Parole nuove

[di Alessandro Tamburini]

Reclusi fra le mura domestiche, costretti a comprimere le uscite in uno spazio-tempo sempre più simile all’ora d’aria del carcerato, cerchiamo ogni possibile aiuto per colmare il vuoto della distanza dagli altri. I messaggi virtuali proliferano fino a portare al collasso la Rete, ma fanno rimpiangere più che mai il calore dello sguardo, del gesto, del contatto diretto fra le persone. Il telefono si prende invece la sua rivincita. La voce è in sé fisicità, muove da qualcosa che accade nel corpo e ne raccoglie pulsioni e sentimenti. Nemmeno l’immagine raggiunge la sua forza evocativa. Anche nel riascoltare quella registrata di chi non c’è più, viene da pensare che la voce sia la più profonda e insondabile chiave di riconoscibilità di una persona.

E come accade nelle situazioni estreme, quando la posta in gioco è la vita propria e di chi ci è caro, le parole si ricaricano del senso che avevano perduto. Balza subito alla mente Ungaretti che riscopre il valore primigenio della parola nella tragica realtà della guerra, come quando dall’incontro notturno con dei commilitoni scaturiscono i memorabili versi: “Di che reggimento siete/ fratelli”, in cui quel fratellidiventa “parola tremante” come “foglia appena nata”, pronunciata e sentita per la prima volta.

Così oggi, nel momento in cui pensare un’altra persona vuol dire essere in pensiero per lei, e telefonarle equivale davvero a “chiamarla al telefono”, espressioni prima ridotte a distratti convenevoli riacquistano una verità antica e nuova. Continua a leggere