Chiaroscuro

Laura Liberale

[di Laura Liberale]

Per David 

E poi c’è questa donna.

La prima volta che viene è ancora una ragazza, la ricrescita bionda a sbugiardare il rosso dei capelli, un vestito verde di cotone punteggiato di fiori minuscoli, una camicia nera legata in vita (le maniche arrotolate a scoprire i gomiti), un girocollo d’osso neroblu. Ha poco più di vent’anni ed è innamorata. Dalla sbottonatura anteriore del vestito slancia sul mondo le gambe toniche e abbronzate con l’innocente superbia di bellezza, giovinezza e salute, accecata come ogni ventenne dal proprio sole adolescente, dal riverbero della propria luce. Sta per scrivere cose come la creatura dei tuoi sogni era incontaminata, non violata da limiti e brutture, viveva nel chiaro del desiderio perfetto; la persona reale aveva un passato, era immersa nello scuro delle cose mondane. Ecco allora l’inasprirsi della tua smania d’isolamento: volevi emulare la perfezione del sogno a un ragazzo che presto la chiamerà “il mio accordo minore”, ma intanto arriva all’intersezione di Avenue de la Chapelle e Avenue Latérale du Sud (il Carrefour du Grand Rond in fondo davanti a lei), prende a destra e poi la prima a sinistra, che è Chemin Denon, qui dove stiamo noi, all’undicesima Divisione.

Io e Claire, la mia sposa, la mia donna-uccello dell’ultramondo, la osserviamo avvicinarsi e sorridiamo, una volta di più, a questi giovani, teneri assaggi di assunzione di solennità: lo sguardo che abbandona la mappa cartacea e, individuata con sicurezza la meta, indossa il suo delizioso pathos, il passo che rallenta e illanguidisce. Sì. L’Europa perirà di certo, sterminata dall’eurococco, ma queste ragazze romantiche dalle gambe arieggiate e le chiome bicolori non smetteranno mai di scrivere confessioni e poesie per i loro complicati amori musicisti, né di percorrere l’ombra di questi viali.

Lei non sa che anche noi due, Claire ed io, abbiamo avuto il nostro prezioso ritratto di coppia: ce lo fece il pittore del blu, il pittore degli amanti volanti o dimoranti sulle cime dei tetti e degli alberi, gli amanti camminatori del cielo; il pittore delle bestie mansuete e sorridenti sotto il plenilunio, delle spose senza peso tenute al filo come palloncini. Siamo raffigurati insieme, Claire ed io, rivolti nella stessa direzione, come due busti affiancati su una moneta.

Ma lei non lo sa. Lei ha negli occhi solo quell’altro ritratto: Frédéric al pianoforte, Amantine seduta accanto ad ascoltare e cucire; una tela incompiuta poi tagliata in due, una celebre coppia divisa tanto nella raffigurazione pittorica quanto nella vita. Puro spirito romantico. Claire ed io, invece, non abbiamo subito separazione nemmeno qui dove stiamo adesso. Fragile Ermafrodito\egli rompe ogni legge\Sa forse se è doppio\o se è mezzo? Questo ero, sono io con Claire; una storia d’amore e d’arte, la nostra, che alla ragazza (al suo diario e alle sue poesie) piacerebbe davvero, se solo ci guardasse. Ma Claire ed io sappiamo bene che non è possibile, che lei non può lasciarsi incuriosire da noi, non può interessarsi a noi, non con LUI qui davanti, non con tutti quei fiori ammucchiati e il dolore pietrificato della Musa, non con tutti quei biglietti autografi e quei brandelli di spartiti, non con i vent’anni che lei ha, l’età dell’ubriachezza d’assoluto, l’età della visione abbagliata. Perciò Claire ed io non proviamo afflizione né invidia né fastidio, come non c’infastidiscono tutti quei piedi che calpestano e ancora calpesteranno i nostri nomi per alzarsi un po’ di più verso la Musa addolorata, per vederla meglio (vedere cosa? il miracolo che faccia piangere alla pietra scolpita lacrime vere e musicali?). E LUI, il Polacco, che dice? Non dice nulla, non può farlo, perché il suo cuore è altrove, è a Varsavia in una chiesa il suo cuore, quindi non può fare altro che tacere, essere altro che una carcassa ricolma di notte, ed è quindi tragicomico tutto questo arrivare della gente, questo parlare e sussurrare e pregare guardando la Musa di pietra, questo scalare le altre tombe per innalzarsi a lei, questo lasciare biglietti e spartiti, quando LUI non può ascoltare. Claire ed io, invece, vediamo e ascoltiamo,  lunghi distesi come siamo sotto terra, i nostri cuori aperti ai quattro venti, così prossimi al mistero.  Continua a leggere

Chiaroscuro

Laura Liberale

[by Laura Liberale]

For David 

And then there’s this woman.

The first time she comes she’s still a girl, blonde regrowth betraying her reddish brown hair, a green cotton dress dotted with tiny flowers, a black shirt tied at the waist (with sleeves rolled up past her elbows), and a dark blue bone necklace. She’s just over 20 and in love. Her firm, tanned legs protrude from the unbuttoned slit of her dress with all the innocent pride of beauty, youth and health, blinded like every 20-year-old by her own adolescent sun, by the glare of her own light. She is about to write things like the creature of your dreams was uncontaminated, not violated by limitations and ugliness, living in the light of perfect desire; the real person had a past, immersed in the darkness of worldly things. This is where the heightening of your desire for isolation comes from: you wanted to emulate the perfection of the dream to a boy who is soon to call her “my minor chord,” but in the meantime she comes to the intersection between Avenue de la Chapelle and the Avenue Latérale du Sud (the Carrefour du Grand Rond lying down beyond, ahead of her), she turns right and then takes the first left onto Chemin Denon, here where we are, in the Eleventh Section.

Me and Claire, my bride, my bird-woman from the ultraworld, watch her come closer and smile once more at these young things, tender morsels of solemnity: the gaze that leaves the paper map and, having identified the target with certainty, dons its most exquisite pathos as the step slows to a linger. Yes. Europe will surely perish, wiped out by the Eurococcus, but these romantic girls with their flighty legs and two-tone tresses will never stop writing confessions and poems for their complicated musical beloveds, nor will they stop walking through the shadows of these pathways.

She does not know that we, Claire and I, also had our own precious portrait as a couple: it was painted for us by the blue painter, the painter of flying lovers, those dwelling on roofs and treetops, those lovers who chart the skies; the painter of gentle smiling beasts beneath the full moon, of weightless brides on strings like so many balloons. We are portrayed together, Claire and I, looking in the same direction, like two busts side by side on a coin.

But she doesn’t know that. There is only one portrait in her eyes: Frédéric at the pianoforte, Amantine sitting at his side, sewing: an unfinished canvas, severed in two, a famous couple divided just as much in their pictorial portrayal as in life itself. Pure romantic spirit. Claire and I, on the other hand, have never been subjected to separation, not even here where we are now. Fragile Hermaphrodite\who breaks every law\Does he even know whether he is double \or if he is half? This is what I was and am with Claire; a story of love and art, our own story, which the girl (along with her diaries and poems) would really appreciate if only she would look over to us. But Claire and I know full well that this is not possible, that she cannot let her curiosity get the better of her, she cannot peer our way, not with HIM here, not with all those flowers piled up and the petrified pain of the Muse, not with all those handwritten notes and scraps of musical score, not with her 20 years of age, the age of intoxication with the absolute, the age of dazzled vision. And so Claire and I feel no affliction nor envy nor annoyance, just as we remain unbothered by all those feet that endlessly shuffle over our names only so as to draw a little closer to the pained Muse, to see that little better (to see what? Some miracle that makes the sculpted stone weep real or musical tears?). And HIM, the Pole, what does he have to say for himself? He says nothing – he can’t, for his heart is elsewhere; it’s in Warsaw in a church, and so he can’t do anything but remain silent, nothing but a corpse full of night, and so all this coming and going of people is tragicomic – this speaking and whispering and praying while looking at the stony Muse, this clambering over the other tombs to reach up to it, all this leaving notes and scores – when HE cannot hear. Claire and I, on the other hand, can see and hear, laid out as we are below ground, our hearts laid bare to the elements, so close to the mystery.  Continua a leggere

La dura bellezza

[di Alberto Guareschi]

Su alcuni versi di Benn.

Il dottor Benn,

ex-ufficiale medico,

fece ritorno nel Quarantacinque

dal servizio in caserma

alla vecchia dimora-ambulatorio

della Bozener  Strasse,

ammasso di macerie

nel settore orientale di Berlino.

“L’inverno fu freddissimo,

peggiore della fame”, come scrisse.

“Per giorni e settimane

mai un solo paziente, né parola

con altra anima viva”.

Poeta dal passato controverso,

“respinto e impubblicabile”

tanto all’Ovest che all’Est:

“ma di questo, aggiungeva,

nulla importava veramente più” –

Contava ormai soltanto

(sapeva con chiarezza il signor Egli)

calarsi dentro il ventre

della miniera, estrarre

dalla roccia le sillabe in letargo,

trasformarle in parole,

dare forma alla dura bellezza

della poesia (percorso

irto di insidie, dove buchi neri

e ciclopi rendevano fatale

smarrirsi un solo istante):

ogni giorno, ogni notte

la bussola orientata verso quanto,

al contrario di rose nevi mari,

dura più del diamante,

del tempo

                                                                                                                        Continua a leggere

SPLENDOURS, MISERIES, AND POTENTIALITIES OF SOCIALIST YUGOSLAVIA (THE BERLIN THESES)1

[di Darko Suvin]

Dedicated to my late comrades from building and thinking Yugoslavia, Marius Broekmeyer, Gajo Petrović, Fred Singleton,  and Rudi Supek.

Darko Suvin

0: INTRODUCTORY 

THESIS 1: WHY WRITE A BOOK ABOUT S.F.R. YUGOSLAVIA, WHAT IS ITS FOCUS 

Contrary to biological and ecological survival of tens of millions, the capitalist denial of all change and adaptation that does  not issue in „profit now“ leads to termination of many species, possibly including homo sapiens, certainly including humanity and sapience. To envisage alternatives, among other matters a critical overview of salient aspects of the Socialist Federative Republic of Yugoslavia or SFRY (as I shall for brevity call the 1945-89 society) is urgently needed.

Only the long-duration, fateful aspects can be focussed upon. The need for SFRY independence, Tito’s great invention, as presupposition  to any self-government is taken for granted; I do not deal here with the foreign relations of SFRY, including Tito’s second invention of the “Non-aligned” movement, nor with the pressures on SFRY from the USSR, and later the world capitalist market and its institutions. In my judgment, the crucial factors here were the internal class relationships, which determined how the no doubt strong pressures were handled.  Nor do I deal with nationalisms, which become fateful only from the 1970s on, and then because of class necessities. Nor, regretfully, with religion – though I argue that matters of salvation and belief  were at the core of SFRY. 2/

The red thread is a use of Marx’s concepts of alienation versus emancipation in permanent shuttle to and from SFRY economics, beliefs, and politics within a critical utopian horizon. His “self-government of the producers” is my concrete utopia.

This entails a strategic limitation of extensive analyses to the period 1945 (or even 1950) to 1972. After that no new factors appear, only the old drawbacks get aggravated.

The analyses are accompanied by hypotheses about the SFRY’s essential tension and about its beginning and end, as sufficient for this attempt.

The essential tension in SFRY is indicated by these citations from Boris Kidrič, the remarkable Politbureau member in charge of the economy, between 1949 and 1952 (see Suvin, “Economico-political Prospects ff Boris Kidrič”):

„T[he basic question] of exploitation of man by man in the system born of the socialist revolution is who disposes of the surplus labour − and behind this questions sooner or later the even more fateful one arises of who in fact appropriates the surplus labour.  

State socialism [necessarily grows into] a privileged bureaucracy as a social parasite, the throttling of socialist democracy, and a general degeneration of the whole system, [and there comes about] a restoration of a specific kind, a vulgar State-capitalist monopoly.

The socialist democratic rights of the direct producers [are the obverse of] the process of abolishing monopolies; basic is − the right of the working masses to self-management at all levels of socialist State power.”3/

The same view was later formulated by the loyal Marxist opposition of some intellectuals such as the Praxis group and the economist Branko Horvat.

My stance or Haltung is one of looking backward from the mostly scandalous years 1972-89 and its fully scandalous downfall in the worst imaginable variant of mutually embattled dwarfish classes leading brainwashed mini-nationalisms. This is what has to be  explained.

For the context of current events, please see the enclosed CHRONOLOGY OF S.F.R. YUGOSLAVIA.  Continua a leggere

Miraggi

Sumerian Statues, Iraq


[di
Alberto Guareschi]

Oasi di Douz

(…) e ricordare

quanto sia già distante,

nello spazio e nel tempo,

quel viaggio verso il sud tunisino,

ma sempre così limpido

e presente, quasi fosse passato

appena qualche giorno

da allora: la tempesta

di sabbia su Tozeur, l’oscurità

calata all’improvviso,

poi l’indomani e i giorni successivi

il cielo totalmente cristallino,

l’aria leggera –

solcato il vecchio limes,

eravamo tornati

sulla lingua di terra che attraversa

a settentrione lo Chott-el-Djerìd,

percorrendola adagio

e fermandoci spesso per seguire,

con le mani a visiera,

le forme dei miraggi

che i cristalli salini generavano

lungo le rive –

il tramonto su Douz,

la notte musicata

dal vento del deserto, l’insperato

fiotto termale: tutto congiurava

verso un’insonnia densa

di fantasie, miraggi

che a turno si accendevano sul lago

per poi svanire e rinascere altrove

dopo pochi secondi

(un filo parallelo, mi sembrava, 

al sogno ininterrotto

delle parole, quando

un nonnulla bastava a suscitare

versi che evaporavano

l’istante successivo

nel vuoto)

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Mirages

Sumerian Statue, Iraq

[by Alberto Guareschi]

Douz Oasis                                                                              

(…) and recalling

how distant already is,

in space and time,

that trip to the Tunisian south,

still so limpid and vivid

as if scarcely a few days

were behind us:

the storm over Tozeur,

the darkness suddenly set,

then the morning after

and the following days

a fully crystalline sky,

the air so light –

having skirted the old limes

we had come back

to the thin tongue of land

that crosses Chott-el-Djérid,

slowly driving

and often stopping,

our hands as a glare shield,

to gaze at the shapes of mirages

the salty crystals generated

along the shores –

the sunset over Douz,

the night turned to music

by the desert wind,

the unhoped for thermal gush:

everything conspired

towards insomnia

packed with phantasies,

mirages that would light up in turn

on the lake and then vanish

to revive elsewhere

(something parallel, I felt,

to the unceasing dream about words,

when a mere nothing sufficed

to raise lines evaporating                       

a few seconds after

into the void)

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Atlantide

Atlantide, Patroclus Kampanakis

[di Alberto Guareschi]

(Con un appunto autografo del signor Egli)

 

(…) poi ritagliato

dal rotolo cinese (sempre intonso

dentro l’armadio!) un foglio

sul quale disegnare nuove terre

emerse dai fondali

del sogno, tratteggiandone

ad libitum le coste,

con spirali di fumo dai vulcani,

l’azzurro riservato

a fiumi laghi oceani, le pianure

con campi del colore

dei girasoli, e le foreste in varie

gradazioni di verde;

sparse a caso, sui mari,

protette da barriere coralline,

isole grandi e piccole

e quant’altro volesse partorire

la fantasia: città tornate a galla

dalla notte dei tempi,

la trama delle vie carovaniere

lungo i deserti –

foglio bianco, alla fine,

così come molti altri di quel rotolo

dalla Grande Muraglia:

pareva cosa facile disporre

sulla carta di riso

i paesaggi mentali, immaginati

in ore solitarie, quando i sogni

si inseguono a spirale

dileguandosi subito

dalla memoria; e resta inconcepibile

vedere scomparire quelle terre

al pari di Atlantide,

senza nemmeno un segno

che ne ricordi ancora l’esistenza,

inghiottite dal nulla, come se

mai avessero acceso

lampi di luce o non fossero state,

nella loro bellezza così fragile,

il solo, vero approdo

al di qua della linea

dell’orizzonte

“Spesso mi ricordavo

di quanto letto un giorno  

su un antico pittore (epoca Tang)

che, deposti i pennelli,

era entrato nel quadro in carne ed ossa

scomparendo fra gli alberi e i bambù

poco prima dipinti;

e delle volte in cui avevo visto                       

statue panciute delle Grandi Madri,

con seni enormi e culi tanto bassi

che arrivavano quasi fino a terra.

Non vi fosse più stata,

dopo l’ultima, ancora un’altra tela

di segni e di parole

da ricomporre, mi sarei avviato

verso il guscio del mondo prenatale

attraverso quel taglio 

profondamente inciso 

nel loro ventre, per poi assopirmi   

il tempo di un letargo  

senza domani.”

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Atlantis

Atlantide, Bory de Saint-Vincent

[by Alberto Guareschi]

With a note handwritten by Mr. Himself

(…) and then cut out

from the Chinese paper roll

(still intact in the cabinet!)

a sheet to draw new lands

emerged from the depths of dreams,

sketching ad libitum

their coasts, smoke spirals

from the volcanoes,

rivers lakes and oceans

in blue, plains and fields

in the same colour

of sunflowers, the forests

in varying shades of green –

randomly spread on the seas,

protected by coral reefs,

islands large and small

and anything else the phantasy

would give birth to:

towns afloat again from the mists of time,

the pattern of caravan routes

through the deserts –

finally still white the paper sheet,

such as many more of that roll

from the Great Wall:

it seemed an easy thing

to place on rice paper

mental landscapes imagined

through lonely hours,

when dreams spirally chase each other

and disappear from memory at once –

and it remains unconceivable

to see all those lands

disappear like Atlantis

without the slightest sign

still reminding of their existence,

swallowed by nothingness,

as if they had never turned on

flashes of light or been,

in their fragile beauty,

the only, real landing place

on this side of the line

of the horizon –

I often recalled

what I had read some day

about an ancient painter (Tang dynasty)

who, having laid down his brushes,

had entered the canvas in the flesh

disappearing amidst 

trees and bamboo

just painted. And of the many times 

I had seen big-bellied statues

of the Great Mothers 

with enormous breasts

and asses so low almost down to the ground.

Had there not been, after the last one,

still another canvas

of signs and words to recompose,

I would rather set forth 

to the nutshell of prenatal world

through that deep cut 

engraved in their belly and then fall asleep

the time of a long lethargy

without tomorrow.

 

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Una tragedia del male che non seduce

Macbeth di Shakespeare con Franco Branciaroli, Lucca, Teatro del Giglio

[di Mariapia Frigerio]

La vicenda del Macbeth, incentrata sulla figura di Macbeth e sulla sua sanguinosa ascesa al trono di Scozia, è nota a tutti, ma forse per capire meglio la messa in scena curata dallo stesso Branciaroli – che ne è anche l’interprete principale – conviene rifarsi proprio alle parole del regista: «
Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali e dell’ambiguità, del caos, della distruzione che ne consegue.
Un rovesciamento di valori significativamente testimoniato dal canto ambiguo e beffardo delle streghe: “Il bello è brutto, e il brutto è bello”.
I demoni della coscienza, che sovvertono nel dramma l’ordine morale interno ed esterno dei personaggi fino alle estreme conseguenze, terrorizzano lo spettatore per il crescente e devastante controllo che assumono sulle vicende rappresentate, ma al contempo lo attraggono e avvincono, per il misterioso richiamo che l’uomo da sempre avverte dalla contaminazione con il male.
Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia».

Il dramma si svolge in una scena completamente nera sul cui fondo vengono proiettati i cambio-scena oltre alle traduzioni delle profezie delle tre streghe che, come i due monologhi di Lady Macbeth, sono recitate in lingua originale. A contrasto col non colore della scena (progettata da Margherita Palli) spicca la ricchezza e la sontuosità dei costumi di Gianluca Sbicca e le luci di Gigi Saccomandi che hanno la capacità di ricreare un’atmosfera scenica di grande drammaticità.

In questa scena essenziale, l’azione perde importanza rispetto alla parola. Ma la parola è in Branciaroli, e in tutta la compagnia, stentorea. In Branciaroli poi c’è un gusto gigioneggiante, un giocare con i toni di voce che rimandano al grande Carmelo Bene e ne sembrano fare il verso, un autocompiacimento per le sue capacità vocali che sembra non commuovere il pubblico se non, forse, nella scena finale.

L’unica che merita un segno di riconoscimento è Valentina Violo che ci dona una Lady Macbeth decisamente volitiva nella sua crudeltà.

Gli applausi all’intera compagnia (Tommaso Cardarelli in Macduff, Daniele Madde in Malcom, Stefano Moretti in Ross, Livio Remuzzi in Lennox, Giovanni Battista Storti in Re Duncan e Alfonso Veneroso in Banquo non sono mancati e, soprattutto, a Branciaroli. Ma sono stati applausi dovuti più che nati da reale passione.

Così il dramma eterno dell’uomo in guerra con se stesso, lacerato dall’ambizione e dalla sete di sangue sembrano, in questo spettacolo, perdere il loro naturale vigore.

Ed è un peccato che Branciaroli – partito sotto la guida del grande Aldo Trionfo da lui stesso considerato suo imprescindibile maestro – si sia perso, in questi ultimi anni, scendendo la china di un qualsiasi attore accademico così lontano dalla sua originaria matrice, mentre resterà indimenticabile per il Peer Gynt, per il Gesù, per l’Ettore Fieramosca (con la regia di Trionfo), per In exitu e Confiteor  (con la regia di Testori) e per gli spettacoli con la regia di Ronconi.

Ancor più peccato ricordando che nel 1994, con la regia di Giancarlo Sepe, aveva dato ben altra prova, interpretando un Macbeth (insieme ad attori come Fabrizio Gifuni ed Elena Sofia Ricci) di grande potenza drammatica.

Le foto sono di Mariapia Frigerio