Dillo in sintesi

Un meritato premio a due donne da ammirare e sostenere per il loro tenace lavoro  in prima linea. Le date della manifestazione sono 16-17-18 giugno. Gli incontri sono nove e la domenica sera verrà assegnato il premio “Dillo in sintesi” alla fotografa Letizia Battaglia e alla poetessa Margherita Rimi. Tra gli ospiti di questa edizione anche Beppe Severgnini e Lella Costa.

Dillo in sintesi è la prima manifestazione italiana dedicata alla sintesi e alle brevità intelligenti.

I temi affrontati in questa edizione sono la filosofia, la letteratura, la musica, la fotografia, la poesia e la linguistica.  Gli incontri sono a ingresso libero e si terranno nella sala Vincenzo da Massa Carrara del complesso di San Micheletto.

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Antonio Machado e Roberto Bolaño

Antonio Machado

Antonio Machado

Importanti novità sul fronte della poesia di lingua spagnola. Gli editori Passigli e Sur hanno recentemente pubblicato due opere di poeti di alto livello

Roberto Bolaño

[di Alberto Guareschi]

Presso Passigli (collana Le Occasioni, 2017) è apparso un volumetto di Antonio Machado, La guerra (1936-1937), p. 72 – € 10,00, a cura di Valerio Nardoni, con un saggio introduttivo dello studioso catalano Jaume Pont, molto utile a situare la raccolta nella sua cornice letteraria e storica. Già pubblicata dallo stesso autore, questa silloge di liriche e prose di diverso genere non venne stranamente pubblicata nella sua integralità all’interno dell’opera del poeta. Con l’eccezione della poesia Allo scultore Emiliano Barral, risalente al 1922, le altre poesie e i testi in prosa risalgono al periodo della guerra civile spagnola, che Machado visse con fervore e slancio dalla parte repubblicana antifranchista. Non risulta agevole districarsi nella bibliografia del poeta (per altro già più che cospicua anche in Italia),  sia per le molte varianti, sia per le soppressioni e aggiunte da lui stesso apportate di edizione in edizione. Della poesia già citata si può dire che essa appartiene al periodo in cui vennero composte le  Nuevas Canciones (1917-1930), raccolta successiva a Campos de Castilla (1907-1917) che affermò il valore assoluto della sua personalità poetica e ne riverberò l’influenza  – insieme a quella non secondaria del quasi contemporaneo J. R. Jiménez – sulla generazione successiva, quella detta “del ’27”, dei vari Lorca, Guillén, Alberti, Salinas, Cernuda, Alonso e degli altri esponenti di quella straordinaria fioritura poetica. Molto machadiani i versi rimati del componimento a Barral: musicali, intrisi di virile coscienza esistenziale nella loro chiusa stupenda (in originale: “dos ojos de un ver lejano, / que yo quisiera tener / como estàn en tu escultura: / cavados en piedra dura, / en piedra, para no ver.”  In traduzione: “Due occhi che mirano lontano, / che io vorrei avere / uguali alla tua scultura, / scavati nella pietra dura, / nella pietra, per non vedere.”) Delle altre poesie qui presenti, è già nota da noi quella dedicata all’assassinio di Lorca, El crimen fue en Granada (Il delitto fu a Granada), mentre importante nel contesto storico del tempo  è la bella Meditaciòn del dìa (Meditazione del giorno): in cui nel tramonto, a Valencia, il poeta confessa “…io penso alla guerra. La guerra /arriva come un uragano / sulle lande dell’alto Duero…”.  Da lì pensiero e dolore si allargano ad abbracciare la Spagna tutta, dalle Asturie all’Estramadura, “da fiume a fiume, da monte a monte” fino “alle maremme di luce e di sale”. 

Sur pubblica Tre (Tres ) del cileno Roberto Bolaño, p. 197, € 16,50, nell’impeccabile traduzione di Ilide Carmignani, con una prefazione di Andrés Neumann, poeta, narratore e saggista di origine argentina, oggi docente all’Università di Granada, del quale Bolaño stesso fu amico e al quale dedicò la terza delle sezioni che compongono il libro. Il suo saggio introduttivo, Benvenuti nel deserto: la poesia di Bolaño, scritto appositamente per questa edizione, risulta quanto mai opportuno per chi ignora ancora, come il pubblico italiano, l’altro grande versante creativo, quello poetico, di questo autore iconico, considerato oggi nel mondo fra i massimi romanzieri del nostro tempo, se non addirittura di un tempo ancora à venir. Qui non si vuole entrare in quest’ambito di giudizio, ma limitarci semplicemente a dire che l’opera poetica di Bolaño, sia essa in versi o in prosa lirica, e indipendentemente dal valore dell’opera narrativa, raggiunge a nostro avviso vertici assoluti. Grazie quindi all’editore Sur per questo primo volume delle poesie  di Bolaño, e per gli altri che una nota editoriale ci informa seguiranno nei prossimi due-tre anni, I cani romantici (Los perros romànticos) e L’Università Sconosciuta (La Universidad Desconocida). Dunque, tornando al ben calibrato saggio di cui sopra, Neumann inquadra molto bene l’importanza del Bolaño poeta. Perché tale è nato e tale rimane, nella sua stessa considerazione, anche quando la vena e la necessità romanzesche paiono prendergli la mano. Vale la pena riportare quanto Neumann scrive del giudizio di Bolaño su Tre: “Se mi legassero a una sedia e mi costringessero a leggerlo un’altra volta, non perderei la faccia per la vergogna, che non è poco. A volte arrivo persino a pensare (…) che sia uno dei miei due libri migliori.” Il libro consta di tre sezioni  differenti anche per data di composizione. Sono rispettivamente del 1981 la Prosa dell’autunno a Girona, del 1993 I Neochilenos, e del 1994 Una passeggiata nella letteratura.  Dove nella prima  “si assiste – scrive Neumann – alla nascita di una polisemia che si espanderà per due decenni di scrittura (…), a mio gusto il risultato più alto del poeta Bolaño, nella sua ricerca di una scrittura capace di assorbire tutti i generi”. Effettivamente,  la Prosa dell’autunno a Girona tocca punte di alta raffinatezza e sapienza compositiva, non disgiunte da momenti più intimi e drammatici (“Tirami fuori da questo testo, vorrò dirle, mostrami le cose chiare e semplici, la paura, la morte, il suo istante Atlantide…”). La terza parte ha una scrittura forse meno intensa ma più interessante per entrare nella vasta biblioteca e nei gusti letterari del poeta; ci fornisce, sempre secondo Neumann, “alcuni codici d’interpretazione validi per tutte le sue opere”. Si tratta, nella totalità, di testi brevi o addirittura brevissimi, nei quali l’autore racconta i propri sogni, con l’immancabile incipit: “Ho sognato che…”, come ad esempio il numero 44: “Ho sognato che traducevo il marchese De Sade a colpi d’ascia. Ero impazzito e vivevo in un bosco.” Resta da dire della seconda parte della raccolta, il poemetto in versi liberi I Neochilenos, per il quale parlare di poesia “on the road”, oppure di ”road story”, è soltanto un modo superficiale di leggerlo. Sì, c’è tutto quanto può rientrare nel genere: il viaggio verso il nord (“Il nord che calamita i sogni / E le canzoni senza senso / Apparente…”)  e il deserto cileno, che continua poi attraverso il Perù e l’Ecuador, su un camioncino scassato, intrapreso da un pugno di amici per suonare in piccole cittadine e paesini dove imperano solitudini e disperazioni, pattuglie antiguerriglia, disoccupati e puttane adolescenti. Amici che, durante il viaggio, si raccontano storie di altri amici e di altri viaggi: come da sempre nella tradizione della letteratura orale. Ma ci sono anche esaltazioni giovanili e disincanto, lucidità e follia, sogni e premonizioni di morte: tutto quanto è carne viva, linfa e essenza della poesia. Che nel poemetto cola allo stato puro, su un registro ritmico  sapientemente misurato e incalzante a un tempo. E dove l’inevitabile deriva esistenziale è preannunciata fin dai primi versi: “Il viaggio iniziò un bel giorno di novembre. / Ma in qualche modo il viaggio era già finito / Quando lo incominciammo. / Tutti i tempi convivono, disse Pancho Ferri, / Il cantante. Oppure confluiscono, / Vallo a sapere.”  Grande libro di un grande poeta, questo Tre da tenere sul comodino.

 

Magnifiche Presenze

Il patto per la bellezza tra Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio

Magnifiche Presenze è il progetto artistico che unisce la Casa Museo Giovanni Pascoli di Castelvecchio Pascoli in provincia di Lucca e la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera “per un futuro di arte, letteratura e bellezza”, secondo le parole del Presidente del Vittoriale prof. Giordano Bruno Guerri. Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio, furono legati da amicizia e antagonismo, nella trama complessa di un rapporto poco conosciuto e fatto di sentimenti contraddittori, si scrissero, si scambiarono libri, si incontrarono, litigarono apertamente e furono legati in un vincolo contrastante di emulazione, che è anche la cartina di tornasole di una società e di un’epoca cruciale della storia nostra e d’Europa.

Pascoli e d’Annunzio arrivano ai giorni nostri più attuali che mai, con le mostre di Magnifiche Presenze che saranno visibili contemporaneamente in entrambi i musei: quella fotografica che conferisce il titolo all’intero progetto ed esalta le rispettive dimore a firma di Caterina Salvi Westbrooke, e quella artistica di Sandra Rigali, attraverso i cosiddetti fotogrammi pittorici: una carrellata di volti, relazioni, amicizie e carteggi che abbraccia la vita privata e intellettuale dei due protagonisti. Allo stesso modo, i carteggi originali conservati nei rispettivi archivi saranno esposti evidenziando le sfumature più nascoste del loro rapporto con la cura scientifica di Daniela Marcheschi, insigne studiosa e critica letteraria coadiuvata da Sara Moscardini, archivista della Casa Museo Giovanni Pascoli.

Magnifiche Presenze illustra e rende attuali i grandi personaggi della cultura internazionale che hanno segnato il futuro dell’arte, della letteratura, della musica e della conoscenza.

Magnifiche Presenze, a cura di Franca Severini, giornalista, editore con ZonaFranca Editrice in Lucca, sarà inaugurata in contemporanea dal 1 giugno prossimo al Vittoriale degli Italiani, e dal 3 giugno alla Casa Museo di Giovanni Pascoli, con la collaborazione fondamentale del Comune di Barga, attuando la creazione di un circuito virtuoso, turistico e culturale, all’avanguardia in Italia con il quale riappropriarsi della bellezza, dell’arte e della cultura del nostro paese.

Franca Severini

Saranno due i cataloghi di Magnifiche Presenze pubblicati da ZonaFranca Editrice, quello fotografico che dà il titolo all’intero progetto che porta la firma di Caterina Salvi Westbrooke con la prefazione del Presidente del Vittoriale degli Italiani prof. Giordano Bruno Guerri e il saggio critico della professoressa Daniela Marcheschi che attualizza e porta nel futuro l’enorme eredità dei due Poeti. Il catalogo dei dipinti di Sandra Rigali, un’esposizione di circa 60 opere che esaltano i temi, le lettere, le relazioni e i documenti che segnano quell’epoca, moderna e antica, in maniera “pop”, reca il saggio introduttivo di Beba Marsano, storica dell’arte e giornalista del Corriere della Sera, capace di cogliere la modernità , l’eleganza e l’innovazione di questa indagine pittorica vivace e sorprendente Continua a leggere

In autunno

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

 

Nuova lettera per Ariele

 

Molti interrogativi,

caro Ariele: l’estate evaporata,

giorni sempre più brevi

e cieli nuvolosi,

con le cronache ancora

non completate,

umori dal sapore autunnale

fanno filtro agli intrecci,

dispensano polveri officinali

su ferite e germogli,

mentre passano alterne

le fasi della luna,

le settimane (tutto

per effetto del tempo:

dall’ultima radice che si spegne

al respiro del figlio del figlio) –

Agosto troppo rapido,

volato su sentieri fra betulle

e radure di muschio,

Delia al mio fianco, Nàyda

insofferente d’ogni guinzaglio,

e non un solo rigo

scritto in quei giorni,

unicamente mosso

timidissimi passi nel buio,

in territori meno familiari

di Polesije e dintorni,

regioni della mente che diresti

sigillate da nebbie

non valicabili –

Un settembre piovoso

come non mai,

fatto apposta per stare a lambiccarsi

sopra il sesso degli angeli,

ansiosi di un riparo

nelle nostre dimore,

offrendo agli idoletti in terracotta

bastoncini d’incenso

per un raggio di sole

o il favore del canto (tutto muto,

scandito in un altrove

che pareva possibile toccare

allungando le dita;

domandando che cosa fosse meglio 

preservare, se i vecchi 

microsolco graffiati,

le edizioni francesi di Li Po

o certe cartoline

dal mondo) –

Trascorso alcuni giorni,

in ottobre, dove il mare lamenta

Didone abbandonata,

e di notte, nel vento dal Grand Erg,

ancora tutte le domande aperte,

i dubbi non risolti,

se gettare alle ortiche

il progetto iniziale

o tenersi aggrappati

a qualche tronco in cerca di un approdo,

affidando messaggi

al rotolo cinese, alle correnti

               (lo stesso smarrimento

               altre volte provato: 

               come stare sull’orlo

               del precipizio, a picco sopra terre

               lussureggianti)

      

 

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In autumn

Foto di Luigi Caricato

[by Alberto Guareschi]

New letter to Ariel

 

Many questions,

Ariel dear:  summer evaporated,

days always getting shorter

and cloudy skies,

still uncompleted

the chronicles,

humours with taste of autumn

sneaking  into the plots,

dispensing medicinal powders

on wounds and buds,

whilst moon phases

and weeks go by

in succession (all being

the effect of time:

from the last root fading off

to the breath of the son’s son) –

August much too fast,

flown off on silver birch paths

and mossy clearings,

Delia on my side,

Nàyda intolerant of any lead,

and  not a single line

written  in those days:

solely moved  very timid steps in the dark,

on grounds less familiar

than Polesije and its outskirts,

and regions of the mind

you would consider

sealed  by fogs too thick

to fade away –

A September so rainy

as never before,

specially dropped down

to rack the brain

over the sex of angels,

eager to find shelter

in our homes

and offer sticks of incense

to small terracotta idols

for a ray of sunlight

or the favour of song  (all dumb,

spelled out In an elsewhere                                           

that seemed reachable

by stretching the fingers out –

wondering  what we should better preserve,

if the old, scratched albums,

Li Po’s French editions 

or certain postcards

from around the world) –

Spent some days, in October,

where the sea mourns

Dido abandoned,

and at nightfall, on the wind from the Grand Erg,

all questions still open,

the doubts unresolved:

whether cast away to nettles

the initial project

or keep clinging

to some log in search of a landing,

committing messages

to the Chinese roll, to the streams

(the same bewilderment

as felt in previous times: 

like staying on the brink

of the abyss, straight up

over luxuriant lands)

 

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Sui viaggi, sull’osservazione dei corpi celesti e altro

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

(…) e molte volte, poi,

ignorando perlopiù quasi tutto,

dovunque andassi,

dei mondi verso i quali

partivo: se coperti

di pianure, di laghi, o se di sabbie,

scaglie laviche, rovi;

ma, prima di ogni viaggio,

sentimenti fra la trepidazione,

l’impazienza e il timore

di lasciare alle spalle,

in cambio di orizzonti imprevedibili,

sponde rassicuranti

su cui muovere i passi (tra sé e sé

sospettava comunque, il signor Egli,

che qualcosa – vuoi l’ago 

di una bussola o altro – 

dirigesse la rotta a terre incognite: 

l’approdo una certezza

ogni nuovo spuntare

dell’alba) –

              a tratti ricordando

le parole che un greco di Alessandria

aveva dedicato a chi, per mare,

messa la prua verso Itaca,

volesse scongiurare

sia l’ira di Nettuno che gli agguati

di Ciclopi e Lestrìgoni:

“Nulla che vi somigli incontrerai

se rimane elevato il tuo pensiero

e se l’anima e il corpo

sfiorano unicamente

emozioni di pura bellezza…”;

poi, nottetempo, in assenza di nubi,

lo sguardo fisso al cielo,

cercando di afferrare

l’astro più luminoso

fra quelli che da sempre

sono il Piccolo Carro (lo strumento

ideale, pensava, a sorvolare

indenne, senza graffi,

Scilla e Cariddi) –

Infine facendo ritorno,

un viaggio dopo l’altro, al buen retiro

da cui prendevo il volo

senza lasciare veramente mai

quella sponda, ogni volta

sorpreso che malgrado le stagioni

nulla fosse mutato

del paesaggio oltre i vetri,

quasi non consistesse,

la patina del tempo,

che in poche secrezioni di lumache

la cui tracce rigavano

i davanzali (forse, presumeva,

il solo e unico viaggio 

era quello compiuto intorno a un astro 

detto Stella Polare 

che spariva per tempi interminabili    

dai suoi occhi, tornando poi a splendere,                              

la durata di un battito di ciglia,    

immenso nello spazio             

delle pupille)              

 

         

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On travels, the observation of heavenly bodies and other

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

 

(…) and then quite often

ignoring more or less

almost everything – regardless

of where I would travel to –

of the worlds I was about to visit:

if covered with plains, lakes

or with sands, lava chips, brambles.

Hence, before each trip,

feelings half of trepidation

half of impatience

and dread of leaving  behind,

in exchange for unpredictable horizons,

reassuring banks

to move my steps on (anyway,

suspected Mr. Himself, something

– whether the needle of a compass 

or else – would direct

his course towards unknown grounds:

the landing being a certainty

at every new break

of dawn) –

At times recalling the words

by a Greek from Alexandria

dedicated to those

who by ship bound to Ithaca

would avert both Neptune’s wrath

and the ambush by Cyclops

and Laestrygones:

“Nothing alike will come across

if your mind stays  lofty

and if body and soul

will only touch emotions

of pure beauty…”.

By night then, in absence of clouds,

eyes fixed on the sky, 

trying to catch its most shining star

among those always part

of the Little Bear

(the ideal instrument,

he thought, to fly harmless,

with no scratches, over

Scylla and Charybdis) –

Finally, coming back

from one trip and the other

to the buen retiro wherefrom I flew off

without ever really leaving

those banks, each time surprised

that in spite on the seasons

nothing had changed

in the scenery beyond the windows,

as if it would consist,

the patina of time,

just in a few  secretions of snails

with traces running over the sills

(perhaps, he presumed,

the only real trip                             

had been around a point in the sky

called “North Star”

that used to disappear for endless ages

from his gaze and then shine again,

no longer than a blink,

immense in the space

of his eyes)                                                         

  

Alberto Guareschi (Parma, 1940) lives in Lucca since almost forty years. As an executive and then director of some state and private industrial groups he has travelled extensively, not only for professional reasons, in various countries and continents, thus enriching the range of his cultural experiences and interests. In 1976 he was among the founders of Pratiche Editrice, a member of its literary board and CEO. As an author he has published three books of poetry: Verso Cipro (Guanda, 1963), Teatrini del signor Egli (Diabasis, 2004, with an  introduction by Roberto Carifi) and Stella polare (Passigli, 2016) where the poems in this issue are included. Notable his activity as an editor and translator, particularly for Guanda that published in 1989 the first Italian edition of the German classic by J. P. Hebel, Tesoretto dell’Amico di casa renano. Guanda published also his selection of F. Hoelderlin’s poetry, L’arcipelago e altre poesie (1965), the translation of Nietzsche’s Ditirambi di Dioniso (1967) and of Hermann Hesse’s novels Nel chiosco di Pressel (introduction by G. Zampa) and Giorni di luglio (1990). By Tony Duvert he has translated Récidive (foreword by Guido D. Bonino, Pratiche Editrice, 1978) and Quando morì Jonathan (Savelli, 1981). Other poetry translations (from Georges Bataille, Sarah Kirsch and H. M. Enzensberger) appeared in the Eighties on “Il Raccoglitore”, bi-monthly cultural magazine of Gazzetta di Parma, and on “Rassegna Lucchese”. In 2008 Diabasis published, based on his project and edited by A. Niero, Balcony and other poems (with an introductory essay by Iosip Brodskij) of the Russian poet and friend Evgenij Rejn.

Chiaroscuro

Laura Liberale

[di Laura Liberale]

Per David 

E poi c’è questa donna.

La prima volta che viene è ancora una ragazza, la ricrescita bionda a sbugiardare il rosso dei capelli, un vestito verde di cotone punteggiato di fiori minuscoli, una camicia nera legata in vita (le maniche arrotolate a scoprire i gomiti), un girocollo d’osso neroblu. Ha poco più di vent’anni ed è innamorata. Dalla sbottonatura anteriore del vestito slancia sul mondo le gambe toniche e abbronzate con l’innocente superbia di bellezza, giovinezza e salute, accecata come ogni ventenne dal proprio sole adolescente, dal riverbero della propria luce. Sta per scrivere cose come la creatura dei tuoi sogni era incontaminata, non violata da limiti e brutture, viveva nel chiaro del desiderio perfetto; la persona reale aveva un passato, era immersa nello scuro delle cose mondane. Ecco allora l’inasprirsi della tua smania d’isolamento: volevi emulare la perfezione del sogno a un ragazzo che presto la chiamerà “il mio accordo minore”, ma intanto arriva all’intersezione di Avenue de la Chapelle e Avenue Latérale du Sud (il Carrefour du Grand Rond in fondo davanti a lei), prende a destra e poi la prima a sinistra, che è Chemin Denon, qui dove stiamo noi, all’undicesima Divisione.

Io e Claire, la mia sposa, la mia donna-uccello dell’ultramondo, la osserviamo avvicinarsi e sorridiamo, una volta di più, a questi giovani, teneri assaggi di assunzione di solennità: lo sguardo che abbandona la mappa cartacea e, individuata con sicurezza la meta, indossa il suo delizioso pathos, il passo che rallenta e illanguidisce. Sì. L’Europa perirà di certo, sterminata dall’eurococco, ma queste ragazze romantiche dalle gambe arieggiate e le chiome bicolori non smetteranno mai di scrivere confessioni e poesie per i loro complicati amori musicisti, né di percorrere l’ombra di questi viali.

Lei non sa che anche noi due, Claire ed io, abbiamo avuto il nostro prezioso ritratto di coppia: ce lo fece il pittore del blu, il pittore degli amanti volanti o dimoranti sulle cime dei tetti e degli alberi, gli amanti camminatori del cielo; il pittore delle bestie mansuete e sorridenti sotto il plenilunio, delle spose senza peso tenute al filo come palloncini. Siamo raffigurati insieme, Claire ed io, rivolti nella stessa direzione, come due busti affiancati su una moneta.

Ma lei non lo sa. Lei ha negli occhi solo quell’altro ritratto: Frédéric al pianoforte, Amantine seduta accanto ad ascoltare e cucire; una tela incompiuta poi tagliata in due, una celebre coppia divisa tanto nella raffigurazione pittorica quanto nella vita. Puro spirito romantico. Claire ed io, invece, non abbiamo subito separazione nemmeno qui dove stiamo adesso. Fragile Ermafrodito\egli rompe ogni legge\Sa forse se è doppio\o se è mezzo? Questo ero, sono io con Claire; una storia d’amore e d’arte, la nostra, che alla ragazza (al suo diario e alle sue poesie) piacerebbe davvero, se solo ci guardasse. Ma Claire ed io sappiamo bene che non è possibile, che lei non può lasciarsi incuriosire da noi, non può interessarsi a noi, non con LUI qui davanti, non con tutti quei fiori ammucchiati e il dolore pietrificato della Musa, non con tutti quei biglietti autografi e quei brandelli di spartiti, non con i vent’anni che lei ha, l’età dell’ubriachezza d’assoluto, l’età della visione abbagliata. Perciò Claire ed io non proviamo afflizione né invidia né fastidio, come non c’infastidiscono tutti quei piedi che calpestano e ancora calpesteranno i nostri nomi per alzarsi un po’ di più verso la Musa addolorata, per vederla meglio (vedere cosa? il miracolo che faccia piangere alla pietra scolpita lacrime vere e musicali?). E LUI, il Polacco, che dice? Non dice nulla, non può farlo, perché il suo cuore è altrove, è a Varsavia in una chiesa il suo cuore, quindi non può fare altro che tacere, essere altro che una carcassa ricolma di notte, ed è quindi tragicomico tutto questo arrivare della gente, questo parlare e sussurrare e pregare guardando la Musa di pietra, questo scalare le altre tombe per innalzarsi a lei, questo lasciare biglietti e spartiti, quando LUI non può ascoltare. Claire ed io, invece, vediamo e ascoltiamo,  lunghi distesi come siamo sotto terra, i nostri cuori aperti ai quattro venti, così prossimi al mistero.  Continua a leggere

Chiaroscuro

Laura Liberale

[by Laura Liberale]

For David 

And then there’s this woman.

The first time she comes she’s still a girl, blonde regrowth betraying her reddish brown hair, a green cotton dress dotted with tiny flowers, a black shirt tied at the waist (with sleeves rolled up past her elbows), and a dark blue bone necklace. She’s just over 20 and in love. Her firm, tanned legs protrude from the unbuttoned slit of her dress with all the innocent pride of beauty, youth and health, blinded like every 20-year-old by her own adolescent sun, by the glare of her own light. She is about to write things like the creature of your dreams was uncontaminated, not violated by limitations and ugliness, living in the light of perfect desire; the real person had a past, immersed in the darkness of worldly things. This is where the heightening of your desire for isolation comes from: you wanted to emulate the perfection of the dream to a boy who is soon to call her “my minor chord,” but in the meantime she comes to the intersection between Avenue de la Chapelle and the Avenue Latérale du Sud (the Carrefour du Grand Rond lying down beyond, ahead of her), she turns right and then takes the first left onto Chemin Denon, here where we are, in the Eleventh Section.

Me and Claire, my bride, my bird-woman from the ultraworld, watch her come closer and smile once more at these young things, tender morsels of solemnity: the gaze that leaves the paper map and, having identified the target with certainty, dons its most exquisite pathos as the step slows to a linger. Yes. Europe will surely perish, wiped out by the Eurococcus, but these romantic girls with their flighty legs and two-tone tresses will never stop writing confessions and poems for their complicated musical beloveds, nor will they stop walking through the shadows of these pathways.

She does not know that we, Claire and I, also had our own precious portrait as a couple: it was painted for us by the blue painter, the painter of flying lovers, those dwelling on roofs and treetops, those lovers who chart the skies; the painter of gentle smiling beasts beneath the full moon, of weightless brides on strings like so many balloons. We are portrayed together, Claire and I, looking in the same direction, like two busts side by side on a coin.

But she doesn’t know that. There is only one portrait in her eyes: Frédéric at the pianoforte, Amantine sitting at his side, sewing: an unfinished canvas, severed in two, a famous couple divided just as much in their pictorial portrayal as in life itself. Pure romantic spirit. Claire and I, on the other hand, have never been subjected to separation, not even here where we are now. Fragile Hermaphrodite\who breaks every law\Does he even know whether he is double \or if he is half? This is what I was and am with Claire; a story of love and art, our own story, which the girl (along with her diaries and poems) would really appreciate if only she would look over to us. But Claire and I know full well that this is not possible, that she cannot let her curiosity get the better of her, she cannot peer our way, not with HIM here, not with all those flowers piled up and the petrified pain of the Muse, not with all those handwritten notes and scraps of musical score, not with her 20 years of age, the age of intoxication with the absolute, the age of dazzled vision. And so Claire and I feel no affliction nor envy nor annoyance, just as we remain unbothered by all those feet that endlessly shuffle over our names only so as to draw a little closer to the pained Muse, to see that little better (to see what? Some miracle that makes the sculpted stone weep real or musical tears?). And HIM, the Pole, what does he have to say for himself? He says nothing – he can’t, for his heart is elsewhere; it’s in Warsaw in a church, and so he can’t do anything but remain silent, nothing but a corpse full of night, and so all this coming and going of people is tragicomic – this speaking and whispering and praying while looking at the stony Muse, this clambering over the other tombs to reach up to it, all this leaving notes and scores – when HE cannot hear. Claire and I, on the other hand, can see and hear, laid out as we are below ground, our hearts laid bare to the elements, so close to the mystery.  Continua a leggere

La dura bellezza

[di Alberto Guareschi]

Su alcuni versi di Benn.

Il dottor Benn,

ex-ufficiale medico,

fece ritorno nel Quarantacinque

dal servizio in caserma

alla vecchia dimora-ambulatorio

della Bozener  Strasse,

ammasso di macerie

nel settore orientale di Berlino.

“L’inverno fu freddissimo,

peggiore della fame”, come scrisse.

“Per giorni e settimane

mai un solo paziente, né parola

con altra anima viva”.

Poeta dal passato controverso,

“respinto e impubblicabile”

tanto all’Ovest che all’Est:

“ma di questo, aggiungeva,

nulla importava veramente più” –

Contava ormai soltanto

(sapeva con chiarezza il signor Egli)

calarsi dentro il ventre

della miniera, estrarre

dalla roccia le sillabe in letargo,

trasformarle in parole,

dare forma alla dura bellezza

della poesia (percorso

irto di insidie, dove buchi neri

e ciclopi rendevano fatale

smarrirsi un solo istante):

ogni giorno, ogni notte

la bussola orientata verso quanto,

al contrario di rose nevi mari,

dura più del diamante,

del tempo

                                                                                                                        Continua a leggere