Su “Tentativi di certezza” di Maura Del Serra

[Un saggio di  Margherita Pieracci Harwell]

Dei Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009 (Venezia, Marsilio, 2010) di Maura Del Serra, che raccolgono il miele distillato in un decennio di estate matura, troviamo una prima chiave nelle exergues – da Wislawa Szymborska: “il savoir vivre cosmico / […] esige […] da noi […] / una partecipazione stupita a questo gioco / con regole ignote”; e da Derek Walcott: “Il destino della poesia è innamorarsi del mondo / nonostante la storia”. Partecipazione stupita – dunque – , e stupita vuol dire già ammirativa, quindi innamorata, innamorata del mondo, di quel gioco “con regole ignote” che è nel nostro cosmo la vita, a cui è tuttavia d’obbligo partecipare, così come la poesia non può non innamorarsi del mondo, malgrado la storia. Meraviglia (stupore ‘religioso’, awe ), innamoramento, che è già necessariamente partecipazione: questa la legge ineludibile della poesia, che l’artista crea nel dolore poiché non ha palpebre per risparmiarsi la visione costante del “nonostante” la storia, inconoscibilità delle regole.

Margherita Pieracci Harwell

Margherita Pieracci Harwell

Così, queste poesie, come tutte le poesie di Maura Del Serra che l’hanno condotta fin qui, si tessono di estasi e di orrore, ma, miracolosamente, salvando la lievità, delle immagini – e forse anche del cuore – come annuncia, con le scene figurate del suo ventaglio, il  preludio Trovarsi. Già il preludio, però, ha due antine, e la seconda (Canzonetta per il ventunesimo secolo) molto meno lieve, che pure accenna una promessa di bene, cioè di “significato”- perché la Del Serra ha una profonda vena di ragione, alla quale non sorride un bene che non sia intellegibile. Del resto si sa, dalla sua produzione precedente ed anche da quanto traspare della sua vita, che questa poetessa si muove con passo sapiente tra mondi opposti: l’assoluta vulnerabilità del segnato da Dio (il poeta), e il saggio governo di una casa, una famiglia, squisitamente “normali” pur nella loro rara armonia.

Maura Del Serra

Coerente, questo libro composto di otto parti – perciò si può cominciare dal parlarne in generale, ma poi, da vicino, è chiaro che la coerenza nasce dall’equilibrio di opposti, costituiti più che dai singoli componimenti dalle sezioni, fondate non sulla cronologia ma sulla mood che ad una ad una diversamente le governa. Continua a leggere

SPLENDOURS, MISERIES, AND POTENTIALITIES OF SOCIALIST YUGOSLAVIA (THE BERLIN THESES)1

[di Darko Suvin]

Dedicated to my late comrades from building and thinking Yugoslavia, Marius Broekmeyer, Gajo Petrović, Fred Singleton,  and Rudi Supek.

Darko Suvin

0: INTRODUCTORY 

THESIS 1: WHY WRITE A BOOK ABOUT S.F.R. YUGOSLAVIA, WHAT IS ITS FOCUS 

Contrary to biological and ecological survival of tens of millions, the capitalist denial of all change and adaptation that does  not issue in „profit now“ leads to termination of many species, possibly including homo sapiens, certainly including humanity and sapience. To envisage alternatives, among other matters a critical overview of salient aspects of the Socialist Federative Republic of Yugoslavia or SFRY (as I shall for brevity call the 1945-89 society) is urgently needed.

Only the long-duration, fateful aspects can be focussed upon. The need for SFRY independence, Tito’s great invention, as presupposition  to any self-government is taken for granted; I do not deal here with the foreign relations of SFRY, including Tito’s second invention of the “Non-aligned” movement, nor with the pressures on SFRY from the USSR, and later the world capitalist market and its institutions. In my judgment, the crucial factors here were the internal class relationships, which determined how the no doubt strong pressures were handled.  Nor do I deal with nationalisms, which become fateful only from the 1970s on, and then because of class necessities. Nor, regretfully, with religion – though I argue that matters of salvation and belief  were at the core of SFRY. 2/

The red thread is a use of Marx’s concepts of alienation versus emancipation in permanent shuttle to and from SFRY economics, beliefs, and politics within a critical utopian horizon. His “self-government of the producers” is my concrete utopia.

This entails a strategic limitation of extensive analyses to the period 1945 (or even 1950) to 1972. After that no new factors appear, only the old drawbacks get aggravated.

The analyses are accompanied by hypotheses about the SFRY’s essential tension and about its beginning and end, as sufficient for this attempt.

The essential tension in SFRY is indicated by these citations from Boris Kidrič, the remarkable Politbureau member in charge of the economy, between 1949 and 1952 (see Suvin, “Economico-political Prospects ff Boris Kidrič”):

„T[he basic question] of exploitation of man by man in the system born of the socialist revolution is who disposes of the surplus labour − and behind this questions sooner or later the even more fateful one arises of who in fact appropriates the surplus labour.  

State socialism [necessarily grows into] a privileged bureaucracy as a social parasite, the throttling of socialist democracy, and a general degeneration of the whole system, [and there comes about] a restoration of a specific kind, a vulgar State-capitalist monopoly.

The socialist democratic rights of the direct producers [are the obverse of] the process of abolishing monopolies; basic is − the right of the working masses to self-management at all levels of socialist State power.”3/

The same view was later formulated by the loyal Marxist opposition of some intellectuals such as the Praxis group and the economist Branko Horvat.

My stance or Haltung is one of looking backward from the mostly scandalous years 1972-89 and its fully scandalous downfall in the worst imaginable variant of mutually embattled dwarfish classes leading brainwashed mini-nationalisms. This is what has to be  explained.

For the context of current events, please see the enclosed CHRONOLOGY OF S.F.R. YUGOSLAVIA.  Continua a leggere

L’ombrello di Nietzsche di Thomas Hϋrlimann

Si segnala che questo libro è stato pubblicato in italiano dall’editore Marcos y Marcos dopo la redazione e consegna del presente articolo.

[di Alberto Guareschi]

Thomas Hϋrlimann, autore svizzero di lingua tedesca, è nato a Zug nel 1950, ha studiato filosofia a Zurigo e Berlino, dove vive quando non soggiorna in una villa sul lago di Zug. L’attività di scrittore è soltanto una parte del suo poliedrico lavoro di autore impegnato anche in campo teatrale (numerose pièces, fra le quali si ricordano Das Einsiedler Welttheater – Il teatro del mondo di Einsiedeln, 2000, ispirato al capolavoro di Calderon de la Barca La vita è sogno, e Das Luftschiff. Komödie einer Sommernacht -Il dirigibile. Commedia di  una notte d’estate,2015) e cinematografico, dove dal suo romanzo, Der groβe Kater (Il grande Kater), è stato realizzato un film con il noto attore Bruno Ganz nel ruolo principale. Come autore di racconti e romanzi, tradotti in oltre venti lingue, è noto da noi soprattutto per il suo romanzo di formazione Fräulein Stark, 2001, pubblicato in italiano l’anno successivo (Signorina Stark, trad. F. Picco, Marcos y Marcos, coll. Gli alianti, p.206), che in uno stile brillante convince per la complessità dei protagonisti e la sottigliezza, la leggerezza con la quale sono trattati temi importanti quali la pubertà e il mistero delle origini.

Il testo di cui qui si parla, Nietzsches Regenschirm (L’ombrello di Nietzsche) è uscito presso Fischer in Germania nel 2015: nato come una conferenza che l’autore ha tenuto in varie città, il successo riportato ha indotto l’editore a pubblicarlo in brossura. Va dato atto a Hϋrlimann di avere saputo condensare in una quarantina di pagine, con stile sempre brillante e arguto, un argomento rilevante nella storia della filosofia, partendo da un’idea assai semplice: che sarà mai stato dell’ombrello che il filosofo portava sempre con sé, dopo che nel suo soggiorno torinese, ormai stremato dalla malattia, abbraccia un cavallo che vede bastonato dal  padrone, piange, cade a terra e urla fra gli spasmi?

Naturalmente l’ombrello non può che rimanere a terra, sulla piazza. Quell’ombrello rosso che accompagnava Nietzsche nelle passeggiate intorno alla  prediletta residenza estiva di Sils-Maria, in Engadina. Da qui il testo di Hϋrlimann si sviluppa, dopo avere citato un breve appunto dei frammenti di Nietzsche nell’edizione Colli-Montinari (12, 175: “Ho dimenticato il mio ombrello”) e la consuetudine del filosofo, dal 1881 in poi, di passare l’estate nella stessa casa ai limiti del bosco in quella località, non senza un interessante inciso sulla simbologia dell’ombrello legata al rango e al potere fin dalle più antiche civiltà egizie, indiane e cinesi: simbologia riguardante non soltanto la parte superiore dell’oggetto, ma anche il manico, il bastone e la cupola  incentrata sulle sue stecche Continua a leggere

Due saggi su Giacomo Leopardi

LeopardiDa Leggere. Consigliati da Daniela Marcheschi

Paul Hazard, Giacomo Leopardi, traduzione dal francese a cura di Alessandro Carandente, Napoli, Marcus Edizioni, 2016
   
     Hazard (1878-1944) è stato il comparatista e storico francese delle idee, che ha dato un impulso fondamentale alla rilettura e alla valorizzazione moderna di alcuni grandi autori italiani dell’Ottocento: basti pensare a questo Giacomo Leopardi (Paris, Bloud & C. éditeurs, 1913), riproposto ora da Marcus Edizioni, o a Carlo Collodi (in Les livres, les enfants et les hommes, Paris, Bonvin 1914). Hazard ebbe allora il merito di tracciare non solo una storia della vicenda biografica ed intellettuale del poeta recanatese, ma anche di constatare quanta ne fosse stata l’originalità e  l’influenza sulla cultura francese ed europea dopo Saint-Beuve.
     Notevoli sono altri suoi rilievi: ad esempio, l’attenzione diretta a quella che Hazard chiama la filosofia pratica di Leopardi, definito da lui “il poeta del dolore”.

 

Pantaleo Palmieri & Angelo Fregnani, Leopardi a Bologna,  Faenza, Fratelli Lega editori, 2016
   
   In questo elegante volume, stampato a tiratura limitata su carta Fedrigoni, Pantaleo Palmieri, che è uno dei nostri più accreditati studiosi di Leopardi, informa, illustra e ne spiega al dettaglio l’esperienza bolognese (settembre 1825-agosto 1826; aprile-giugno 1827). Attraverso l’epistolario, ne nota come la permanenza a Bologna sia stata  particolarmente rilevante per gli incontri, l’attività di pubblicazione delle opere e per i modi in cui il recanatese visse, appunto, “alla conquista di una pienezza di vita”. Amicizie, amori, relazioni professionali o sociali varie di Leopardi a Bologna sono ripercorsi puntualmente da Palmieri a disegnarne il commiato dalla giovinezza e il raggiungimento di una  piena maturità. Importante anche la puntualizzazione di Palmieri sulla datazione del Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco.
   Di Fregnani è invece il capitolo finale del volume, che reca il titolo Giordani, Leopardi e l’Affare d’Israello, che riporta di nuovo a Bologna e alle reazioni suscitate dalla pubblicazione, nel 1825, di un pamphlet antigiudaico per opera del Jabalot, al quale Giordani e Leopardi avrebbero dovuto/voluto rispondere.
(La foto di apertura è di Luigi Caricato)
 

Malizia delle donne

La prefazione di Daniela Marcheschi contenuta nel libro As malícias das Mulheres. Discursos sobre poderes e artes das mulheres na cultura portuguesa e europeia (Esfera do Caos), di Luisa Marinho Antunes.

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MALIZIA DELLE DONNE

di Daniela Marcheschi

Uno studio europeo di lingua portoghese: una tale espressione sintetica ci sembra la più consona per definire e premettere – lasciandone subito intendere la sostanza – questo ricco saggio di Luisa Marinho Antunes Paolinelli, studiosa e critico di letteratura fra le più brillanti e solide in campo internazionale.

Con una ampiezza di visione storica insolita, ricorrendo ad accostamenti pertinenti e alla testimonianza di testi e documenti non sempre noti e, soprattutto, facendo tesoro dell’insegnamento di Ernst Curtius, la Marinho Antunes individua le tematiche e l’incrocio formale di tradizioni e generi che, a partire dall’antichità greco-romana, hanno concorso a generare la moderna tradizione delle “malizie”/virtù femminili. Tradizione-tradizioni nella pienezza e nel dinamismo delle reciproche acquisizioni: la tradizione in lingua portoghese dei Baltasar Dias, dei José de Almeida Cardoso ad esempio, come declinazione particolare di una più vasta tradizione europea, e la tradizione europea nelle lingue maggiori del nostro continente come declinazione, a sua volta, della tradizione di lingua portoghese Continua a leggere

Luísa Marinho Antunes: Creare la parola, creare il mondo

creareUn libro sui poeti lusofoni contemporanei, Creare la parola, creare il mondo, edito da Libreria Ticinum, con all’interno un saggio su “Multiculturalità e Lusofonia: la lingua in libertà”. Vi proponiamo il risvolto di copertina firmato dalla stessa autrice del volume.

 

Quando, nel 2002, «Kamen’. Rivista di Poesia e Filosofia», mi ha invitato a tradurre e scrivere dei poeti del Portogallo, mi sono trovata a riflettere sulla responsabilità della scelta degli autori, che reputavo più rappresentativi della poesia portoghese contemporanea.
Herberto Hélder e António Ramos Rosa, a quel tempo con rare edizioni in italiano, ma con ampie pubblicazioni sul piano internazionale, mi sono parse subito due figure imprescindibili nella poesia moderna
dopo Fernando Pessoa.

La redazione di «Kamen’» ha deciso di far conoscere altri autori del mondo lusofono, pure loro artefici della lingua portoghese, e che, in una vera fruizione della lingua, cercano nelle parole le voci di nuove sensazioni e percezioni, offerte dal loro mondo. Lingua trapiantata, il portoghese diventa con i poeti lusofoni una geografia del corpo, rappresentante dell’anima, dell’essere mozambicano, angolano, capoverdiano, sud-americano… Continua a leggere

Daniela Marcheschi: Su anima e poesia

             daniela_marchesch    «Sono fiero di dire che non ho mai  guardato a un quadro come a un oggetto semplicemente destinato al piacere e al divertimento”.

“No, la pittura non esiste soltanto per decorare le pareti di un   appartamento. È un mezzo per scatenare una guerra                                    di offesa e di difesa contro il nemico»

Pablo Picasso

 

Niente è più decorativo ed equivoco del termine anima accostato a quello di poesia: genericità e luoghi comuni stanno in agguato, belle parole rischiano di ammiccare a mondi luccicanti, ma vaghi, e di ricondurci alle peggiori fibrillazioni di stampo romantico e decadente. È invece importante, oggi, ridiscutere la cultura della modernità in tutti i suoi aspetti, distinguendo quanto può essere utilmente ripreso e arricchito da ciò che ha mostrato i propri limiti.

L’etimologia è una forma di storia; tornarvi significa fare i conti con i valori originari delle parole che hanno formato e alimentato la nostra cultura, e assumersene la responsabilità. Atto di storia e di etica insieme: cioè di due elementi della cultura che non possono essere ignorati, pena una visione estremamente parziale ed un impoverimento del nostro pensiero.

La voce latina “anima” significa aria, spirito, soffio, principio vitale, vita; in breve il suo valore fondamentale corrisponde a quello del greco “psychè”. “Animus” è, ancora, spirito, principio pensante. In origine, questo termine indicava una favorevole disposizione di spirito, come chiarisce l’accadico animû, appunto “inclinazione, disposizione d’animo in favore di qualcuno o di qualcosa” Continua a leggere

Gustavo Flavio is your real name?

luisa.marinho_antunesUno studio di Luisa Marinho Antunes -University of Madeira/ CLEPUL-UMa – in lingua inglese dal titolo Writers’ choice of names as indicators of cultural identity: pseudonyms and artistic names in the Lusophone Literature

Gustavo Flavio is your real name?

            […]

            We, writers like to use pseudonyms. Stendhal’s name was Marie-Henri Beyle; Mark Twain’s real name was Samuel Langhorne Clemens, Molière was the criptonym of Jean-Baptiste Poquelin. George Eliot wasn’t George nor Eliot or even a man, she was a woman named Mary Ann Evans. Do you know what Voltaire’s name was? François-Marie Arouet. William Sydney Porter hid himself under the false name of O. Henry. “(For reasons similar to mine, but did not say that to the cop.)” That is a literary secret, ha, ha! Continua a leggere

L’amicizia tra Sergio Serapioni e Giuseppe Pontiggia

SerapioniNel 2004 «Kamen’» pubblicò una sezione di Materiali di fisica teorica dedicata al lavoro di Sergio Serapioni sulla Meccanica del tempo. A seguito dell’investigazione del satellite Planck i primi riscontri sperimentali. Attraverso il saggio di Davide  Maino, Il sorriso dell’ ingegnere, la sezione di Materiali dà conto di ciò. Inoltre nel decennale della morte di Giuseppe Pontiggia, un saggio di Daniela Marcheschi Serapioni letto da Giuseppe Pontiggia fa ricordare l’amico vorace lettore anche di scienza e prefatore del volume di Serapioni.

Sergio Serapioni è nato a Milano nel 1924. Laureato in Ingegneria, ha svolto mansioni imprenditoriali in più società da lui stesso fondate. Attualmente ricopre la carica di Presidente Onorario della Società Trentina Lieviti. Si occupa di teorie fisiche da decenni  e  ha esposto tale lavoro  in una pubblicazione dal titolo La Meccanica del tempo Continua a leggere