Marie e le altre

frigerio-marina-lava-cartaDoppio taglio al Teatro S. Girolamo di Lucca

[di Mariapia Frigerio]

Basterebbe conoscere la sua formazione al Teatro Stabile di Genova, poi le sue partecipazioni al Franco Parenti, diretta da Andrée Ruth Shammah, dove affianca Giorgio Albertazzi, Michele Placido, Moni Ovadia fino a uno dei più apprezzati allestimenti de I monologhi della vagina di Eve Ensler, per capire che Marina Senesi è un’attrice dalla solida preparazione.

Attrice, ma anche autrice teatrale e radiofonica, che da qualche anno si dedica al teatro di narrazione e al Docu/Teatro.

Ed è proprio un esempio di Docu/Teatro quello che il 28 novembre 2016 è andato in scena (dopo il debutto al Franco Parenti di Milano) al Teatro S. Girolamo di Lucca. Lo spettacolo – scelto dalla Commissione Pari Opportunità RAI per rappresentare la Giornata contro la violenza sulle Donne – ha un “cast” tutto al femminile: Marina Senesi adattatrice e interprete del monologo, tratto dalla ricerca di Cristina Gamberi, musiche originali di Tanita Tikaram e regia di Lucia Vasini.

Il titolo è sintomatico: Doppio taglio: come i media raccontano la violenza sulle donne. Ma, forse, è qualcosa di più, qualcosa di simbolico che potrebbe alludere al “taglio” di chi viene ridotta in fin di vita dalla violenza maschile: “taglio”, che si raddoppia nell’offesa dei media che, più o meno esplicitamente, fanno ricadere tale colpa sulle donne stesse. Perché i media è così che ci propongono questi casi, con la donna che, in qualche modo, si è cercata la violenza…

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In una scena desolata, tra tinozze strabordanti di ritagli di giornali, si muove e lavora a bagnare carta e a ridurla a cartapesta (di cui si vedono maschere appese a un filo: quelle che, pirandellianamente, la società impone alle donne?) una donna, che ci racconta di come tutto fosse partito da Marie Trintignant…

Sullo sfondo, intanto, viene proiettata l’immagine della figlia del grande attore francese. Che cosa stupisce la nostra narratrice? Il fatto che la violenza mortale sia stata subita da una donna benestante, di famiglia colta, lei stessa regista. Ma ancor di più il “taglio” che ne diede la stampa dell’epoca. Marie aveva comunque avuto figli da padri diversi…

Si passa poi al caso Pistorius, atleta sudafricano, condannato per aver ucciso la sua compagna “un’attrice di serie B”… Di nuovo proiezione di immagine sullo sfondo con lettura degli articoli più significativi e dal “doppio taglio”. Un’attrice di serie B, appunto.

La lettura degli articoli che interpretano, in una visione tutta al maschile, questi femminicidi è fatta – con vero colpo d’ala della regia – da voci fuori campo maschili, quelle di Filippo Solibello e Marco Ardemagni. Si passa poi alla cronaca di violenze su donne meno note. In un crescendo di emozione mista a rabbia.

Quale il messaggio? Cambiare il punto di vista. Capire che è dentro le parole d’uso comune, veicolate dai mass media, la gravità: la violenza sminuita, banalizzata, non riconosciuta.

Efficacissimo il finale con la proiezione di un volantino, in cui un uomo, colorato di azzurro, sullo sfondo di un castello fatato (un principe azzurro!), rivolto in primo piano verso il pubblico sta alzando un pugno per picchiare. E la domanda stampata in grande: “È il tuo principe azzurro?”.

Dopo più di un’ora di religioso silenzio, il pubblico di uno strapieno S. Girolamo ha ripetutamente applaudito e acclamato la Senesi.

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{Le foto sono di Mariapia Frigerio}

 

A Jalta, a Jalta

frigerio-tazza“La signora col cagnolino” messa in scena da François Kahn

[di Mariapia Frigerio]

François Kahn è un attore che negli anni Settanta ha partecipato all’attività del Teatro Laboratorio di Grotowski, in seguito ha svolto lavori di tipo para-teatrale e, a seguito della segnalazione dell’allora direttore Renato Palazzi, è stato insegnante – per l’anno accademico 1987-1988 – nella Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”. Ma è dalla metà degli anni Novanta che orienta la propria ricerca sul progetto “Teatro da Camera”: trascrizione drammatica in forma di monologo a partire da alcuni testi letterari (Proust, Nerval, Kafka), presentati in spazi non teatrali, per un numero limitato di spettatori. Un progetto che verrà ripreso alcuni anni più tardi, dopo alcune importanti collaborazioni con il Centro Teatrale Bresciano, e dopo aver creato una propria associazione culturale (Dedalus, 1999).

In quest’ottica, nel piccolo spazio di Fuoricentro, a Lucca, di cui purtroppo pochi conoscono l’esistenza quando invece meriterebbe più attenzione, è stato possibile seguirlo nella “Signora col cagnolino” di Čechov in cui l’attore francese ha incentrato su di sé la voce del narratore e dei due protagonisti: Dmitrij Gurov e Anna Serge’evna.

La vicenda del racconto-capolavoro è quasi banale: un adulterio consumato da una donna “perbene” con un misogino dedito ad amori facili. Qualcosa di inspiegabile unirà però i due protagonisti (la donna senza particolari attrattive e l’uomo che si avvia alla vecchiaia) al di là delle loro aspettative. Come sovente nelle opere di Čechov la trama è apparentemente inconsistente, ma in ogni sua pausa, in ogni momento di esitazione, in ogni “non detto”, c’è vita e realtà. Così qui troviamo il tema cechoviano – trasversale nelle opere del grande russo – della insensatezza delle azioni e delle emozioni umane, un’insensatezza e una incompiutezza che costituiscono il vero e proprio dramma esistenziale Continua a leggere

Il senso del comico e il gusto del paradosso in Eugène Ionesco

attori-de-la-cantatrice-chauveNella Tana della “Cantatrice Chauve”

[di Mariapia Frigerio]

Quando si arriva al Teatro della Huchette, a Parigi, può succedere che a vendere i biglietti si trovi, nel botteghino, proprio Gonzague Phélip: romanziere, drammaturgo, attore, amministratore «perché bisogna vivere», autore dell’appassionante Le fabuleux roman du Théâtre de la Huchette (Paris, Gallimard, 2007). Ed è proprio nelle sue pagine che compare il binomio Huchette-Ionesco: «Una delle più piccole sale di Parigi e una delle più conosciute al mondo. Il segreto della sua notorietà, che va da Tokyo a San Francisco? Due pièces di Eugène Ionesco in cartellone da mezzo secolo, La cantatrice chauve e La leçon, che hanno attirato più di un milione e mezzo di spettatori». Già lo stesso Ionesco aveva scritto riferendosi al teatro: «Un grande successo in un piccolo teatro è molto meglio che un piccolo successo in un grande teatro e ancor meglio che un piccolo successo in un piccolo teatro».

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Fondato nel 1948, in un’epoca in cui i teatri con capienza ridotta – molti sorti nel Quartiere latino di Parigi -, erano quelli che consentivano di vivere un’esperienza distinta, molto più a contatto con gli attori, il teatro della Huchette ha però la particolarità di presentare dal 1957, quasi esclusivamente, le opere dello scrittore rumeno trapiantato in Francia, Eugène Ionesco: queste sono considerate come lavori di anti-teatro e pezzi fondamentali di quel teatro dell’assurdo, movimento nato in Francia a metà del XX secolo, che vide in Samuel Beckett uno dei suoi massimi esponenti. Qui, in rue de la Huchette al numero 23, tutto è rimasto intatto Continua a leggere

Una serena danza di morte

scena balloAl Carcano, “Due donne che ballano”. La “vecchia”, Maria Paiato, si scontra con la “giovane”, Arianna Scommegna, nel testo di Josep Maria Benet I Jornet, prima produzione del Centro Arte Contemporanea TeatroCarcano.

[di Mariapia Frigerio]

In una scena minimalista (pareti che sbirciano altrove, scaffali pieni di fumetti, un tavolo e due seggiole) si muovono due donne o, meglio, non si muovono, in una sorta di sospesa immobilità hopperiana. Se le pose sono statiche, i movimenti sono le battute verbali. All’inizio quasi risapute e divertenti.

La vecchia non sopporta la giovane, una laureata in Lettere che la figlia le ha imposto come aiuto, e vuole rivendicare la sua autonomia. Così l’aggredisce a parole. “Stupida” è il termine con cui le si rivolge abitualmente.

Sono, i loro, due mondi opposti: vecchiaia e giovinezza, ignoranza e cultura, fumetti (“giornalini” come si ostina a chiamarli la vecchia) e libri, Frank Sinatra e Robbie Williams. La giovane fa il suo dovere: controlla che le medicine vengano prese, fa la spesa di detersivi, li ripone e, pur nelle sue pose fisse, lascia trapelare una sorta di disagio attraverso gesti ripetitivi, tic impercettibili, che non sfuggono alla vecchia. Sono proprio questi, anzi, a provocare curiosità per la vita della giovane. E per indurla a parlare, per sapere di lei, inizia a raccontare di sé, della sua vita vuota con, unico ricordo lieto, un’amichetta che, nell’infanzia, le prestava i “giornalini”; del suo sogno di poterli un giorno possedere anche lei quei giornalini, che realizza in età adulta, girando per mercatini. Li ha tutti, ora, tutti eccetto un numero… La sua collezione è il suo “bisogno di vivere fuori dalla realtà”: il bisogno di una femminista fallita.

Il racconto della vecchia-bambina ha il potere di smuovere qualcosa nella giovane che trova così il coraggio di rivelarle il suo segreto: la morte del figlio. Poi, a sua volta, con un regalo “speciale” toccherà definitivamente l’animo indurito della vecchia che inizierà a guardare a lei come a una “figlia”. Perché se la vecchia ha figlia e figlio, questi ci sono solo per prendere la decisione finale dell’ospizio.

Le loro solitudini (entrambe sono ormai “senza” figli) avvicineranno le due donne e le uniranno in una serena danza di morte alle note di “Somethin’ Stupid”.

Il bettibeccarsi quasi comico dell’inizio arriva al dramma finale in un crescendo continuo di emozioni, diverse e lontane dalle cattiverie tipiche dei vecchi che rinsaviscono solo con chi li tratta male come nel delizioso film del ’90, “Tatie Danielle”, o che sono oggetto di disprezzo da parte di chi ancora è giovane come negli splendidi e crudeli “Testi per nulla” beckettiani.

Qui vecchia e giovane, soffrono, condividono e “ballano” non più da sole.

Alle bravissime, pluripremiate attrici e alla regista, Veronica Cruciani, innumerevoli gli applausi nella sera della prima milanese.

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Pasolini è vivo

pasolini vivoCRONACHE DI TEATRO. A Lucca, nell’Auditorium del Suffragio, martedì 17 novembre 2015. Uno spettacolo di parole, poesia e musica. Con Eros Pagni, Gianni Quilici, Fabrizio Datteri, al clavicembalo, e l’Elisa Baciocchi Baroque Ensemble

[di Mariapia Frigerio]

Di sicuro a Pasolini, che, come lui stesso scrive, veniva “dalle chiese, dalle pale d’altare”, sarebbe piaciuta l’ambientazione in una chiesa (l’Auditorium nella Chiesa del Suffragio, a Lucca) e il lavoro accuratissimo e sapiente fatto su di lui da Gianni Quilici, critico cinematografico e a lungo direttore della Linea dell’Occhio, il giornale delle sale italiane d’essai.

Un lavoro che procedendo per sequenze (cinque in tutto: schegge di vita, il poeta, gli amori, il “corsaro”, l’urlo) ce ne ridà la voce – la voce di parole non scontate – affidandola alla lettura, di rara finezza interpretativa, di Eros Pagni.

pasolini 2Lo spettacolo, che si avvale non solo di queste, ma anche di poesia e musica, è stato pensato per farci sentire vivo questo autore controverso – e, forse, troppo beatificato -, proprio nel non voler darci di lui forzate santificazioni.

Nella prima sequenza (schegge di vita) ci viene letto: “Alla quinta elementare è successo un fatto inaudito. Sono stato bocciato in italiano scritto. Hanno accusato il mio tema di essere troppo poetico”.

Ed è proprio questo suo essere “poetico” che porta alla seconda sequenza (il poeta), facendoci testimoni della poesia civile dalle Ceneri di Gramsci fino a “Il mio desiderio di ricchezza” dalla Religione del mio tempo. Pasolini grande sperimentatore come Quilici nelle sue introduzioni ci fa notare. Con contraddizioni: ad esempio l’amore per il proletariato e il suo essere piccolo borghese.

Nella terza sequenza (gli amori) ecco di nuovo un confronto, quello – appunto – tra due amori: per la madre “la cosa più importante della mia vita” e per Ninetto Davoli – traditore – (strazianti le lettere inviate all’amica Laura Betti esposte alla Cinématheque parigina nella mostra a lui dedicata nel 2013).

Poi si arriva al Pasolini “corsaro” (quarta sequenza), quello forse rimpianto dai più, quello che ancora oggi inchioda lettori giovani e meno giovani, quello della tristezza in contrapposizione all’allegria, il Pasolini profeta dei nostri mali odierni.

Infine (quinta sequenza) l’urlo. L’urlo di Teorema “che qualunque cosa […] voglia significare,/ […] è destinato a durare oltre ogni possibile fine”.

Le sequenze sono raccordate – non a caso – da brani musicali di Bach, autore amatissimo (in assoluto il più amato) dallo scrittore, e coprotagonista divino del miserabile Citti nel film Accattone.

Lo spettacolo si è svolto con grande equilibrio e atmosfera, con introduzioni puntuali, e mai noiose, di Quilici, con la voce intensa di Pagni e le note di Bach rese con magia da Fabrizio Datteri, Carlo Alberto Valenti, Valeria Barsanti, Claudio Valenti e Carlo Benvenuti.

Eros Pagni

Eros Pagni

Le foto sono di Mariapia Frigerio

 

Dino Terra di nuovo a teatro

viareggio 1A Lucca la prima nazionale de “La ruota dentata”

[di Mariapia Frigerio]

Dino Terra, al secolo Armando Simonetti (Roma 1903-Firenze 1995) fu un famoso autore del nostro teatro negli anni Cinquanta, le cui pièces furono interpretate da mostri sacri come Giorgio Albertazzi, Giancarlo Sbragia e altri. La lettura/spettacolo “La ruota dentata”, in prima nazionale a Lucca con la regia di Marco Solari e per istanza della Fondazione Dino Terra, fa ora ripercorrere il Novecento tra case chiuse, Fascismo, boom economico, e in un palcoscenico che si fa metafora di vita davanti al pubblico in un silenzio quasi religioso.
simcaUn collage di opere in cui domina una severa critica alla borghesia, che Dino Terra – sottile, tagliente – anticipa e scandaglia con maggior profondità di quella dell’amico Moravia negli Indifferenti. Figure come la maitresse, la fanciulla sedotta, temi come l’ipocrisia nei riguardi dello sfruttamento della prostituzione sono affrontati con una levità che pone lo spettatore in una dimensione onirica, in un’atmosfera magica che rimanda a spettacoli del calibro di un Edipus della compagnia Lombardi Tiezzi.
La mise en espace di Solari, autorevole esponente dell’avanguardia italiana negli ultimi decenni, è l’omaggio a un Autore che ha saputo coniugare la letteratura con la riflessione scientifica: un vero anticipatore nella cultura italiana.
Nel montaggio di frammenti da L’amico dell’Angelo del 1927, Ioni del 1929 (ora Marsilio), e da altre opere più recenti, è proposta al pubblico la varietà di una scrittura che guarda la contemporaneità di quasi un secolo e ne svela le illusioni attraverso la lente di un umorismo radicale.
laruotadentata-001Si uniscono sotto la guida di Solari, e in un tutto di grande emozione, le voci degli attori Alessandra Vanzi, Patrizia Bettini, Gustavo Frigerio, Marco Brinzi, Solari stesso, insieme con interventi di danza di Francesca Bertolli e videoproiezioni di Giacomo Verde: unica, la sua montatura del salotto che si compone sotto i nostri occhi con la tappezzeria, le poltrone, le seggiole, le fotografie, i ritratti alle pareti.
Non si può fare a meno di pensare alle parole di Garboli: “Sopportiamo la rivelazione di esistere solo a intervalli, in rari, misteriosi momenti. Il teatro è uno di questi momenti”. Aggiungiamo: “La ruota dentata” è tra questi.

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Le foto sono di Mariapia Frigerio

 

La ruota dentata

ruotaLo spettacolo “La ruota denata” si svolgerà a Lucca il 14 e 15 ottobre, al Teatro San Girolamo (che dipende dal Giglio), prodotto dalla Fondazione Dino Terra, con la regia di Marco Solari, che si avvale di Alessandra Vanzi, Patrizia Bettini, Gustavo Frigerio, Paolo Modugno per il suono, Stefano Pirandello per le luci, oltre che di apporti ‘lucchesi’: per la danza Francesca Bertolli, per la regia video Giacomo Verde (lucchese d’adozione), e per voci registrate Marco Brinzi, giovane promettente attore lucchese. Insomma un compatto cast, per un’opera dal titolo La ruota dentata, un montaggio di diverse opere di Terra, dalla fine degli Anni Venti agli Ottanta del secolo scorso. Un omaggio doveroso, ripercorrendone la scrittura. Una di quelle riscoperte che fanno bene alla salute. Cioè, nel caso nostro, alla cultura.

Dino Terra (all’anagrafe Armando Simonetti, Terra fu il suo pseudonimo: 1903-1995) è stato un personaggio a dir poco non secondario della cultura italiana del Novecento, del quale ricorre quest’anno il ventesimo anno dalla morte.
Terra introdusse la psicanalisi e l’attenzione agli sviluppi delle teorie scientifiche, quando in Italia c’era ancora una grande chiusura su quelle discipline. Conobbe fra gli altri Gramsci, Gide, Malatesta, Cremieux, Pirandello, Moravia, Chiaromonte, Carlo Levi, Zavattini e Palazzeschi; De Chirico fece le scene per una sua opera teatrale. Raccolse i migliori intellettuali italiani antifascisti, subito dopo la guerra, pubblicando uno straordinario libro che titolò Dopo il diluvio, riedito recentemente da Sellerio a cura di S.S. Nigro. Una produzione letteraria, teatrale e critica notevole. I suoi romanzi Ioni e Profonda notte sono stati riediti da Marsilio Continua a leggere