“Otto birre per due adulti”

Birre e rivelazioni al Teatro Studio Melato di Milano dal 22 novembre al 4 dicembre 2016

[di Mariapia Frigerio]

In uno spazio fascinoso (quello dell’ex teatro ottocentesco Fossati, ripristinato dall’architetto Zanuso per il Teatro Studio del Piccolo, spazio sperimentale, “palestra” per i giovani allievi della scuola, intitolato ora alla indimenticabile Mariangela Melato) è andato in scena il testo di Tony Laudadio (che ne cura anche la regia) “Birre e rivelazioni”. Nel teatro, con la sua pianta circolare che riesce a creare una relazione, a stabilire un rapporto diretto tra attori e pubblico, Andrea Renzi (nella foto di apertura) e Tony Laudadio si muovono, dialogano, litigano, soffrono, si “rivelano” in una scena minimalista: rettangolo di moquette rossa, due tavolini con sedie, una scaffalatura con birre, una chitarra. Vera e propria birreria in “sintesi”.

L’ex Teatro Fossati

Nel tempo di otto birre (che scandiscono gli otto momenti salienti dello spettacolo) si torna all’eterno tema del rapporto padri e figli e a quello, altrettanto eterno, dell’omosessualità e della sua non ancora acquisita accettazione.

Il gestore della birreria, Sergio, riceve un giorno una visita, apparentemente casuale, di Marco, professore d’italiano di suo figlio. Sembra non si conoscano. Parlano di birre, si commuovono entrambi alle musiche di Simon & Garfunkel che si ascoltano in sottofondo nel locale, quando questo non è frequentato dai giovanissimi. Sergio ha l’impressione di avere già visto Marco, ma sarà Marco a svelargli la sua identità di insegnante di suo figlio Francesco. Tra la prima e la seconda birra (che, con le altre sei, sottolineano le tappe dello spettacolo) scopriremo che Francesco sceglie il suo professore – e non il padre – come confidente; che il padre ne rimane offeso; che il professore-confidente non ha figli…

Ad ogni birra corrisponde una nuova rivelazione, in un climax in crescendo di sofferenza ed emozione. Continua a leggere

Marie e le altre

frigerio-marina-lava-cartaDoppio taglio al Teatro S. Girolamo di Lucca

[di Mariapia Frigerio]

Basterebbe conoscere la sua formazione al Teatro Stabile di Genova, poi le sue partecipazioni al Franco Parenti, diretta da Andrée Ruth Shammah, dove affianca Giorgio Albertazzi, Michele Placido, Moni Ovadia fino a uno dei più apprezzati allestimenti de I monologhi della vagina di Eve Ensler, per capire che Marina Senesi è un’attrice dalla solida preparazione.

Attrice, ma anche autrice teatrale e radiofonica, che da qualche anno si dedica al teatro di narrazione e al Docu/Teatro.

Ed è proprio un esempio di Docu/Teatro quello che il 28 novembre 2016 è andato in scena (dopo il debutto al Franco Parenti di Milano) al Teatro S. Girolamo di Lucca. Lo spettacolo  – scelto dalla Commissione Pari Opportunità RAI per rappresentare la Giornata contro la violenza sulle Donne –  ha un “cast” tutto al femminile: Marina Senesi adattatrice e interprete del monologo, tratto dalla ricerca di Cristina Gamberi, musiche originali di Tanita Tikaram e regia di Lucia Vasini.

Il titolo è sintomatico: Doppio taglio: come i media raccontano la violenza sulle donne. Ma, forse, è qualcosa di più, qualcosa di simbolico che potrebbe alludere al “taglio” di chi viene ridotta in fin di vita dalla violenza maschile: “taglio”, che si raddoppia nell’offesa dei media che, più o meno esplicitamente, fanno ricadere tale colpa sulle donne stesse. Perché i media è così che ci propongono questi casi, con la donna che, in qualche modo, si è cercata la violenza…

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In una scena desolata, tra tinozze strabordanti di ritagli di giornali, si muove e lavora a bagnare carta e a ridurla a cartapesta (di cui si vedono maschere appese a un filo: quelle che, pirandellianamente, la società impone alle donne?) una donna, che ci racconta di come tutto fosse partito da Marie Trintignant…

Sullo sfondo, intanto, viene proiettata l’immagine della figlia del grande attore francese. Che cosa stupisce la nostra narratrice? Il fatto che la violenza mortale sia stata subita da una donna benestante, di famiglia colta, lei stessa regista. Ma ancor di più il “taglio” che ne diede la stampa dell’epoca. Marie aveva comunque avuto figli da padri diversi…

Si passa poi al caso Pistorius, atleta sudafricano, condannato per aver ucciso la sua compagna “un’attrice di serie B”… Di nuovo proiezione di immagine sullo sfondo con lettura degli articoli più significativi e dal “doppio taglio”. Un’attrice di serie B, appunto.

La lettura degli articoli che interpretano, in una visione tutta al maschile, questi femminicidi è fatta – con vero colpo d’ala della regia – da voci fuori campo maschili, quelle di Filippo Solibello e Marco Ardemagni. Si passa poi alla cronaca di violenze su donne meno note. In un crescendo di emozione mista a rabbia.

Quale il messaggio? Cambiare il punto di vista. Capire che è dentro le parole d’uso comune, veicolate dai mass media, la gravità: la violenza sminuita, banalizzata, non riconosciuta.

Efficacissimo il finale con la proiezione di un volantino, in cui un uomo, colorato di azzurro, sullo sfondo di un castello fatato (un principe azzurro!), rivolto in primo piano verso il pubblico sta alzando un pugno per picchiare. E la domanda stampata in grande: “È il tuo principe azzurro?”.

Dopo più di un’ora di religioso silenzio, il pubblico di uno strapieno  S. Girolamo ha ripetutamente applaudito e acclamato la Senesi.

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{Le foto sono di Mariapia Frigerio}

 

Il segno e l’immagine

fedi-space-80-1980-cm40x40Martedì 6 dicembre si è inaugurata la mostra Fernanda Fedi. L’Idea di Assenza. 1979-1983. Le opere esposte ci illustrano un periodo della ricerca di  Fernanda  Fedi  che  da questo momento fondamentale trae la linfa per la continua evoluzione del suo linguaggio.

Scrive Amedeo Anelli nel suo saggio:

Agli inizi degli anni Ottanta, Fernanda Fedi, dopo il periodo “strutturale” in senso stretto, si trova a “modulare” verso poetiche di segno, di unità corporea fra pensabile e percepibile e di rapporto fra la parola, lo spazio, il vuoto e la scrittura.

L’unità propria dell’immagine strutturale, da una parte, dimensionalmente si demoltiplica, divenendo sempre più piccola o scomponendosi nei suoi elementi in segni (non programmati e saturanti, da alfabeto della mente come nella Dadamaino, in una specie di inconscio razionale); dall’altra, come dopo un’implosione, esplode  in una spazialità complessa, in sequenze sotto lo spirito di ordinamento, di simmetria e numero, ma accampando in uno spazio tramato dell’infinità matematica e in un bianco d’origine, che allude ad un silenzio corporeo attivo, a ciò che rende di nuovo possibile il segno e l’immagine, nel passaggio dalla tecnica interna a quella esterna, e la parola in poesia.

Questo ritorno alle formanti corporee, nei delicati processi di tecnica interna, non solo mentale, ma corporea, porta la Fedi dall’unità spaziale costruttiva di forma/colore/luce, fra esprit de géométrie ed esprit de finesse, ad una completa unità fenomenologica di pensiero nella percezione e di percezione nel pensiero, di passione pensata e di pensiero appassionato, ed in una dimensione estetica e finanche contemplativa, del senso del poetico, ossia del fare artistico.

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Fernanda Fedi a domanda di Patrizia Serra risponde:

Verso la fine degli anni Settanta ho percepito di aver superato l’idea della Struttura autosignificante ed  ho sentito la necessità di affrontare il problema dello spazio partendo da un concetto Zen (Il NULLA come TUTTO)

Ho iniziato  a realizzare opere più concettuali cancellando la struttura intera e  salvaguardandone solo un piccolo frammento in uno spazio bianco.

In seguito mi sono spinta oltre distruggendo anche il frammento e lavorando unicamente con piccoli segni, quasi impercettibili, di bianco su bianco, dove il concetto SPAZIO si dilatava in forma sensibile attraverso quadrettature bianche che ne fissavano i limiti.  Mi piace ricordare un bell’articolo apparso in un quotidiano olandese nel 1982 di John Parmijei (a seguito di una personale ad Enschede presentata dall’indimenticabile Rossana Bossaglia) ‘La ricerca dell’infinito nel vuoto’ in cui  sottolineava come il lavoro desse  un’impressione molto filosofica e nel contempo un’impressione di una scienza esatta, invitando lo spettatore ad andare ‘oltre’ e lo

scritto introduttivo ad una mia mostra a Bologna di Bruno D’Amore in cui poneva in evidenza come le relazioni spaziali tra gli elementi in gioco fossero  dichiarate esplicitamente dal ricorrere della parola–oggetto ‘SPACE’

 

La mostra proseguirà sino al 14 gennaio 2017, presso Spaziotemporaneo, in via Solferino 56 a Milano.

Atlantide, una nuova impresa editoriale

schermata-2016-12-07-alle-21-04-53 Da una idea di quattro giovani coraggiosi

Atlantide Edizioni nasce a Roma, dove ha sede, nel 2015 dal desiderio di quattro soci, da anni impegnati nel mondo editoriale, di pubblicare libri destinati a restare nel tempo.

Atlantide punta a recuperare l’artigianalità del testo, pubblicando esclusivamente dieci titoli l’anno in edizioni di pregio. I volumi vengono stampati nella tiratura limitata e numerata di 999 copie, e sono distribuiti esclusivamente in librerie indipendenti.

I quattro protagonisti

Simone Caltabellota autore di SA REINA (Ponte alle Grazie, 2013)

Simone Caltabellota autore di SA REINA (Ponte alle Grazie, 2013)

Simone Caltabellota – Editor e scrittore, è stato direttore editoriale di Fazi Editore e creatore del marchio Lain. Come autore, ha pubblicato Il giardino elettrico(Bompiani, 2010), Sa Reina (Ponte alle Grazie, 2013), Un amore degli anni Venti. Storia erotica e magica di Sibilla Aleramo e Giulio Parise (Ponte alle Grazie, 2015) e, con Epic Soundtracks, Note Parallele. Vite di Brian Wilson e di Epic Soundtracks (Nutrimenti, 2013).

miraglia

Gianni Miraglia – Autore, narratore e storyteller. Ha pubblicato i romanzi Six Pack (Arcana, 2008) e Muori, Milano muori (Elliot, 2011) e il libro Baumgartner. Nato per volare (Add, 2012). Collabora con “Rolling Stone”, “Marie Claire”, “Riders”, “Wired”, “Icon” e “Panorama”. Per il canale televisivo DMAX è stato autore e interprete della striscia web Mandatemi a quel paese. Attualmente fa parte del programma Provincia Capitale condotto da Edoardo Camurri e in onda tutte le domeniche su Rai3. Il suo ultimo libro è Ritornello dal Futuro (Baldini&Castoldi, 2016).

pedicini

Francesco Pedicini – E’ stato direttore di produzione per oltre 20 anni di importanti case editrici quali Fanucci e Fazi. Dal 2011 collabora in qualità di consulente commerciale e tecnico con Odei (Osservatorio degli editori indipendenti).

flavia-piccinni

Flavia Piccinni – Scrittrice e giornalista, ha pubblicato i romanzi Adesso tienimi (Fazi Editore, 2007) e Lo Sbaglio (Rizzoli, 2011) e il saggio di ‘ndrangheta La mala vita(Sperling & Kupfer, 2012). Ha vinto numerosi premi letterari e radiofonici.  È ideatrice e presidente del festival radiofonico Audiodocumentari in città e fa parte della redazione di “Nuovi Argomenti”. Scrive su numerosi giornali. Collabora con RaiRadioTre  e con RaiUno. Il suo ultimo romanzo è Quel fiume è la notte (Fandango, 2016).