Arrigo Benedetti. L’ostinazione laica

[di Alberto Marchi]

“I giornali non sono scarpe”: fu, questo, il titolo di un memorabile articolo che Arrigo Benedetti pubblicò nel 1950 in uno dei due maggiori settimanali che egli aveva fondato e diretto, «L’Europeo». I giornali non sono come le scarpe, non sono un bene di consumo al pari di un qualsiasi altro oggetto del mercato: è vero, possono finire al macero, ma qualcosa di loro resterà. C’è espressa, in questo titolo così riuscito, una visione del giornalismo che Arrigo Benedetti praticò in tutto il corso della sua straordinaria esperienza giornalistica e che ha segnato profondamente la storia della stampa italiana nella seconda metà del Novecento. Un giornalismo che non insegue facili successi, che non è fatto solo di articolisti brillanti che usano la realtà come pretesto per lo sfoggio delle proprie abilità o, peggio, per il proprio tornaconto. Ma che persegue, invece, uno scopo che è insieme nobile e quant’altri mai necessario alla convivenza civile: l’ideale di una stampa libera e indipendente, capace di indagare e raccontare la realtà per quell’opera di conoscenza che è essenziale per la formazione di cittadini consapevoli.

Arrigo Benedetti

Tornare alle fonti del magistero benedettiano è così oggi non un mero esercizio retorico, né un nostalgico revivaldi un passato che si suppone “glorioso” di fronte al presente, che spesso ci lascia delusi. Significa invece ripercorrere un itinerario che non fu fatto solo di successi, ma che spesso si dovette scontrare con la durezza della realtà: come quando, nel 1958, la Corte di Appello di Roma condannò Arrigo Benedetti e Manlio Cancogni alla pena di dieci mesi di reclusione senza condizionale (poi fortunamente estinta per amnistia) per aver diffamato la Società Immobiliare negli articoli di una famosissima inchiesta che fu pubblicata dal settimanale «L’Espresso» nel 1955: Capitale corrotta=Nazione infetta. Coloro che avevano disvelato le strutture di un immenso malaffare venivano “puniti” con una condanna che suscitò peraltro vasta indignazione, sia nel mondo politico, a onor del vero, che nella stampa.

Ma riscoprire Benedetti significa anche tornare ad apprezzarne la pluridecennale attività di opinionista: dalla metà degli anni Quaranta fino alla morte, avvenuta precocemente nel 1976, passando per «L’Espresso», la «Stampa», il «Correre della Sera», «Panorama» e «Il Mondo», egli fu infatti uno degli alfieri dell’Italia che si può senz’altro definire laica e civile, difensore strenuo dei principi che fondano una moderna democrazia di stampo liberale: la libertà di coscienza, la tolleranza, l’attenzione costante rivolta a chi nella società occupa gli ultimi posti. È l’impegno di chi rivendicava per sé l’attributo di “laico ostinato”, nel rifiuto di ogni imposizione di confessionalismo e di oscurantismo.

Arrigo Benedetti non trascurò di praticare alcuna forma o genere giornalistico: dall’inchiesta al reportage, dall’articolo di fondo all’elzeviro, di cui rinnovò la forma dando prova di grandi capacità di sintesi. L’inchiesta sulla morte di Salvatore Giuliano, la linea ferma tenuta durante il caso Montesi, la già citata inchiesta Capitale corrotta=nazione infetta, la grande inchiesta sulla mafia in Italia sempre sulle pagine dell’«Espresso», la rottura con Scalfari a suon di editoriali pubblicati nella celebre rubrica “Diario Italiano”, sono solo alcune delle vicende più famose che hanno segnato l’esperienza gioranalistica di questo grande esponente di una stampa libera che faceva dello spirito di indipendenza da ogni potere il sigillo di un’informazione capace di camminare a testa alta nella difficile società contemporanea. Continua a leggere

Albert Camus – Maria Casarès: specimina delle lettere d’amore

[di Maura Del Serra]

Il già affermato Albert Camus (1913-1960) e la giovane, ma ugualmente già famosa attrice spagnola Maria Casarès (1922-1996), si erano incontrati nella Parigi occupata dai nazisti il 6 giugno 1944, giorno dello sbarco americano in Normandia, e innamorati durante le prove del dramma di lui Le Malentendu, nel quale l’affascinante Maria sosteneva la parte di Dora. Separatisi al ritorno della seconda moglie di Camus, Francine Faure, che durante la guerra era rimasta bloccata ad Orano con i due figli ancora piccoli Cathérine e Jean, Albert e Maria si incontrarono di nuovo casualmente sul boulevard Saint-Germain il 6 giugno 1948, e ripresero con più appassionata e matura intensità la loro relazione, che durò fino alla morte precoce di Camus in un incidente automobilistico all’inizio del gennaio 1960. Nel 1949 Maria recitava con stabile éclatalla Comédie Française, prevalentemente in ruoli tragici. Per il cinema recita con Bresson e Carné, e poi con Cocteau e Deville. Camus, reduce dal grande successo de La peste, saggista e giornalista engagéin polemica con Sartre, perennemente inquieto e alla ricerca di quelle che Proust aveva definito «le grandi leggi», oscillava tra dubbi e stoiche certezze, alternando sordi scoraggiamenti ad una «gioia grave», e questa all’esigenza di un auto-superamento ascetico, di chiara ascendenza nietzschiana. Fa di Maria anche la sua confidente letteraria oltre che intima, parlandole delle sue opere (L’Envers et l’Endroit, L’Homme Revolté Actuelles, L’Exil et le Royaume, LaChue, Le premier Homme, il poco acclamato L’État de Siège eLe Justes) e le invia umorosi resoconti diaristici dei suoi viaggi di lavoro, come quello a Londra del 1949 per le repliche di Caligula, del quale le offre un racconto (auto)ironico nella lettera del 17 marzo di quell’anno (si cità dal ricchissimo volume della Correspondencea c. di Béatrice Vaillant, Paris, Gallimard, 2017).


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Oltre le quinte… INTERVISTA CON ELISABETTA SALVATORI

[di Mariapia Frigerio]

È il raccontare la cifra che caratterizza l’attività teatrale di Elisabetta Salvatori, attrice versiliese. Un raccontare che contraddistingue anche questa intervista, in cui trasmette emozioni a chi la ascolta, in modo molto simile a quelle che trasmette alla platea entusiasta e appassionata che da molti anni segue le “sue” storie.

 

         “Teatro in valigia”, “teatro in salotto”: sono due definizioni del tuo far teatro. Me ne vuoi parlare?

Il “teatro in valigia” riguarda solo le favole con cui ho iniziato, mentre il “teatro in salotto” è quello che faccio da sedici anni in casa mia, dove, nello spazio del salotto, ho messo cinquanta seggioline e una pedana davanti al caminetto. Lì propongo molti dei miei spettacoli.

 

Tu fai un teatro che, a seconda dei casi, è stato definito “sacro”, “civile”, “di passioni” riconducibili a personaggi pubblici e privati, a volte sconosciuti. Come mai questi temi?

Per prima cosa vorrei dire che io racconto solo storie vere.

Nello specifico, il caso del sacro è cominciato da un mio desiderio di parlare di una santa.  Volevo che fosse toscana. Non conoscevo tanti santi e la prima che mi è venuta in mente è stata Caterina da Siena.

Nel momento in cui provai il desiderio di narrarne la vita, la Provincia di Pistoia mi chiese di raccontare quella di Beatrice di Pian degli Ontani, poetessa pistoiese dell’800. Mi trovai così indecisa tra dare la precedenza alla mia personale urgenza di parlare di una santa o, invece, come mi chiedevano, di parlare di una poetessa di cui conoscevo pochissimo.

Ho preso così due o tre notizie su Caterina, due o tre su Beatrice, un po’ di biografia dell’una e un po’ dell’altra e, leggendo, ho scoperto che avevano in comune una data, il 25 marzo, in cui, a cinque secoli di distanza, una nasce e l’altra muore. E questa mi è sembrata una bella coincidenza.

Poi, proseguendo nel mio lavoro, sono venuta a conoscenza che erano tutte due analfabete (una poetessa analfabeta è particolare!), tutte e due grandissime comunicatrici. Pensa che Caterina, analfabeta, detta più di trecento lettere. Ma una cosa mi ha folgorata: tutte e due hanno stupito le persone che le hanno incontrate per la loro conoscenza della vita, per la loro saggezza.

Alla domanda: «Chi ti ha insegnato tutto questo, dove l’hai imparato?», Beatrice, che era anche molto ironica, risponde: «Dal libro aperto». Il «libro aperto» è la montagna sull’Appennino pistoiese, sotto la quale c’è il suo paesino, Melo, dove è nata, anche se poi ha vissuto lì vicino, a Pian degli Ontani. Questo «libro aperto» è proprio una montagna che ha tale forma.

Quando cinque secoli prima Caterina viene messa sotto processo e i domenicani la richiamano perché mette inquietudine il suo modo di vivere, di parlare, di esporsi, strano in una donna semplice, nata in una famiglia modesta e alla domanda di chi fosse stato a insegnarle tutto, lei risponde la stessa cosa: «Il libro aperto», riferendosi alle braccia di Cristo stese sulla croce. Il fatto che tutte e due rispondano nello stesso modo mi convinse di quanto avessero in comune le due donne.

Da queste coincidenze nasce il mio primo racconto sul sacro, Piantate in terra come un faggio o una croce. “Faggio” dedicato alla vita di Beatrice – che, fra l’altro, partorisce appoggiata a un faggio – e “croce”, ovviamente, a Caterina. Un incrocio tra poesia e fede.

Girando con questo spettacolo, trovai un sacerdote che mi propose di raccontare la storia di Madeleine Delbrêl, una mistica francese del secolo scorso che io non conoscevo. Lui insistette dandomi della documentazione su di lei. Me ne innamorai ed è così che è nato il mio secondo spettacolo sul sacro, Come gli scambi del treno. Continua a leggere

Il ritorno del “caffè letterario” a Olio Officina Festival

Una ottava edizione tutta incentrata sulla pubblicità, quella di Olio Officina Festival, in programma a Milano, presso il Palazzo delle Stelline, dal 31 gennaio al 2 febbraio 2019. Tema portante: Nostra Signora Pubblicità.

Il grande dibattito si concentra tutto su una questione essenziale: come sia possibile, oggi, comunicare e promuovere una materia prima nobile e preziosa come l’olio extra vergine di oliva andando oltre i consueti messaggi, sviluppando nuove idee, nuove formulazioni, nuove narrazioni, includendo, in questo percorso esplorativo anche gli altri condimenti, oltre all’olio da olive.

L’olio immaginario e l’olio immaginato: un po’ alimento, un po’ condimento; un po’ functional food, un po’ piacere sensoriale. Una materia prima che unisce e non divide, che amalgama, veicola sapori e conferisce profumi piacevoli alle pietanze.

La pubblicità, si sa, muove il mondo e determina anche il successo commerciale di un alimento, imponendolo alle attenzioni dei consumatori di ogni angolo del globo. Proprio per questo a Olio Officina Festival interverranno i grandi maestri, artefici della pubblicità, i titolari delle storiche agenzie, i creativi, gli art director, i copywriter, nonché, a loro supporto, un nutrito gruppo di sociologi, antropologi, letterati, esperti di marketing sensoriale e nuovi media, artisti e visual designer, esperti di semiotica e teorici delle lingue e dei segni, oleologi, nutrizionisti, cuochi, sommelier e molti altri specialisti di svariati settori che si confronteranno sul tema olio e sui molteplici e possibili impieghi.

L’intero Palazzo delle Stelline di Milano – il chiostro e tutte le sale, da giovedì 31 gennaio a sabato 2 febbraio 2019 – diventerà un edificio “oliocentrico”, ospitando mostre d’arte e spettacoli, performance artistiche, una libreria e un caffè letterario, oltre alle sale di assaggio dedicate (per degustazioni guidate di oli, olive e finger food), nonché conferenze, talk show e seminari di approfondimento.

Alcune sale sono destinate a un pubblico professionale, altre sale a un pubblico amatoriale, appassionato del buon cibo e che vuole confrontarsi con le produzioni olearie italiane e del resto del mondo. Sono infine previsti due annulli filatelici di Poste Italiane, riservati ai collezionisti, nonché uno spazio di approfondimento incentrato sul packaging e il visual design, oltre a molte altre sorprese, come è ormai tradizione del festival, stimolare nuove visioni e stupire, partendo da una materia prima qual è l’olio extra vergine di oliva, fino a ieri ignorata e utilizzata solo per abitudine, ma non ancora del tutto compresa e apprezzata. Continua a leggere

Oltre le quinte… INTERVISTA CON GRAZIELLA PORTA

[di Mariapia Frigerio]

Difficile fare ordine nel fiume di parole e nella verve dell’eterna ragazza Graziella Porta, ballerina, attrice, cantante, e nel mondo dei suoi ricordi che la commuovono e che commuovono chi la ascolta. Uno spaccato del pianeta dello spettacolo con tanti nomi famosi, tanti episodi, tanti incontri descritti con ironia garbata.

Ci proveremo.

 

         Tu nasci ballerina. Come hai iniziato?

Fin da bambina adoravo ballare: spaccavo le scarpe, ero sempre sulle punte.

Ho sicuramente preso da mia madre che mi ha costantemente aiutata, forse perché riversava su di me quello che avrebbe voluto fare lei.

Mia madre aveva inoltre una voce bellissima: magari l’avessi ereditata! Era proprio “sopranina”, ma da Felizzano fare 15 km per andare in Alessandria a studiare canto sarebbe stato, al suo tempo, un disonore: mia madre era del ’15, figurati!

Io sono nata per caso a Viguzzolo (Tortona) sotto le bombe dei tedeschi, poi siamo sfollati a Desio, e nel ’50 siamo arrivati a Milano dove i miei avevano comprato un appartamentino, come usava allora, con le rate.

Ho fatto la prima e seconda elementare a Desio. Dalla terza in poi, invece, a Milano.

Un giorno venne nella mia scuola un’insegnante della Scala, Anna Maria Bruno, a chiedere se qualche alunna volesse studiare danza. Tornai a casa felice. Nella mia famiglia mia madre fu l’unica entusiasta.

«La ballerina?!». Per mio padre fu un vero scandalo. Senza contare che non c’erano tutte queste entrate. Ma mia madre disse: «Ci penso io!».

La maestra si entusiasmò. Devo precisare che non sono mai stata un genere di ballerina tradizionale. Ero come un grillo, saltavo.

Non ero come la Fracci: ero un maschiaccio, ero ballerina di salto, di carattere, spiritosa, molto brillante. Ero specializzata in intreccio a quattro. Saltavo pin pin come un ping pong.

Dopo un anno in cui lei mi insegnò alle elementari, alla fine della terza andai io alla sua scuola in via Castel Morrone. Era una scuola costosa, ma io le davo lustro, perché la Bruno mi vedeva promettente. Così mi fece dello sconto: aveva capito che in me c’era la stoffa della professionista e che la danza, a differenza delle altre bambine, non la vivevo come un hobby.

E fu sempre lei a consigliarmi di andare, alle medie, alla Scala.

Graziella Porta a Lucca

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Neve pensata

Solo visione, solo tempo” scrive Amedeo Anelli, come per farci capire il suo modo di creazione: lui osserva la natura, i campi, gli alberi, un pettirosso, i gatti, le farfalle

[di Irène Duboeuf]

Avevo apprezzato la poesia di Amedeo Anelli nel 2016 con l’antologia di Paolo Febbraro Poesia d’oggi, un’antologia italiana(elliot edizioni) poi dopo con l’Antologia di poeti contemporanei di Daniela Marcheschi (Ugo Mursia editore 2017). Una poesia che non si può dimenticare.  Perciò ho letto con grande piacerequestaraccolta che si apre e si chiude con l’immagine di un paesaggio di neve che non viene nominato, (eccetto l’indicazione di Villa Barni e diMelegnanello): basta la presenza dei pioppi, degli argini, della nebbia e dei treni per creare l’ambiente appropriato alla Pianura Padana. Un paesaggio in cui tutti i sensi sono sollecitati.

Neve pensata è una raccolta che ci parla anche del tempo, che viene considerato nel suo doppio significato:

1) come un fenomeno atmosferico. Le stagioni, i fenomeni meteorologici (siamo d’inverno, c’è la neve, il freddo, il gelo, la pioggia, la nebbia)

 

2) come un fenomeno cronologico: da una parte la scansioneciclica e periodica, il tempo della musica, presente nel fondo come pure nella forma (con il ritmo – accentuato nella poesia dalle ripetizioni ed i suoni, e silenzi  (Elogio del silenzio p.49,  Luoghi del silenzio p.69 da l’altra parte lo scorrere del tempo “Non c’è più tempo”(p.15 )  Non tornerà più (p. 11), Gli invisibili (p.5),Notenbuchlein (p.43)Bellissima l’ultima poesia nella quale il poeta allude ad un ricordo lontano, che fa pensare ad un ricordo d’infanzia. 

Solo visione, solo tempo” scrive Amedeo Anelli, come per farci capire il suo modo di creazione: lui osserva la natura, i campi, gli alberi, un pettirosso, i gatti, le farfalle ecc. (da notare che, anche se il tema sia la neve, ci sono molti colori) ma, più che altro, sono i suoni e soprattutto i silenzi che nutriscono il suo sentire che poi scrive sulla pagina bianca della neve. Suoni e silenzi anche delle parole come se la dimensione musicale dei suoi versi fosse il modo giusto per restituire la visione iniziale.  Lo dice lui, la sua poesia è una “musica per gli occhi”.

 I titoli stessi “Notturno”, “toccata”, “offerta musicale” “recitativo” ecc. attestano dell’importanza della musica nella sua opera. Continua a leggere

Il nuovo numero di Kamen’

È stato edito in questi giorni il cinquantaquattresimo numero  (n. 53 giugno 2018) della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’», il numero è dedicato alla memoria di Angelo Genovesi, ed ha le sezioni diFilosofia, Poesia e Letteratura e Giornalismo.

La sezione di Filosofia è dedicata a Angelo Genovesi. Sono pubblicati di Genovesi i saggi Henri Bergson e «Le Rire»eLibertà, natura e cultura nel pensierodi Albert Einstein. La sezione è chiusa da un intervento di Paolo Bussotti In ricordo di Angelo Genovesi. Continua a leggere

Freud o colui che ha dato un senso ai sogni

Freud o l’interpretazione dei sogni di Stefano Massini, regia di Federico Tiezzi al Piccolo Teatro Strehler di Milano

[di Mariapia Frigerio]

«Lo spettacolo, come il testo, è la messa in scena di un racconto di formazione, di un percorso che il protagonista compie in cerca della propria identità». Con queste parole il regista Federico Tiezzi ci introduce il Freud di Stefano Massini che non è solo lo scienziato, ma anche un uomo che fallisce, che sbaglia, che procede per tentativi, che coltiva dubbi e si scontra con i pazienti. Il regista “obbliga” lo spettatore ad avventurarsi nella testa di Freud ed è quindi naturale che questi debba fare i conti con il suo ambiente, un ambiente vivissimo culturalmente, in una Vienna che sa concentrare personalità geniali come forse solo nel Rinascimento a Firenze era accaduto. Bastano a riprova i nomi di Arthur Schnitzler (pure lui medico, oltre che scrittore, che con Freud intrattiene una fitta corrispondenza), dello psichiatra Ludwig Biswanger, del musicista Arnold Schönberg, del pittore Gustav Klimt per continuare con Strauss, von Hofmannsthal, Musil, Kokoschka, Schiele: rappresentanti di quella mitica Austria Felix che, con l’avvento della guerra, s’incrinerà fino a crollare.

Lo spettacolo, che presenta forti tratti cinematografici, è la vera realizzazione di un’opera d’arte totale, con una sceneggiatura molto affine a quella cinematografica, che si sviluppa attraverso diversi setting, l’uno concatenato all’altro.

In ogni caso un Freud, quello di Stefano Massini e di Federico Tiezzi, in cui le sedute di analisi risultano quasi incontri di boxe, un ring dove lo scienziato è visto come un uomo in crisi che “combatte” con i pazienti perché non ha né sa dare risposte, e il loro turbamento è il turbamento che resta in chi assiste a questa messa in scena.

L’interpretazione dei sogni ha per Massini una potente valenza scenica oltre all’importanza che il trattato freudiano ha nel considerare l’essere umano come portatore di contraddizioni, in cui la vita “voluta” è in conflitto con quella “vissuta”, fonte quindi di continue frustrazioni, in cui ognuno di noi è al tempo stesso vittima e carnefice, omicida quotidiano dei propri desideri. Continua a leggere

Letizia Battaglia, tra etica ed estetica

2010 Rielaborazione. Rosaria, Eleonora d’Aragona, Marta

[di Mariapia Frigerio]

Nella fotografia, che sta dilagando in modo abnorme – ora che tutti si sentono indistintamente fotografi e modelli –, l’occhio (nel senso dello sguardo) è fondamentale. È quello che distingue la banalità dello scatto indiscriminato, del mordi e fuggi, del io-fotografo-tutto.

Perché c’è un occhio, quando guardiamo, che non è l’occhio di tutti. C’è una prospettiva, quando osserviamo, che non è la prospettiva di tutti. Ma è un certo occhio che ci fa vedere, è una certa prospettiva che ci fa assaporare. L’occhio di Letizia Battaglia, in più, cattura. E cattura in duplice senso. Cattura immagini in primo luogo e cattura, poi, noi spettatori. Fotografa di fama internazionale, ha usato il bianco e nero (un insuperabile bianco e nero) sia per le foto di denuncia sia per descriverci la sua Palermo tra miseria e nobiltà, fra degrado e splendore. E ancora per ritratti di grandi intellettuali.

Letizia Battaglia, Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati -1972. Courtesy -L’artista

Dacia Maraini

Letizia Battaglia è una reporter, mai una fredda catalogatrice d’immagini.

Questo vale sia quando documenta le stragi della mafia (con le quali è diventata famosa come “fotografa di mafia”) sia quando il suo sguardo si posa sull’infanzia sia, infine, quando ci dà ritratti memorabili.

Le bambine che ritrae nel quartiere Kalsa o alla Cala di Palermo, come la famosa Bambina con il pallone del 1980 o quella che morde un pezzo di pane (Il pane, 1979), sono bambine d’altri tempi, bambine fuori dal tempo come la miseria che rappresentano, che è, appunto, una miseria senza tempo. Una miseria che diviene una categoria filosofica più che il riflesso di un contesto storico. Nel Bambino turco alla lavagna del 1984 continua la sua analisi del mondo dell’infanzia che rimanda a certi fotogrammi di film di Truffaut, all’Antoine Doinel dei 400 colpi: qui, come nel grande cineasta francese, quello che colpisce è la furbizia ingenua di questi piccoli, vittime di un mondo che non sa avere uno sguardo tenero su di loro.

Kalsa pane, 1979

Ma c’è anche, nelle foto della Battaglia, una indiscutibile ricerca di bellezza, come la bellezza dei piedi sporchi, quasi una ripresa precisa della Madonna dei Pellegrini caravaggesca o, ancora, dei piedi lavati ai bambini poveri.

La bellezza permea queste immagini immerse di quotidianità, di quella quotidianità che le rende vive. Ed è difficile non pensare a Pasolini quando guardiamo la foto della coppia che si bacia sulla spiaggia: un “accattone” fiero del suo fisico vestito solo di un piccolo slip che bacia la sua donna il cui fisico, un poco sfatto, è fasciato da gonna e maglietta.  Continua a leggere

Andrea Carraro: Sacrificio

Andrea Carraro

È stata una stagione molto proficua, per la narrativa italiana. Tra i libri tanto attesi del 2017, il nuovo romanzo di Andrea Carraro, Sacrificio, pubblicato per le edizioni Castelvecchi.

Come si legge nella quarta di copertina, al centro della narrazione troviamo “Carolina, una ragazza nel tunnel della droga, e Giorgio, suo padre, editor di una piccola casa editrice romana. Un centro di recupero dal quale la figlia è uscita senza una vera guarigione. La vita che ricomincia come prima, attirata a ogni passo nei vicoli della dipendenza, verso un destino cui niente e nessuno sembra potersi opporre. Solo, impotente, smarrito, Giorgio tenta ogni strada per salvare sua figlia, e in ogni strada, dissestata, sconnessa da una crescente follia, la sua solitudine si fa più profonda, il suo smarrimento più vasto, la sua impotenza più fatale. Cerca rifugio nella fede, e una via di salvezza comincia ad affacciarsi, un’idea di fede oscura, un patto col diavolo…”.

Andrea Carraro, scrittore, è nato a Roma nel 1959. Ha pubblicato i romanzi: A denti stretti (Gremese, 1990), Il branco (Theoria, 1994), diventato un film di Marco Risi, L’erba cattiva (Giunti, 1996), La ragione del più forte (Feltrinelli, 1999), Non c’è più tempo (Rizzoli, 2002) (Premio Mondello), Il sorcio (Gaffi, 2007), Come fratelli (Melville, 2013), Sacrificio (Castelvecchi, 2017) e le poesie narrative Questioni private (Marco Saya, 2013). Ha pubblicato anche due raccolte di racconti, confluite nel volume Tutti i racconti (Melville, 2017).

Riportiamo, per gentile concessione di Castelvecchi Editore, il Prologo del romanzo.

Prologo

La prima volta che vide sua figlia erano le due di notte di una ventina di anni fa, e lei era un meraviglioso putto dentro un lettino della nursery, circondata da altri piccoli che al suo confronto – frignanti e rugosi com’erano – non potevano che sfigurare. Il cesareo l’aveva risparmiata dallo sforzo del parto naturale. Aveva gli occhi aperti e muoveva appena le labbra come un pesciolino. Quando la prese in braccio, tenendole con una mano la testina ricoperta da un velluto di capelli chiarissimi, più sottili della piuma, Carolina si mise a piangere. Allora lui istintivamente le ficcò un dito in bocca e succhiando la neonata si calmò. «Ma sei pazzo, le dai il dito? Qui è tutto sterilizzato!», lo rimproverò sua moglie. L’infermiera invece sorridendo commentò: «Sarà un padre perfetto», e solo allora Giulia, ancora dolorante nel suo letto d’ospedale, smise di guardarlo storto. Dissero che la piccola gli assomigliava, ma questo Giorgio, pur orgoglioso come un qualunque neo-papà del mondo, non riusciva ancora a vederlo, non riusciva a riconoscere qualcosa di se stesso in quella meraviglia miniaturizzata. Qualche mese dopo la piccola si dondolava sulla poltroncina blu della Chicco facendo sbattere rumorosamente al muro della cucina la struttura metallica. Deng, deng, deng. Faceva un baccano del diavolo. A quel tempo produceva tantissima cacca, o almeno questo sembrava a lui, che le puliva continuamente il culetto e le metteva una crema per non farlo arrossare, e solo a quel punto il pannolino schiacciato coi pollici sull’addome. La madre se ne occupava in modo discontinuo per gli impegni in ospedale, e lui quasi le era grato che gli lasciasse quelle incombenze. La notte la stendevano sul fasciatoio verde con gli elefantini azzurri, anch’esso della Chicco, mentre dormiva della grossa e le ficcavano il biberon in bocca, e lei succhiava senza svegliarsi. Era uno spettacolo, Giorgio la copriva di baci sul collo ciccioso e sudaticcio. «E piantala di baciarla con quella barba, vedi come le arrossi le guance!».

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