Poesia e filosofia in «Kamen’»: Grigorij Osipovic Vinokur

copertina-kamen-43Amedeo Anelli > Il quarantatreesimo numero – in realtà il quarantaquattresimo – della rivista di poesia e filosofia «Kamen’» ha le sezioni di Stilistica, di Poesia e di Materiali. La sezione di Stilistica, a cura di Margherita De Michiel e Stefania Sini, prosegue la traduzione degli scritti di Grigorij Osipovic Vinokur. Del grande studioso russo sono tradotti da Cultura della lingua: “La lingua della Nep” e “Puškin prosatore”. Riportiamo a beneficio dei lettori di “Corso Italia 7”, l’incipit tratto da “Puškin prosatore”.

Grigorij Osipovic Vinokur nasce a Varsavia nel 1896 e giunge a Mosca nel 1904 dove studia lingua al ginnasio Strachov. Nel 1916 si iscrive alla Facoltà di filologia. Il suo maestro Dmitrij Nikolaevic Ušakov lo introduce sin dal primo anno nella Commissione dialettologica moscovita (Moskovkaja dialektologicesjkaja kommissija). Altri suoi maestri sono Michail Nikolaevic Peterson, Vjaceslav Nikolaevic Šcepkin, Michail Michajlovic Pokrovskij. Durante gli anni universitari si occupa quasi esclusivamente di linguistica. Di letteratura si interessa frequentando il Moskovskij Lingvisticeskij Kružok (MLK: Circolo Linguistico di Mosca), gruppo studentesco di cui fanno parte Roman Jakobson, Petr Bogatyrëv, Boris Tomaševskij Pavel Sakulin e altri. Ne diviene presidente negli anni 1922-23. In questi anni conosce i poeti e teorici del Futurismo: David Burljuk, Velemir Chlebnikov, Vasilij Kamenskij, Nikolaj Aseev e soprattutto Vladimir Majakovskij. Collabora al lef (Levyj Front Isskustv, Fronte di sinistra delle arti, fondato da Majakovskij e sodali, attivo a Mosca dal 1922 al 1929). Il suo primo lavoro pubblicato è dedicato al poema Oblako v štanach (La nuvola in calzoni) di Majakovskij (1915). Alla poesia del grande poeta futurista Vinokur dedicherà trent’anni dopo il volume Majakovskij – novator jazyka (Majakovskij novatore della lingua), Moskva, Sovetskij Pisatel’, 1943. Dal 1924 comincia a prendere parte ai lavori della Gachn (Gosudarstvennaja Akademija Chudožestvennych Nauk: Accademia Statale di Scienze artistiche) nelle cui collane pubblica nel 1927 Biografija i kul’tura. Accoglie con convinzione via via più risoluta la lezione del filosofo Gustav Špet e giunge così all’inevitabile rottura con il lef e con il metodo formale, che egli non esita a tacciare rispettivamente di nichilismo e di fragilità e arretratezza teorica. Dagli anni Trenta insegna a Mosca presso l’Istituto Pedagogico, l’Istituto di Storia, Filosofia e Letteratura e all’Università. È membro della Commissione dell’edizione delle opere di Puškin per l’Accademia delle Scienze. Lavora al Dizionario della lingua russa dell’Accademia delle Scienze, poi pubblicato due anni dopo la sua morte nel 1949 a cura di Sergej Petrovic Obnorskij, al Tolkovvyj slovar’ russkogo jazyka a cura di D.N. Ušakov, e al dizionario della vita di Puškin.

Da “Puškin prosatore”, l’incipit:

«Scrivete in modo semplice! Merita prestare orecchio a questa voce, che da qualche tempo risuona sempre più spesso nei nostri deserti letterari. Scrivete come Puškin: questa è la variante. Perché Puškin, com’è noto, scriveva in modo «estremamente semplice»: infatti il russo gliel’aveva insegnato la sua balia, Arina Rodionovna. Le premesse sono pronte, non resta che tirare le conclusioni…

Tra breve saranno cent’anni da che ha avuto inizio lo studio di Puškin. Sono stati scritti migliaia di volumi sulla sua vita, i suoi duelli, le sue passioni, i suoi amici e i suoi nemici, qualcosa è stato scritto sui suoi versi, quasi nulla sulla sua prosa. Ma saremo onesti e riconosceremo che in questi cent’anni abbiamo disimparato a capire Puškin. Per lo meno i vecchi biografi conoscevano meglio di noi il valore della favola su Arina Rodionovna: «È uno di quegli equivoci – scrisse un tempo Annenkov – che pertiene alla sfera dei pregiudizi biografici. Secondo il senso di questa leggenda risulterebbe che una buona ma limitata vecchietta, Arina Rodionovna, avrebbe interpretato in qualche modo il ruolo di agente incosciente, mistico, nella vita del suo protetto e gli avrebbe aperto il campo della creazione popolare. Certo non è stata la sua debole e impotente mano a indicare al poeta la strada nella quale egli oggi (nel 1824) si ritrova».

È utile ricordare queste vecchie righe quando si parla della lingua e dello stile di Puškin. Non c’è forse in tutta la nostra storia della letteratura problema più responsabile della prosa di Puškin. Men che mai dunque possono qui aiutare meccanici rinvii alla «semplicità», alla «comprensibilità» – a tutto ciò che può essere venuto dalla balia, o dall’ambiente delle donne [prosvirnja] che preparano il pane sacro (la prosfora). E davvero, se Puškin sapesse cosa è costata ai suoi discendenti questa famigerata prosvirnja, non ci manderebbe a imparare da essa a cuor così leggero. «Dmitriev dice – ebbe a scrivere Vjazemskij – che i nuovi scrittori imparano il russo dai bottegai. In questo senso un po’ di colpa ce l’ha anche Puškin. Egli consigliava di ascoltare il linguaggio delle prosforare e delle vecchie balie. Certo, da loro si possono mutuare costrutti e espressioni popolari uscite dall’uso nella lingua scritta a danno della lingua stessa; ma al contempo si sentirà anche molto analfabetismo. Bisogna avere il sottile e scrupoloso orecchio di Puškin per trattenere ciò che serve e lasciar andare ciò che non va bene. Ma non tutti sono dotati di tale orecchio» . Ma certo, e chi discute: Puškin realmente per tutta la sua vita consapevole di scrittore si dedicò ad avvicinare la letteratura alla «semplice parlata del popolo» [prostonarodnoe narecie], ma non a caso disse a Dal’: «Fiaba alle fiabe, ma la nostra lingua sta a sé, e non v’è alcun luogo in cui essa possa godere di quella piena libertà russa che si ha nelle fiabe. Ma come fare? Bisogna imparare a parlare in russo, e non come in una fiaba. Ma no, è difficile, ancora non è possibile!». Non una fiaba, non la prosvirnja in letteratura dunque serviva a Puškin, e non alla sua balia intendeva egli cedere la gloria di più grande prosatore russo; qui egli cercava solo materiale grezzo per il suo lavoro di scrittore, qui egli trovava solo il legno non digrossato con cui costruire la sua casa linda e spaziosa. Ma «come fare»?»

 

«Kamen’. Rivista di Poesia e Filosofia», n. 43, Giugno 2013

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