Paolo Codazzi: Il pittore di ex voto

Ai lettori di Corso Italia 7, proponiamo in lettura il primo capitolo del libro Il pittore di ex voto, che lo scrittore Paolo Codazzi ha pubblicato per Tullio Pironti editore.

Nato a Firenze, dove vive, Paolo Codazzi è poeta e narratore. Ha pubblicato libri di poesia, romanzi e raccolte di racconti. Fondatore della rivista culturale Stazione di Posta e del Premio Letterario Chianti, collabora con quotidiani e periodici. Studioso di storia antica e etruscologia, in particolare ha tenuto conferenze su argomenti riferiti alle sue ricerche.

Per quanto concerne la narrativa ha pubblicato i romanzi Caterina (Amadeus 1992), Il cane con la cravatta (Mobydick 2000), Il destino delle nuvole (Mobydick 2007), La farfalla asimmetrica (Tullio Pironti editore, 2014), Il pittore di ex voto (Tullio Pironti editore 2017); e le raccolte di racconti Nei mattatoi comunali (Solfanelli 1997), Segreteria del caos (Mobydick (2003).

IL CAPITOLO IN LETTURA

 

Un inizio è necessario per il raggiungimento di qualunque fine… (che poi è un altro inizio).

 

Nutrito come il baco nella mela tarlata dalle sue ricorrenti meditazioni, assai frequenti in quel periodo, quasi una possessione, peraltro non la prima per analoghe indagini, rifletteva sulla natura dei numeri primi tramite una furia di carta sulla quale aveva stampato una sequenza programmata dal computer elencando numeri fino ad una cifra che per scriverla in lettere occorrerebbero diverse pagine; e adottando poi per puro erotismo intellettuale, assecondato da ludica frenesia, il noto crivello di Eratostene, consistente nella notazione di tutti i numeri che primi non sono, ossia quelli ottenibili mediante prodotto di due numeri più piccoli, individuato, isolandoli, i numeri primi contenuti nella successione dopodiché, emulando molti studiosi e appassionati di matematica tentato, ovviamente senza riuscirci, di svestire un canone che ne regolasse la sequenza: con lo stesso scrupolo di un meteorologo impaziente di prevedere forme, dimensioni e spostamenti delle nuvole nel loro più o meno rapido addensarsi in compatte transumanze, nel dissolversi in isolate fughe di cirri e vapori dispersi dal vento, oppure svanire in smarriti ed evanescenti nembi sfilacciati dalle correnti, e i travestimenti di robusti cumuli nel ritrarre la realtà sorvegliata come guardiani del cielo, prospettiva necessaria a ogni richiamo alle forze segrete della natura, ai misteri che da sempre meravigliano i passivi osservatori delle quinte celesti.

Sedotto, (e la seduzione era per lui beneficio che accidentalmente riguardava le donne con le quali i rapporti rasentavano l’indifferenza, o forse era una repressione al suo modo di essere che non lo smerigliava attraente non avendo mai ammaestrato  convenienti comportamenti comuni in tutto il regno animale) abbeverandosi con devozione maniacale di dettagli e scarne informazioni biografiche su Eratostene, di Cirene in Nordafrica, vissuto nel terzo secolo avanti Cristo e frequentatore di alcune scuole ateniesi, di qualche anno più giovane del celebrato Archimede, considerato oggi uno degli intellettuali più versatili della sua epoca: erudito enciclopedico, competente in molte aree del sapere, dalla critica letteraria e dalla poesia alla geografia e alla matematica; scrisse di storia, mitologia, astronomia, matematica, geografia e cartografia, definendosi filologo, nel senso di amante della cultura, dando così inizio all’uso del termine, ma si sosteneva che in nessuna di queste materie avesse raggiunto l’eccellenza, dimodochè i suoi colleghi lo soprannominavano Beta, seconda lettera dell’alfabeto,  a significare che egli era il secondo in tutto. Nonostante questo la reputazione del suo eclettismo fu molto apprezzata tanto che il re d’Egitto, Tolomeo I Sotere, lo invitò a istruire il figlio Filadelfo, che ereditando il regno alla morte del padre  lo nominò direttore, succedendo a Zenodoto di Efeso e Apollonio Rodio, della mitica biblioteca d’Alessandria,  da egli programmata, per la prima volta nella storia dell’umanità, in ordine alfabetico per autore.

A dispetto del  sarcasmo dei dotti contemporanei  tuttavia Beta eseguì la prima misurazione nota delle dimensioni della terra, obbedendo a strumenti molto semplici: l’ombra proiettata dallo gnomone di una meridiana e  la determinazione della circonferenza terrestre fu così ingegnosa, e quasi esatta, che sarebbe stata citata e ripetuta con ammirazione per molti secoli, fino alla celebre definizione riguardo la specializzazione di cui evidentemente Eratostene non era praticante, che essa riducendo progressivamente il campo d’indagine alla fine risolve con l’occuparsi del nulla. Ma soprattutto era stato un disperso frammento di Eratostene, ritrovato da uno studioso tedesco, che aveva sorpreso Fulvio per come a distanza di molti secoli anch’egli, e senza  conoscere il frammento,  fosse arrivato a identiche conclusioni: e cioè, sorreggeva il senso della breve e incompleta testimonianza, che ogni numero primo corrisponda ad un essere pensante mescolato a caso nella infinità dei numeri che pensanti non sono il cui destino, questa era una considerazione di Fulvio, sfugge a ogni e qualsiasi comprensione logica.

Svagato in queste elucubrazioni, aspiranti a convertire i suoi pensieri in improbabili nimbi costretti a forme logiche nel tentativo velleitario di dare spiegazione al tutto, si voltò verso la città lentamente svelata dal pigro arrancare della funicolare ma nonostante ciò il mare, dilatato nella vastità dell’azzurro oltre gli edifici affrettati sulla linea di costa, ne riduceva poco a poco i contorni. Quella distesa d’acqua rilucente ai lunghi raggi invernali del sole, appena sbavata di rade onde sfiancate d’improvviso in grappoli schiumosi contro le diffuse scogliere emergenti da ondulati tappeti di alghe sui quali, rammentò Fulvio, simulava soffici tuffi che non avrebbe mai rischiato in mare. Davanti, lo stretto, inerpicato tracciato, dritto nella scura cicatrice metallica, ormai del tutto serrato da più o meno recenti villette e giardini recintati i cui rami invadenti carezzavano i vagoncini opponendosi con il pettegolezzo del fogliame al chiasso di cupi ritmi intrusi nell’antica sobrietà degli interni da apparecchiature di filodiffusione e all’aggressivo abbaiare di alcuni cani in corsa al seguito della funicolare fino al limite della proprietà protetta, in certi casi qualificando l’indole dei proprietari dalle numerose bandiere della pace in balia della brezza; più in alto già incombeva il campanile del Santuario molestato nella solitaria ascesa al cielo da alcune moderne antenne proliferate sui tetti del borgo rampicante intorno al luogo sacro ammuragliato sulla dura ossatura della montagna  rivestita del manto selvoso strappato qua e là da aguzze rocce abbagliate d’argento dalle fronde degli sparsi ulivi selvatici dominati dalle cupe ombre di nereggianti cipressi.

Quel paesaggio era a lui noto, tuttavia le ostinate sedimentazioni stratificate nel letto glaciale della mente dall’invadenza degli anni, dalle periodiche manipolazioni selettive proprie di ogni revisione unilaterale, docilmente arate eludendo confronti con cose e persone, fiaccando la memoria nel vacuo tentativo di ammettere un significato a quanto ci circonda, non gli consentirono un immediato riconoscimento nei molti modificati particolari ma, così avvampato dall’alto, riacquistò subito simpatia con le sue retine, con i sensi, evocando le immagini allorquando incolonnati due per due salivano, scarpinando per i sentieri incisi nel folto della macchia mediterranea, spontanea alla terra grassa e rossa di quelle colline, ombreggiata da sparsi e irregolari boschetti di pini, avviandosi oltre i campi coltivati rinserrati alle colline e costeggiati dalla strada sterrata, affiancata alla ferrovia, che conduceva al collegio: improvvisa e polverosa da un passaggio a livello tra le case del paese verso il quale, la domenica, scrutavano impazienti lo spuntare di un familiare in visita. E gli equilibrismi della gioia sospesa al cappio delle attese fino al sicuro riconoscimento, o allo sgomento per non distinguere sorrisi amati, infine mitigati nella diffusa serenità dei nuclei familiari presenti contagiosa anche per i ragazzi orfani per un giorno, nei confronti dei quali gli adulti calmavano la delusione con le ragioni delle assenze rassicurando con notizie dei genitori e, talvolta, con l’incerta promessa di una visita per la settimana successiva.

Non è facile immaginare, privi dello sconforto di esperienze dirette, l’insorgere prepotente della nostalgia per gli affetti, simile a un temporale che monti la furia nell’invisibilità dell’atmosfera scaricandosi poi a terra in bagliori di energia con violenza cieca e incontrollata, alla quale alcuna sicurezza affermata oppone resistenza schiantandosi come tronchi e rami abbandonati nella fanghiglia dei rivoli saturi di terra che scorrono nelle ferite del suolo quando la quiete luce placa la tempesta. Malinconia per l’assenza di persone e luoghi abitualmente frequentati: i gorgheggi sgraziati del fornaio a disturbare il sonno, il postino temuto come messaggero di sventure, il carro dei pompieri con la lamentosa sirena, alberi che hai sorpreso crescere nella progressiva difficoltà a salirci, facciate di edifici maculate di imprevedibili tatuaggi marchiati dalle impronte di palloni bagnati di pioggia, e come d’improvviso s’avventi l’inquietudine squarciando il velo di relativa serenità di un ragazzo allontanato da casa, dilaniando con strappi d’umore la forzata assuefazione a luoghi, ambienti e persone, quantunque per la maggior parte coetanei con stessi desideri, identiche aspirazioni. Quando il reclamo dei sentimenti, ritenuti traditi per una mancata visita, gonfia una vescica di lacrime rischiando il disperato pianto alla presenza esposta di altri affetti, quando la tollerata detenzione di una comunità di adolescenti dai cedui caratteri è bruscamente infranta dal contatto di alcuni familiari relegando di fatto gli altri in una condizione di isolamento, dimenticata nella comunanza della costrizione, ma che fulminea riaffiora crudelmente piegando ogni prospettiva futura alla sua invadenza, al terrore con cui usurpa ogni altra e qualsiasi emozione. Invidiare gli abbracci, le carezze e i baci delle madri, ascoltare le raccomandazioni pregne di affetto dei padri che tra le mura domestiche possono talvolta infastidire, faceva percepire l’essenza della solitudine per quanto magari la settimana successiva le parti si sarebbero invertite e coloro che una domenica godevano al calore dei propri cari sovente, la domenica successiva, erano osservatori delusi delle esibizioni affettuose degli altri.

Per Fulvio il debutto di tutte queste trepidazioni era rappresentato dal semplice rito delle madri che dischiudevano, nel piazzale racchiuso tra i padiglioni gremiti di parenti e ragazzi, le borse da viaggio sformate dal peso svuotandole di oggetti personali per i figli: biancheria e abiti di ricambio, dolciumi, libri e giornaletti, balocchi;  insomma, un simulacro della propria identità domestica si ricongiungeva con i ragazzi rasserenando il tempo nell’attesa della visita successiva, e subirlo nella rappresentazione degli altri senza esserne partecipe era per lui l’inizio di un’inquietudine che lo avrebbe accompagnato fino a sera, quando nella rumorosa solitudine del refettorio affollato di coetanei la pertinenza di quel luogo recuperava il suo imparziale senso.

Figlio naturale di una donna livornese e di un marinaio americano, e sulla vera natura dei genitori e del loro rapporto nonostante la solidale affettuosità della comunità svolazzavano indiscrezioni, Thomas non subiva affatto questa altalena di emozioni domenicali in quanto la madre, confidava, era deceduta mettendolo al mondo, sebbene qualche malalingua di paese pettegolava che fosse una delle inservienti occupate nel collegio sbarazzatasi del figlio illegale, secondo un concetto antico di legalità, ma al tempo stesso desiderasse stargli vicino e sorvegliarne la crescita in un ambiente protetto dalla solidale aggregazione di affetti spontanea a tutta la comunità segregata in quel luogo. Il padre, militare statunitense, era ritornato negli Stati Uniti, a Denver in Colorado, per badare la vecchiaia dei propri genitori e dal quale poche erano ormai le notizie che giungevano al figlio, riassunte generalmente nella promessa di un imminente ritorno, che Thomas si affrettava a rendere pubbliche agli amici come episodi orali di un antico poema epico, quasi percependo la necessità di modellare  ed affermare la propria identità, a quell’età per ogni adolescente vincolata fatalmente alla famiglia, intuendo la diffidenza per quanto bonaria nei riguardi dell’incerto colore della sua pelle. E anche sull’indole del padre molte erano le indiscrezioni filtrate dalle ulteriori maldicenze di fornitori che solitamente straparlavano in allegria imbottiti di ciarle  durante i quotidiani approvvigionamenti di generi alimentari al collegio, per quanto si trattasse di spezzoni di discorso o di colorati aggettivi di regola incamminati alla considerazione che di figli, quel sergente di stanza per alcuni mesi alla base di Tombolo, ne avesse dispersi in città più di uno aggiungendoli, ribadivano con volgare schiettezza, ai molti mulatti figli di troia presenti in città: crudeli malignità assai lontane dalla capacità e disposizione interpretativa dei compagni per i quali la verità era senza alcun dubbio quanto affermato da Thomas, nei cui confronti nutrivano un grande e istintivo sentimento, avvicinandosi emotivamente alla instabilità della sua condizione, per quanto non del tutto compresa, e comparandola con la loro realtà di ragazzi, che pur nell’allontanamento da casa e dai vari motivi all’origine di ogni singola presenza in quel luogo, nonché in diversi casi provati dalle turbolenze presenti tra le pareti domestiche, tuttavia intuivano quanto infine gli affetti primari fossero un rifugio sicuro nel quale ristorare delusioni e contrarietà della vita aggrappandosi emotivamente all’idea di famiglia propagata come condizione necessaria nella società del tempo ancora ben impregnata di sostanze religiose da sempre sostenitrici del consolidamento in sani nuclei abilitati alla convivenza secondo i sacramenti della liturgia: ammaestramenti che lentamente in progressione, fino ai nostri giorni, hanno quasi del tutto deluso il loro obbiettivo per effetto di un latente egoismo umano riscoperto dal presunto benessere e che è stato uno dei motivi, se non l’unico, dell’insano deterioramento dell’idea di famiglia e il ritorno, o la metamorfosi, in inedite tribù conglobanti diverse dolorose esperienze matrimoniali secondo i sacramenti religiosi.

Dunque la domenica era per Thomas il giorno peggiore della settimana, nel quale sperava che qualcuno dei suoi amici, tra i quali era il più grande essendo ospite senza soluzione di continuità già dai quattro anni fino agli undici dell’epoca, informavano le chiacchiere per quanto smentite dai suoi resoconti che affermavano di essere in convitto da soli due anni, non ricevesse visite per allestire il gruppo di isolati con i quali organizzare ludici passatempi che in quelle giornate gli altri non desideravano condividere distratti tra gli abbracci e le carezze dei parenti.

E nonostante tutto questo, o forse solo per questo, Thomas era riferimento per molti compagni di collegio, essendosi nel tempo ingegnato a escogitare e padroneggiare le attività che avrebbero ingravidato le lunghe ore domenicali distraendo i delusi e indennizzando quel tempo con la vivacità delle sue ricreative invenzioni e quest’attenzione, questo essere sempre e comunque un faro illuminato verso il panico della memoria dei compagni amareggiati, lo ripagava delle difficoltà che percepiva nella sua condizione, peraltro in molto identica a quella degli altri, ma svelandosi unica e solo sua al limite del confine del collegio, perimetrato da una rete metallica colorata di verde, oltre il quale egli era estraneo in una realtà sociale premurosamente tollerante ma sovente impreparata verso le dissonanze, spesso avvicinate priva di convinzione ma solo con affannosa disposizione congiunta a bontà d’animo, protezione, beneficienza: un mondo che lo soccorreva senza rinunciare alla primaria discriminante, quasi una stigma, di non nascondere che tutto questo si determinava per il colore della sua pelle, per la sua precaria condizione familiare, e nessun allenamento di un cristianesimo pedantemente osservato conduceva ad un riconoscimento totale e indiscriminato ingabbiandolo, nella sua acerba consapevolezza, sempre più in se stesso come in un guscio di lumaca, numero primo disperso nell’infinita sequenza dei numeri.

L’enigma da tavolo, vagamente matematico, con il quale  Thomas sbalordiva gli amici e Fulvio ricordò quanto lo coinvolse il gioco la prima domenica di soggiorno a Casa Firenze, anche lui raccolto nel gruppo degli isolati dagli affetti familiari, e che l’amico riusciva a srotolare con sapiente e sperimentata atmosfera  intestando un cappello da mago Merlino,  divertendo  gli altri pur nel sospetto che non fosse farina del suo sacco, consisteva nel dover scegliere un numero da una tabella di cartone rivestita suggestivamente nel dorso di velluto rosso, nella quale vi era una sequenza di numeri formati tra tre cifre in un rituale fantastico e magico sapientemente orchestrato da Thomas. Il numero scelto doveva essere capovolto, ad esempio il primo numero scelto da Fulvio che ricordava benissimo fu 641, che andava capovolto formando un altro numero, nel caso 146: si doveva sottrarre il minore ottenuto dal maggiore e si otteneva 495, e anche questo numero andava invertito in 594, infine addizionando il numero così ottenuto al numero precedente si otteneva 1089, che era sempre il risultato finale del procedimento qualunque numero si fosse scelto inizialmente.

Quello stesso pomeriggio domenicale, mentre altri ragazzi si erano incollati agli adulti nell’ascolto delle radiocronache calcistiche, a richiesta dei compagni ai quali aveva riferito di quanto narratogli da Francesco durante il viaggio in treno, Fulvio riportò con accorata partecipazione emotiva l’epopea della mitica gara ferroviaria svoltasi nel 1829 a Rainhill in Inghilterra, in un circuito, ferrato per l’occasione, di 90 chilometri, per l’assegnazione della commessa relativa all’acquisto di locomotive da impiegare nella nuova linea ferroviaria Liverpool-Manchester, prima tratta europea in assoluto a doppio binario, e vinta dai fratelli Robert e George Stephenson, di cui conoscevano le gesta dai libri di storia, su altri quattro concorrenti raggiungendo la velocità, e qui tutti si misero a ridere, di 52 chilometri all’ora.

Adesso l’ormai fatiscente fabbricato che un tempo incoraggiava le svagate aspirazioni di una comunità di adolescenti, quel piazzale raccolto in un perimetro di magri alberi di diospero dove il rito delle visite domenicali si concludeva nel congedo serale tra lacrime, abbracci e raccomandazioni, è occupato da immigrati più o meno clandestini i cui variopinti bucati, del tutto simili a quelli esposti nei casolari di Antignano oltre la ferrovia, svolazzano gioiosi ad ogni passaggio di treno nella stretta gola otturata dai binari, dalla nuova autostrada e dalla vecchia Aurelia, liberando l’impallidita ma ancora leggibile scritta, Casa Firenze, che denominava il convitto di soggiorno per ragazzi, sotto alla quale un recente cartello motiva l’occupazione dei locali da parte di simpatizzanti di un movimento politico in difesa della causa dei senza casa, contro la proposta avanzata dall’amministrazione comunale di trasformazione in piccoli appartamenti per uso saltuario di villeggianti nei mesi estivi, sul quale qualcuno ha aggiunto la scritta, “ Antignano ridente località di cisposi e  piagnucolosi abitanti”.

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