. Un racconto di Marilena Ponis

marilenaponisIn paese si recava di rado. E soltanto per acquistare generi di prima necessità. Allo spaccio si erano abituati ai suoi occhi bassi e al suo modo di fare schivo, bizzarro, sempre un po’ frettoloso. Nulla sembrava raggiungere veramente quella donna ancora giovane, capitata in paese in un giorno di pioggia sul finire della primavera. Abitava all’estremità della valle, oltre il bosco; la casa lassù era rimasta chiusa per anni; nessuno ricordava il volto dell’ultimo proprietario. Il destino ha le sue regole, e ognuno ha il suo destino. Quella donna forse non parlava.

Tra lei e la casa, Chiara aveva avvertito da subito un legame remoto e misterioso di appartenenza. Era una casa rettangolare di pietra, acquattata sotto gli spioventi del tetto, stagliata contro il cielo, dominata dal ghiacciaio. D’inverno occupava il tramonto. Un muro basso la circondava, separandola dalla strada. Chiara guardava quelle cose che sentiva di sempre, il bosco, la diga con le case sommerse, il cielo che si ostinava infinito. E il profilarsi, la vicinanza, l’incalzare di una rivelazione che ogni volta rinunciava a esibirsi, caricava il mistero.

In fondo alla cucina c’era un grande camino. Sembrava più vecchio della casa: i mattoni del focolare erano sconnessi, scavati al centro, le pareti inspessite dalla fuliggine, l’architrave portava il segno di profonde bruciature. Chiara ripulì le pareti, spazzò il focolare, lucidò l’architrave. Era il suo primo giorno nella casa e pioveva. Dalla finestra della cucina Chiara guardava il prato, i cespugli dell’erica, il muro basso, l’apertura del muro sulla strada. Quando accese il camino, la fiamma crepitò. Fu un’insolita sera. Seduta di traverso sui mattoni del focolare, assediata dalla pioggia, nell’ascolto di vaghe percezioni, Chiara interruppe la narrazione lunga, il cominciamento, i percorsi e le tappe della sua fuga, e si addormentò.

L’estate passò molto in fretta; i giorni si fecero brevi; l’aria incrudì. Chiara accorciò le sue passeggiate. La diga adesso le metteva paura, affogava l’ultima luce del giorno. Chiara vedeva quest’ultima luce adagiarsi sull’acqua e lentamente affondare, udiva il rantolo delle case sommerse. Rientrava infreddolita e accendeva il fuoco per scaldarsi. Lei, sempre così sbrigativa per il cibo, cucinava sulla fiamma i suoi pasti, preparava torte dolcissime, ricoperte di gelatina, che cuoceva nel forno a legna dopo averlo scaldato e spazzato. La casa le si proponeva. Certi crepuscoli, certi silenzi, l’apertura del muro sulla strada, il riquadro d’una finestra, le volute di una trina, il fondo dei cassetti, gli odori, tutto voleva dirle qualcosa, tutto aveva significato qualcosa che si era perso e lei non avrebbe dovuto dimenticare. Si distendeva nel letto appoggiato al muro sotto la finestra, sotto la trapunta di piume, e non aveva più incubi.

Nella valle il tuono aveva una strana risonanza. Chiara si svegliò una notte e qualcuno la chiamava con un nome sconosciuto. Si alzò sui gomiti e rimase in ascolto. Udì il tuono, questa volta più lontano, udì il vento e la pioggia. La pioggia si riversava dal tetto a scosci, batteva le ante chiuse della finestra. Chiara accese la lampada sul tavolino a capo del letto. Doveva essere quasi l’alba, perché la stufa di maiolica era spenta e l’aria della stanza si era fatta gelida. Sulla sedia lì accanto c’erano i suoi vestiti. Chiara si alzò e si vestì. Ma dopo non seppe che altro fare e sedette sulla sedia, e rimase immobile a guardare la stanza. Di tanto in tanto si sfregava le spalle per vincere il freddo. Una stanza dal soffitto spiovente di legno, un letto disfatto, una stufa spenta, e al centro della tela una giovane donna seduta che misura ore diverse. Da dove le veniva una simile immagine? Aveva già conosciuto questo momento? Chiara rimase in posa finché la pioggia cessò. Allora si mise in ginocchio sul letto e aprì la finestra.

Uscendo dal bosco, subito dopo la curva del sentiero, c’era una casa a due piani con le finestre sempre chiuse e tre comignoli allineati sul tetto. La casa era disabitata. A ovest, tra le rocce del prato montano, spiccava una magnolia sempreverde, arborea, con grandi fiori profumati. Non c’era un’altra magnolia in tutto il paese, forse non ce n’era un’altra in tutta la valle. Il tempo, l’amore, il caso, chi mai aveva tramato? Chiara era attratta da quell’albero. La sua singolarità, la malinconia, quella maestosa lucentezza, avevano smosso in lei un residuo di paganesimo; gli portava offerte: sassi, frutti di bosco, erbe odorose legate in piccoli mazzi. Continuò per tutta l’estate. Vide aprirsi i suoi fiori solitari e li vide ingiallire. L’albero si era accorto di lei e l’accoglieva. E questo suo favore, per quanto inesprimibile, per quanto oscuro, aveva i caratteri del prodigio.

Sul principio dell’autunno piovve per giorni e giorni. Chiara disegnò un grande arazzo e cominciò a ricamarlo a mezzo punto. Per lei tutto divenne delimitato in quei giorni, raccolto, conchiuso nello spazio breve della casa. Ricamava finché c’era luce, spostandosi col telaio da una finestra all’altra, abbandonando il ricamo solo per attizzare il fuoco e per mangiare. Di mangiare quasi sempre se ne dimenticava. Cadenzate dalla pioggia, le ore non avevano contorni netti, ma abbozzi di colore, vuoti, opacità. C’era un canto lungo nella pioggia, una ballata, il gioco sconfinato di combinare parole e figurarne il senso, un batter d’ali, il tremolio della fiamma dei ceri nei candelabri d’argento, albe fredde sull’acqua, infuocati tramonti, pianure tutte uguali, la vela col favore dei venti, un torrente che dilava e il mare, fragranza, luminescenza, lontananza, oblio. Poi sopraggiungeva la sera. Davanti al camino acceso, Chiara divorava allora fette di pane cariche di marmellata: aveva le spalle indolenzite, coperte di matassine di filo mouliné, e gli occhi che bruciavano.

Era smesso di piovere, ma il cielo si manteneva scuro; la temperatura era rigida. Chiara esaminò la dispensa e fece un elenco delle provviste mancanti. Camminava sulla strada verso il paese, in mezzo al bosco, quando cadde il primo fiocco di neve. Alzò il viso verso il cielo e vide un falco che volteggiava alto sopra gli abeti: rimase a guardarlo finché non scomparve. La neve cadeva a fiocchi radi e lenti. Chiara riprese il cammino abbandonando la strada, e tagliò giù per il bosco in direzione della locanda. Il bosco scoscendeva disagevole, fitto di tronchi. Non c’erano sentieri. Non c’era un’anima lì intorno. All’improvviso il terreno spianò, e Chiara scorse sotto di lei un piccolo lago sconosciuto. Il lago creava un vuoto circolare fra gli abeti alti e dritti, e c’era una luce rarefatta, un grande silenzio in cielo e tra gli alberi. Nevicava adesso a larghi fiocchi. La neve si pigiava in quel vuoto circolare e finiva verde nell’acqua. Chiara aveva raggiunto la riva del lago. Una preghiera recitata, una memoria, il sogno che si era sforzata invano di sognare, che cos’era tutto questo?

Il mattino dopo intorno alla casa era tutto bianco e solenne. Continuava a nevicare fitto. Il ghiacciaio e la valle si perdevano. Mai come in quell’alba la casa aveva ostentato la sua protezione; Chiara si lasciò blandire, ne fu avvolta, inghiottita, ci si abbandonò. Tornò il mondo dimenticato della sua infanzia, la fusione con le cose, il trasognamento, l’infinito dove tutto echeggiava, l’infinito ascoltato, odorato, assaporato, tangibile. Chiara accese il camino. Accese le due stufe di maiolica. Mangiò la ricotta che aveva comprato in paese il giorno prima. Lo sfarfallio della neve, il crepitio della fiamma, la luce, i colori tenui dell’arazzo, tutto confluiva dentro di lei, nella parte di lei più segreta e possente e intraducibile, libera. Sedette al telaio sotto la finestra. Più tardi uscì e camminò verso il bosco, sulla neve giovane.

Nevicò a più riprese. La valle era di vetro. Stretta dal gelo, la casa mandava scricchiolii che erano segnali. Stalattiti di ghiaccio si allungavano giù dal tetto. Chiara aveva messo mano al liocorno bianco al centro del suo arazzo. Indugiava sulla criniera, sulle nervature madreperlacee del corno quando vide, di là dai vetri, la donna ferma in mezzo alla strada. Questa donna la guardava. Continuò a guardarla per qualche istante, poi raccolse le valigie e varcò l’apertura nel muro basso. Chiara andò ad aprire la porta. La figura di sua madre, la neve e il gelo, occuparono il piccolo vano. Non mi fai entrare?… Chiara si ritrasse. Le immagini sfilacciate del suo dormiveglia, si delinearono col loro incognito. La casa scricchiolò. Viaggio da molto, disse sua madre; ho bisogno di riposarmi.

Calò la notte. Raccolta sui mattoni del focolare, Chiara guardava la madre dondolarsi sulla sedia avanti e indietro. Parlava da ore. Le parole che uscivano dalla sua bocca erano appenate dall’emozione, trasfiguravano, straziavano, esigevano dure arrampicate e cuore in tumulto. Perché, chiedeva di quando in quando: devi dirmi perché. La luce del camino si spandeva in un tiepido bagliore fino alle sue ginocchia. Continuava a parlare, sua madre, e a dondolarsi avanti e indietro. Avanti e indietro. Alla fine ruppe in lacrime e si addormentò. Chiara non sapeva che fare. Sul tavolo c’erano le stoviglie sporche e i resti della cena. Sparecchiò al buio. Attizzò il fuoco. Andò a prendere una coperta e la distese sul corpo abbandonato della madre. Là fuori, l’esibizione della notte era seducente. Chiara udiva la luna. Udiva i cristalli del gelo e l’effondersi azzurrato della neve. Una molteplice sonorità vitale, avanzava verso di lei, ora che le parole della madre si erano spente. Si appoggiò alla finestra in ascolto. E udì la notte impallidire.

Seguirono giorni di bel tempo. La temperatura scese ancora, mantenendosi costantemente sotto lo zero. La valle scintillava. Nella legnaia dietro la casa le cataste scemavano a vista d’occhio. Chiara riprese le sue passeggiate. Esci? domandava la madre. Dopo chiudeva gli occhi e si rattrappiva sulla sedia, e cominciava a dondolarsi avanti e indietro. Era molto pallida. Aveva gli occhi cerchiati e le labbra livide. Che cosa aspetti? scattava. Vai!… Chiara se ne andava senza dire una parola. Al ritorno trovava la madre al buio, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata. Non accendere, ti prego!… Chiara si fermava sulla porta della cucina. Perché mi eviti? lamentava la madre. Quand’eri bambina mi amavi; non ho che te! Vieni qui, dammi la mano. Ti ricordi la casa sul promontorio?… La scogliera… i gabbiani… Ti ricordi le nostre passeggiate?… In questi giorni non faccio che pensarci, lo sai?… Per i reclusi e gli infelici il tempo scorre all’indietro, un tempo bugiardo, che non esiste. Sì, perché i ricordi si correggono, sono in parte immaginazione. E forse… forse tu non mi hai mai amato!… Nel pieno della commozione, la voce di sua madre assumeva un tono rauco e si spezzava. Allora Chiara accendeva la luce. La madre nascondeva il volto nel fazzoletto e si asciugava le lacrime. Sei crudele, diceva: il tuo mutismo… Crudele, crudele! Chiara metteva due grossi ciocchi nel camino, e dopo passava da una stanza all’altra per chiudere le ante delle finestre. Il profumo della madre saturava la casa; Chiara se lo sentiva addosso, lo trovava ogni sera nel letto. Svaniva così la sua veglia trasognata, il barbaglìo delle immagini; nulla le si faceva più incontro. Non c’erano rimandi né fusioni di senso. Una coscienza distaccata annotava per lei lo scorrere delle ore.

La madre la chiamò, di notte, con l’appellativo dolce dell’infanzia. Le vibrazioni della sua voce emersero luminescenti dal buio della stanza dipanate attorno a un nucleo musicale; Chiara le vedeva svolgersi parola per parola, prendere forma e avanzare. Si concentrò sul bagliore della stufa di maiolica. La madre smise di chiamarla. Chiara si riaddormentò. Si destò con quel senso d’illusorietà che la portava a prolungare la messa in scena del sogno, considerando come tale se stessa e tutto quanto la circondava. Prima ancora di vestirsi, s’inginocchiò sul letto e aprì la finestra. Il sole era già alto sul bosco. Chiara respirò boccate d’aria gelida. In cucina accese il camino e preparò il caffè. Lasciò il bricco in caldo sul piano del focolare. La madre dormiva ancora, con un respiro rantoloso. Chiara sedette al telaio sotto la finestra fissando l’arazzo. Suggestioni mute convergevano su di lei. Il liocorno bianco combatté contro il sole divorandolo, e dopo si adagiò sul grembo della vergine: la criniera di seta gli scese sulla fronte. Muoia l’amore perché viva l’amore, Chiara pensò. La madre apparve dietro di lei in camicia da notte. Sto male, disse: devo avere la febbre. Chiara abbandonò il ricamo. Prese la tovaglia da un cassetto della credenza, la distese a metà sul tavolo, e apparecchiò per la colazione. La madre si lasciò andare sulla sedia a dondolo. Potrei anche morire, disse; non t’importa niente di me. Chiara aveva appoggiato sul treppiedi il bricco del caffè e le voltava le spalle. Non disse una parola. Non ti è mai importato niente di nessuno, disse la madre.

Tornando dal paese, appena fuori dal bosco, Chiara vide una grossa auto azzurra, ferma in curva sul sentiero, davanti alla casa disabitata. Tutte le ante delle finestre erano aperte, i comignoli allineati sul tetto fumavano. Dal pianterreno della casa veniva un suono di chitarra, poi si aggiunsero le parole della canzone con la loro completa estraneità. Chiara aveva raggiunto la grossa auto azzurra, e messo a terra le borse della spesa. La canzone era melodiosa e triste, l’uomo che la cantava conosceva la lontananza e l’estate, conosceva il vento del sud che porta la pioggia; cielo e terra lo braccavano. La canzone finì, il suono della chitarra si spense. Era vicino il tramonto. La casa e il prato erano colpiti dall’ultimo sole. Chiara si sentiva eccitata. Quella casa. Quel prato. La magnolia camuffata dalla neve in mezzo al prato. Felicità e rinuncia si saldarono con lei in quelle immagini. Un uomo uscì dalla casa. Il sole tramontò.

A quel tramonto succedettero una lunga sera e una notte di veglia. Chiara non si coricò. Sua madre aveva la febbre: una ridda di parole, recriminazioni, malinconia e sentimenti confusi accompagnarono il dondolio della sua sedia davanti al camino finché non si accasciò. Mi fa male dappertutto, disse. Chiara preparò per lei una tazza di latte caldo indolcito con tre cucchiai di miele d’acacia. La madre bevve il latte a piccoli sorsi, con grazia, e dopo la pregò di metterla a letto. Chiara la condusse in camera, le rimboccò la trapunta e alimentò la stufa. Dopo spense la luce e uscì. Non chiudere la porta, disse la madre. La notte aveva un sapore dolcigno. Chiara raggiunse la sua stanza, ma non toccò il letto. Era quasi l’alba quando trascinò la scala a pioli sotto la botola della soffitta. Nella sua mano sinistra, il lume a carburo emetteva il solito soffio. Chiara cominciò a salire. Ritta sugli ultimi pioli, spinse la botola e alzò il lume nel vuoto. Parte di quanto intravide era già nella sua memoria, l’orologio a pendolo, una scacchiera, lo specchio grande dietro il mucchio delle cornici, la culla di vimini, una bambola lenci vestita di lilla, ma nessuna di queste cose contava veramente. Posò il lume sul pavimento e s’introdusse carponi nelle soffitta. Trovò il quadro sul fondo, vicino a una cassapanca umile, piena zeppa di libri. Tornò indietro a prendere il lume. Non una di queste certezze, la donna del quadro, i libri, il messaggio scritto a fuoco sul legno della cassapanca, le riportarono il volto mite del professore.

Repentinamente il tempo cambiò: un vento impetuoso trascinava le nuvole, infuriò la tormenta. La casa si era appiattita sulla difensiva, il camino s’ingolfava, spifferi gelidi soffiavano dalle finestre. Chiara mise rotoli di cretonne ripieni di segatura sui davanzali e in fondo alla porta. La madre non si era più alzata dal letto; il suo viso era contratto, arrossato; gli occhi lucidi di febbre vedevano piccole lune danzanti sulle travi del soffitto. Cataplasmi e decotti riuscivano a calmare solo in parte i nodi di tosse che la soffocavano. La tempesta ci seppellirà, diceva, lo sento! Smise di mangiare. Chiara la trovò riversa, con la bocca aperta e le mani intrecciate. La sollevò, la cinse, se l’adagiò sul petto e cominciò a carezzarla. Sentì il suo corpo magro e la repulsione. La neve turbinava di là dai vetri della piccola finestra. Mamma, disse Chiara dolcemente. Un volto bianco da clown, un volto di bambina, si affacciò sul confine dei suoi ricordi, rideva e piangeva. La madre aprì gli occhi. Era la tua voce, disse; mi hai parlato!

Cessò la tormenta, la casa si risollevò, prese spazio l’orizzonte. Chiara passava tutto il suo tempo accanto alla madre. Aveva portato il telaio nella sua camera, sotto la piccola finestra che guardava la legnaia, ma la luce era scarsa, e i disegni sull’arazzo si confondevano. La valle si abbracciava tenace al suo bianco silenzio. Chiara era disorientata, salire nella soffitta aveva allargato inesplicabilmente la sua realtà. Per qualche motivo, il messaggio scritto a fuoco sul legno della cassapanca in una lingua morta a lei sconosciuta, non era riuscito a sorprenderla, se lo aspettava. Il non senso erano invece quei libri, nell’angolo della soffitta insieme al quadro. Li aveva esaminati uno alla volta, in ginocchio, al chiarore del lume a carburo: erano il cuore di una biblioteca che sapeva miglia e miglia lontano, in un altro sogno e in mezzo all’estate. Com’era possibile? Il sole appariva e spariva tra le nubi ancora gonfie di neve, calava la sua luce gialla sulla legnaia attraverso il silenzio. Chiara pensava al professore e alla donna del quadro. Riversa nel letto, sua madre passava dal sopore a uno stato di veglia languido, visitato dalle allucinazioni. I lupi, diceva: li senti? Non ci sono lupi quassù, rispondeva Chiara. La madre cercava allora di alzarsi sulle braccia. Sono un branco, ti dico, ululano; non li senti?… Calmati, sussurrava Chiara al suo orecchio. E la carezzava, cercava di distenderla, le copriva il viso di piccoli baci. Non ci sono lupi quassù, ripeteva la madre, soltanto silenzio.

Nel mezzo dell’inverno ci fu un giorno particolarmente mite. La valle illanguidì. Il tetto della casa divenne traslucido e prese a gocciolare. Chiara e la madre uscirono a passeggiare sulle neve del prato intorno alla casa. Si tenevano per mano. Come ti senti?… Ricupero ogni giorno. Chiara guardava il ghiacciaio, là dove sfondava il cielo, guardava il profilo della madre che le camminava accanto. La intralciava aver pensato di non rivederla mai più. Senti freddo?… La madre negò con un gesto: il suo volto stava riacquistando compattezza, era disteso, senza smorfie di dolore. In uno slancio, cinse le spalle di Chiara attirandola a sé. La mia bambina, disse. Raggiunsero il muro basso sulla strada. Vorrei che tutto questo non finisse mai, esclamò Chiara. Si sentì a disagio per l’enfasi della sua affermazione e volle mitigarla. Hai fame? chiese. La madre era rivolta verso il bosco. Quassù tutto è fatto per resistere, disse, e la gente parla una lingua incomprensibile. Sì, rispose Chiara. Si avviarono insieme sulla strada. Mentre t’inseguivo, disse la madre, mi ero costruito questo posto con altre immagini, e ancora non so decidermi tra le due realtà. Forse non c’è bisogno che ti decida, disse Chiara. Camminavano vicine sulla strada. La madre rialzò il collo della pelliccia accostandoselo al viso. Chiara cominciò a raccontare. Durante la mia fuga, disse, ho cercato spesso d’intuire il luogo dove sarei riparata, e per prima cosa immaginavo un deserto rosso. A volte ho creduto di scorgervi una fortezza, a volte un pozzo. Pernottare in locande e alberghi di fortuna, mi suggeriva accostamenti sempre più impossibili. Diventarono incubi. La mattina ero stanca e faticavo a rimettermi in viaggio. Per quanto me lo consentissero le forze, decisi allora di evitare il sonno. Quando finalmente raggiunsi la valle, la primavera stava per finire. Pioveva, mi ricordo! Le due donne andavano insieme sulla strada in direzione del bosco.

Avevano il sole alle spalle. Si scambiarono un sorriso. Hai ragione tu, disse la madre, forse non c’è nessun bisogno che mi decida.

Chiara si destò a giorno fatto. La stufa era spenta. Una luce aggressiva e immobile invadeva la stanza. Parli ancora nel sonno, disse la madre: cominciasti a farlo che avevi tre anni. Perché sei qui? domandò Chiara. La madre era seduta in fondo al letto e la guardava. Noi due dobbiamo essere amiche, disse. Chiara tentò di richiudere gli occhi. Non risolverai niente, disse la madre, non così! Aveva i capelli sciolti e una vestaglia di raso pervinca. Questa è la mia stanza, disse Chiara, la mia anima. Tra noi non ci devono essere spazi, né segreti; siamo madre e figlia. Io ti ho portato dentro di me; abbiamo tanta vita in comune, tanti ricordi! Da dove vuoi che cominciamo? Dalla tua infanzia?… Chiara si rifugiò sotto la trapunta. Eravamo sette sorelle, ci specchiammo alla fontana, eravamo tutte belle. La prima per filare, voleva i fusi d’oro, la seconda per tramare, voleva le spole d’oro, la terza per… Sei sempre stata una creatura difficile, disse la madre; parlavo e non mi ascoltavi, non esistevo per te. Esisteva la casa invece! Te la ricordi la grande casa sul promontorio?… Ti aggiravi per le stanze come un gatto, ti strusciavi ai muri, fiutavi; ti trovavo accucciata negli angoli. Vieni, ti dicevo. Tuo padre ci aveva abbandonato da poco; eravamo sole io e te! Ci mettevamo sedute sulla scogliera, davanti al mare, e io ti parlavo di tuo padre, di noi, ti dicevo che cos’era la vita, amarezza, ingratitudine, inganno. Non farti illusioni, ti dicevo, l’amore non esiste! Parlavo e non mi ascoltavi; guardavi il mare!… Il mare mi colmava, mi assorbiva, mi sentivo dispergere. Noi due staremo sempre insieme, mi dicevi: madre e figlia sono una persona sola! Ti portavo addosso come un peso, mi costringevi, mi riassumevi, mi tenevi legata nello spazio della tua sventura. Il frangersi del mare sulla scogliera, la sua luce, il suo odore amaro, lo stridio incessante dei gabbiani e la mia commozione, quella nebulosa, contrastata, inconfessabile individualità che sentivo affiorare e che tu…

-Sei sempre stata una creatura difficile; parlavo e non mi ascoltavi, non esistevo per te!

– Non volevo la tua disperazione, i tuoi occhi gonfi, le tue notti aggredite dal rancore.

– Che altro?

– Non volevo i tuoi ricordi.

– Non mi hai mai voluto bene!

– Avevo un’altra memoria.

– Avevi solo tre anni.

– Non ero te!

Chiara sollevò di scatto la trapunta. La luce dei suoi incubi, bianca e immobile, abbagliante, era ancora nella stanza, sulle cose e sul letto. La madre era scomparsa.

Riprese a nevicare, fiocchi grigi e minuscoli velarono la casa, alba e tramonto avevano la stessa luce. Chiara immalinconì: una malinconia che non portava l’anima in nessun luogo, senza immagini e senza parole. Cominciò a non dormire. In ginocchio sul letto guardava il cielo buio senza sapere perché. Non voleva niente. Non aspettava niente. Aspettava la stanchezza per distendersi, e allora si metteva a guardare la stanza, il soffitto spiovente,

le quattro pareti nude, la finestra al di sopra del letto. Erano visioni senza commento. C’era dentro di lei un arresto non voluto del senso che rendeva tutto inesprimibile. Tutto le si mostrava cancellandosi. Eravamo sette sorelle, ci specchiammo alla fontana… La madre si era impadronita della casa: spazzava, cucinava, accendeva il camino e le stufe. In paese aveva noleggiato una piccola auto e con quella andava e veniva attraverso il bosco. Seduta davanti al camino, Chiara la guardava, dondolandosi sulla sedia avanti e indietro. Avanti e indietro. Le giornate erano di neve grigia, abbassavano il cielo. Vuoi che ti prepari qualcosa da mangiare? chiedeva la madre: non puoi continuare così, ti debiliterai! Si era impadronita anche del suo arazzo. La lampada alogena le consentiva di ricamare a qualsiasi ora, in qualsiasi angolo della casa. Questo tuo posto comincia a piacermi, lo sai?… Chiara la guardava. Eravamo sette sorelle, ci specchiammo alla fontana, eravamo tutte belle! La prima per filare…

Si andava verso la primavera, la casa aveva teneri indugi, chiazze d’erba spuntavano qua e là dalla neve del prato. Perduta nella sua sterile malinconia, Chiara guardava la madre seduta al telaio, guardava la finestra della cucina dondolandosi sulla sedia avanti e indietro. Sentiva le membra svigorite e l’anima irraggiungibile. Ricordi velati, messaggi, vibrazioni, rimandi, il suo bene tutto, finivano in quella nudità senza traccia. La madre la nutriva con fette d’arrosto e delicati sufflé. In cucina si alternavano la notte e il giorno e l’odore dei cibi. Chiara oscillava sulla sedia dondolo. Eravamo sette sorelle, ci specchiammo alla fontana… A momenti quietamente piangeva. Coraggio, la esortava la madre, passerà! Un pomeriggio avanzato di marzo abbandonò il ricamo e le sedette accanto. Noi due dobbiamo fare un viaggio, disse. Non so, rispose Chiara, sono molto stanca.

– Questa tua ricaduta…

– Io non sono malata.

– Dovrei parlarti di tuo padre.

– Non voglio.

– Lui era come te; non hai idea di quanto vi somigliate!

– Lui non è più tornato.

– Non volevo dire questo.

– Era un paranoico: vita ordinata e intuizioni deliranti. E’ questo che volevi dire?

– Non lo so. Non in questo modo almeno!

– Eppure tu lo amavi!

– Lo amavo.

– Era orgoglioso e insicuro, t’invaghì.

– Era un grande letterato.

– Gli donasti l’anima.

– Mai privarsi dell’anima!

-Lo accogliesti nella grande casa sulla scogliera davanti al mare. Il mare aveva su di lui un’impressione forte, lo riportava l passato.

– Le sue lucide esaltazioni!…

– Richiami. Ritorni a un’antica memoria che la somma dei giorni tenta di confondere.

– La sua esagerata considerazione di sé, i suoi sentimenti di rivalsa!

Si allontanò da noi molto presto, si isolò, divenne irraggiungibile. Asserragliato nella biblioteca, studiava lingue che più nessuno parlava.

– Ti disse che la cosa più onesta di lui era la malinconia.

– Ci abbandonò.

– Fu costretto.

– Restammo sole, io e te, nella grande casa. Ti ricordi le nostre passeggiate? La scogliera, i gabbiani…

– Non voglio proseguire questo viaggio.

– Ho bisogno di te.

– Hai sempre cercato d’impadronirti della mia vita.

– Sono tua madre!

Chiara la guardò: ricamava in silenzio accanto alla finestra. Che giorno è? chiese. Domenica, rispose la madre. Domenica, Chiara ripeté. Nella cucina, era entrata la sera. La madre si alzò. Non accendere, proruppe Chiara. Lei girò allora intorno al tavolo, la raggiunse alle spalle e cercò di arrestare il dondolio della sedia. Sono entrata nella tua soffitta, disse. Chiara guardava la finestra. Un residuo di luce si era attaccato ai vetri e non voleva andarsene.

Avanzò una notte di luna piena. Il respiro della valle era un adempimento amoroso. La casa vegliava. Chiara la sentiva palpitante, esortante, eccitata dalla luna. Rimase ad ascoltarla fin quando la luna impallidì rasente il ghiacciaio. Adesso era quieta nell’alba. Un sogno nascosto, non chiamato, un sogno senza parole sospinse Chiara in un giorno d’estate. L’afa bersagliava il prato e la fontana, ma un’ombra larga proteggeva il cancello; Chiara si vedeva di spalle in quell’ombra. Tutto era statico, poteva sembrare la tela d’un quadro, ma c’era in lei la percezione grata di quell’ombra, e di ciò che sarebbe accaduto. Il prato non esalava odori. Non si udivano suoni. Una frotta di Pulcinella apparve d’improvviso sul prato e si mise a danzare in silenzio, gesticolando attorno alla fontana. Chiara li riconobbe, riconobbe il luogo e il momento. Quando il professore uscì dalla casa lo chiamò per nome. Sentì la sua voce sul prato. Sentì il clamore dei Pulcinella. Nell’ombra che proteggeva il cancello, sentì scorrere l’amore.

Alla lunga ogni storia perde la sua verità, i fatti si consumano e prende campo la recita, i toni, le pause, le parole scelte per raccontarli. Chiara ascoltava. La voce della madre aveva alti e bassi, flessure, spezzature, ascensioni gloriose e rovine. Era ormai primavera. Nella stanza il sole tentava la parete e il fondo del letto, le rose ricamate sulla trapunta profumavano. Noi due dobbiamo rimanere unite, ripeteva la madre alla fine. Un pensiero ostinato percuoteva la mente di Chiara che l’ascoltava. Per acquietarsi si girava allora verso la finestra. L’ansimo della stufa di maiolica entrava nello spazio dei suoi sogni. Dormi? chiedeva la madre. Quando il sole si abbassava sulla diga, riponeva il ricamo e abbandonava la stanza. Vado a prepararti la cena, diceva. Una sera si avvicinò al letto e la scosse piano, con insistenza, finché lei non si voltò. Aveva allargato le braccia e teneva teso l’arazzo, sembrava molto felice. Ora possiamo veramente andarcene, esclamò. Chiara si tirò su sui gomiti: guardava lei e guardava l’arazzo.

– Non dici niente?

– Non è il mio disegno.

– Era inesplicabile; ho dovuto correggerlo.

– Era mio!

– Madre e figlia sono una persona sola.

– Mi hai sempre costretto alle tue realtà.

– Voglio aiutarti.

– Stai di nuovo tramando. Vuoi disperdere le tracce della mia vita.

– Ti devo difendere; lo capisci?

– Difendere?

– Ti prego, andiamocene! Non hai più niente da fare in questa casa. Io ti curerò; sei la mia bambina; sono certa che guarirai! Ti ricordi la grande casa sulla scogliera? Il vento, i gabbiani, le nostre passeggiate… Voglio dirti una cosa che ti sorprenderà; mi ascolti? Non è vero che ho distrutto i manoscritti di tuo padre. Il giorno che ci abbandonò, chiusi a chiave la biblioteca, ma di notte… Non puoi immaginare quante notti abbia passato là dentro, col mare che mi teneva compagnia, e il dolore, e l’ansia… Leggevo e rileggevo. C’è qualcosa di tormentoso in quei racconti, il tempo si spiega e si ripiega, come la nostra storia, come ogni singola storia, procedere è soltanto una ripetizione.

Chiara si era tirata su sui gomiti e guardava la sedia vuota della madre, il cestino con l’arazzo ripiegato, per terra accanto alla sedia. Impigliata nella sera, la casa promanava la sua voce e il suo potere. Chiara sollevò la trapunta e andò a sedersi sulla sedia vuota della madre. Scalza, rinvolta nella camicia di flanella, avvertì come non mai l’impossibilità di contenere tutto quanto il suo essere. Sentimenti, parole, accadimenti, urgenze, nostalgie, il suo troppo umano e il tempo, i ritorni e le fughe, le infinite presenze, tutto quanto premeva, si accalcava; non c’era spazio bastevole nel suo piccolo corpo. Chiuse gli occhi e si lasciò disperdere. Era questa la malattia?

Il sole prese il sopravvento, assopì la casa, portò la valle al massimo del suo splendore. Era un’abbagliante primavera. Chiara sentiva il gravame di tanta luce sui suoi pensieri. Distesa nel letto sotto la finestra, immaginava tre soli con lunghi capelli, li vedeva sfavillare nel cielo fin dall’aurora. La stanza era bianca. Le rose ricamate sulla trapunta impallidivano ogni giorno di più. La madre aveva dimenticato l’arazzo e faceva lunghe passeggiate nel bosco. Il bosco la dominava. Ci sono forze sotterranee, diceva; cammino penetrando desideri rinnegati, è una strana eccitazione, uno strano sentire. Sono sempre sul punto di forzare la grande verità, tutto potrebbe svelarmisi, tutto… Chiara teneva accanto a sé, sotto la trapunta, uno specchio di metallo con quattro pietre nere incastonate. Si guardava in quello specchio e incontrava un volto non suo, segnato da piccole rughe. Non ci sono più limiti, diceva. I tre soli allungavano sulla casa i loro capelli e la luce raggiungeva il peso schiacciante degli incubi.

– Questa non identità!

– Sei bellissima.

– Non sono io.

– Madre e figlia…

– Ti odio.

– Sei solo stanca.

– Odiarti non mi solleva.

– Cerca di riposare.

– Cercherò di riposare. Dio, finirà mai tutto questo?

La pioggia cominciò a cadere di notte, una pioggia che si faceva appena appena sentire, invisibile e dolce. La casa si destò. Chiara raccolse il suo bisbigliare, e quando l’alba profilò il ghiacciaio la stanza si riempì di voci. Bisbigliavano tutte insieme alla pioggia, una musica irreale, frusciante, confortante, fatta di parole. La casa la incitava. Chiara si alzò dal letto, indossò un maglione giallo e uscì dalla stanza. Le voci la seguirono. In cucina smisero di bisbigliare tutte insieme e si staccarono dalla pioggia. Adesso Chiara poteva distinguerle, ne sentiva l’emozione: sentiva voci adulte e voci bambine, ma tutte erano la stessa voce. La casa dunque aveva sempre parlato, la casa le si palesava! Placidezza, esortazione, turbamento, paura, erano fermi in queste voci. Ma chi le aveva ascoltate? Perché non si erano completamente dissolte? Perché tornavano? Nella cucina il mattino avanzava soffuso e fluido. Il camino era spento. Dal cesto delle mele in mezzo al tavolo esalava un odore acidulo. Chiara si avvicinò alla finestra e vide la madre seduta sul muro basso, sotto la pioggia. Aveva il viso e i capelli bagnati.

– Non dovresti rimanere seduta sotto la pioggia.

– In un giorno come questo tuo padre ci abbandonò.

– Ti ricordi la casa sul promontorio? Ricordi le ginestre?

– Restammo sole, io e te, nella grande casa.

– Era primavera. Intorno alla casa era tutto giallo.

– Avevi tre anni e una fragile emotività. Cominciasti a parlare nel sonno, ti nascondevi; ti trovavo accucciata negli angoli.

– Ti ho mai detto delle sue apparizioni?

– Vivevi nello stupore.

– Mi mettevo supina sotto le ginestre, bucavano il cielo! E all’improvviso il mondo del mio spirito si colorava.

– Lo hai sempre inseguito.

– Mi aveva lasciato delicati riflessi; li secondavo; divennero splendori.

– Ci aveva abbandonato.

– Andava e veniva.

– Allucinazioni!

– Lui mi amava!

– L’amore non esiste.

– Hai voluto confondermi, me ne hai sempre cancellato le tracce. Lui… il professore… Erano nati nello stesso giorno, lo sai?

– La tua è una fantasia malata.

– Perché sei salita in soffitta?

– Ti devo difendere.

– E’ la mia vita!

– Madre e figlia…

Dalla finestra della cucina, Chiara guardava la madre seduta e immobile sotto la pioggia. Era lei la donna del quadro?… Sentiva le voci più rade negli angoli. Sentiva il peso del giorno. Sentiva la pioggia sui capelli e

sul viso. Lasciami andare, disse. T’inventerai un’altra vita, rispose la madre, hai già cominciato a farlo. Fuggirai e ti dovrò inseguire.

– Eri tu la donna del quadro?

– Madre e figlia …

Ho pensato di ucciderti, disse Chiara. Continuava a piovere. Quella pioggia, cheta e sottile, le comprendeva.

 

Marinela Ponis è nata a Uzzano (Pistoia) il 3 gennaio 1936; vive da molti anni a Lucca. Ha pubblicato la raccolta di racconti La cognata forestiera, Firenze, Vallecchi, 1972; il romanzo I muri, le persone, Bologna, Cappelli, 1982. Un altro romanzo, La traversata, è tuttora inedito. Nel 1986 ha vinto il Premio Il Ceppo per il racconto La Podalirio. Suoi racconti sono stati pubblicati in riviste come Rassegna Lucchese e Nuovi Argomenti. E’ presente nel volume a cura di Angela Scarparo, Romanzi del cambiamento. Scrittrici dal 1950 al 1980, Roma, Avagliano, 2014. Attualmente la Ponis sta lavorando al completamento di un altro romanzo dal titolo La Collina.

 

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