Oltre le quinte… INTERVISTA CON ELIO PANDOLFI

Elio Pandolfi

Elio Pandolfi

[di Mariapia Frigerio]

 Un carnet fitto fitto, quello di Elio Pandolfi, tra apparizioni televisive, serate teatrali, pubblicazione della sua vita in libreria per i tipi di Gremese, a cura di Caterina Taricano, con introduzione di Steve Della Casa, dal titolo sintomatico Che spettacolo!

Ospite di Gigi Marzullo ad Applausi, lo sarà di Mara Venier a Domenica Inil 14 aprile 2019. In scena al Teatro Flaiano in Io mi ricordo, lo sarà nuovamente – sempre a Roma –  il 28 aprile al Teatro Il Salotto di Pulcinella.

Pandolfi è un artista poliedrico, dotato di una memoria incredibile: attore, cantante, ballerino, doppiatore. Ha lavorato per la radio, la TV, il teatro, il cinema, il doppiaggio. Ha toccato, insomma, tutti gli aspetti dello spettacolo. Uno spettacolo che nel titolo della sua autobiografia è seguito da un punto esclamativo, perché c’è tanto entusiasmo nei suoi ricordi per «quell’amore per lo spettacolo che mi ha accompagnato tutta la vita».

Ed è questo l’aspetto che più colpisce, la passione nel ricordare un mondo in parte scomparso di cui è stato uno degli artefici, tanto che potrebbe valere anche per lui il titolo dato da Jean d’Ormesson alle sue memorie, Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella.

Perché, come in ogni vita, c’è anche in quella di Pandolfi «malgrado tutto» qualcosa che non va, qualcosa che lo amareggia come il fatto di essere stato considerato, con giudizio superficiale e ingiustamente riduttivo, una “macchietta”, quando invece andrebbe ricordato come uno dei principali protagonisti della nascente televisione in bianco e nero, avendo dato il via, nel 1954, alla compagniafissa di rivista insieme, tra gli altri, con Pietro de Vico, Febo Conti, Sandra Mondaini, Antonella Steni.

Elio Pandolfi con Antonella Steni

Elio Pandolfi con Antonella Steni

La sua voce al telefono trasmette la gioia di chi ha amato il suo lavoro e di chi ancora lo ama.

«Settantun anni di carriera, pensi! Il cervello ancora va, meno il corpo… Settantun anni perseguiti con tenacia e forza», dice. Un amore che, nonostante la sua ragguardevole età, lo fa ancora essere giovane. Parlare della sua carriera è quasi impossibile (tutto è comunque meticolosamente registrato su Wikipedia e sul suo libro di ricordi), perciò cercheremo di ricreare con lui il mondo artistico che ha vissuto attraverso il ricordo degli attori che ha incontrato, le sue memorie più intime, i suoi giudizi in libertà su persone (più o meno note) che il lavoro gli ha fatto conoscere. Continua a leggere

Oltre le quinte… INTERVISTA CON ELISABETTA SALVATORI

[di Mariapia Frigerio]

È il raccontare la cifra che caratterizza l’attività teatrale di Elisabetta Salvatori, attrice versiliese. Un raccontare che contraddistingue anche questa intervista, in cui trasmette emozioni a chi la ascolta, in modo molto simile a quelle che trasmette alla platea entusiasta e appassionata che da molti anni segue le “sue” storie.

 

“Teatro in valigia”, “teatro in salotto”: sono due definizioni del tuo far teatro. Me ne vuoi parlare?

Il “teatro in valigia” riguarda solo le favole con cui ho iniziato, mentre il “teatro in salotto” è quello che faccio da sedici anni in casa mia, dove, nello spazio del salotto, ho messo cinquanta seggioline e una pedana davanti al caminetto. Lì propongo molti dei miei spettacoli.

 

Tu fai un teatro che, a seconda dei casi, è stato definito “sacro”, “civile”, “di passioni” riconducibili a personaggi pubblici e privati, a volte sconosciuti. Come mai questi temi?

Per prima cosa vorrei dire che io racconto solo storie vere.

Nello specifico, il caso del sacro è cominciato da un mio desiderio di parlare di una santa. Volevo che fosse toscana. Non conoscevo tanti santi e la prima che mi è venuta in mente è stata Caterina da Siena.

Nel momento in cui provai il desiderio di narrarne la vita, la Provincia di Pistoia mi chiese di raccontare quella di Beatrice di Pian degli Ontani, poetessa pistoiese dell’800. Mi trovai così indecisa tra dare la precedenza alla mia personale urgenza di parlare di una santa o, invece, come mi chiedevano, di parlare di una poetessa di cui conoscevo pochissimo.

Ho preso così due o tre notizie su Caterina, due o tre su Beatrice, un po’ di biografia dell’una e un po’ dell’altra e, leggendo, ho scoperto che avevano in comune una data, il 25 marzo, in cui, a cinque secoli di distanza, una nasce e l’altra muore. E questa mi è sembrata una bella coincidenza.

Poi, proseguendo nel mio lavoro, sono venuta a conoscenza che erano tutte due analfabete (una poetessa analfabeta è particolare!), tutte e due grandissime comunicatrici. Pensa che Caterina, analfabeta, detta più di trecento lettere. Ma una cosa mi ha folgorata: tutte e due hanno stupito le persone che le hanno incontrate per la loro conoscenza della vita, per la loro saggezza.

Alla domanda: «Chi ti ha insegnato tutto questo, dove l’hai imparato?», Beatrice, che era anche molto ironica, risponde: «Dal libro aperto». Il «libro aperto» è la montagna sull’Appennino pistoiese, sotto la quale c’è il suo paesino, Melo, dove è nata, anche se poi ha vissuto lì vicino, a Pian degli Ontani. Questo «libro aperto» è proprio una montagna che ha tale forma.

Quando cinque secoli prima Caterina viene messa sotto processo e i domenicani la richiamano perché mette inquietudine il suo modo di vivere, di parlare, di esporsi, strano in una donna semplice, nata in una famiglia modesta e alla domanda di chi fosse stato a insegnarle tutto, lei risponde la stessa cosa: «Il libro aperto», riferendosi alle braccia di Cristo stese sulla croce. Il fatto che tutte e due rispondano nello stesso modo mi convinse di quanto avessero in comune le due donne.

Da queste coincidenze nasce il mio primo racconto sul sacro, Piantate in terra come un faggio o una croce. “Faggio” dedicato alla vita di Beatrice – che, fra l’altro, partorisce appoggiata a un faggio – e “croce”, ovviamente, a Caterina. Un incrocio tra poesia e fede.

Girando con questo spettacolo, trovai un sacerdote che mi propose di raccontare la storia di Madeleine Delbrêl, una mistica francese del secolo scorso che io non conoscevo. Lui insistette dandomi della documentazione su di lei. Me ne innamorai ed è così che è nato il mio secondo spettacolo sul sacro, Come gli scambi del treno. Continua a leggere

Oltre le quinte… INTERVISTA CON GRAZIELLA PORTA

[di Mariapia Frigerio]

Difficile fare ordine nel fiume di parole e nella verve dell’eterna ragazza Graziella Porta, ballerina, attrice, cantante, e nel mondo dei suoi ricordi che la commuovono e che commuovono chi la ascolta. Uno spaccato del pianeta dello spettacolo con tanti nomi famosi, tanti episodi, tanti incontri descritti con ironia garbata.

Ci proveremo.

 

Tu nasci ballerina. Come hai iniziato?

Fin da bambina adoravo ballare: spaccavo le scarpe, ero sempre sulle punte.

Ho sicuramente preso da mia madre che mi ha costantemente aiutata, forse perché riversava su di me quello che avrebbe voluto fare lei.

Mia madre aveva inoltre una voce bellissima: magari l’avessi ereditata! Era proprio “sopranina”, ma da Felizzano fare 15 km per andare in Alessandria a studiare canto sarebbe stato, al suo tempo, un disonore: mia madre era del ’15, figurati!

Io sono nata per caso a Viguzzolo (Tortona) sotto le bombe dei tedeschi, poi siamo sfollati a Desio, e nel ’50 siamo arrivati a Milano dove i miei avevano comprato un appartamentino, come usava allora, con le rate.

Ho fatto la prima e seconda elementare a Desio. Dalla terza in poi, invece, a Milano.

Un giorno venne nella mia scuola un’insegnante della Scala, Anna Maria Bruno, a chiedere se qualche alunna volesse studiare danza. Tornai a casa felice. Nella mia famiglia mia madre fu l’unica entusiasta.

«La ballerina?!». Per mio padre fu un vero scandalo. Senza contare che non c’erano tutte queste entrate. Ma mia madre disse: «Ci penso io!».

La maestra si entusiasmò. Devo precisare che non sono mai stata un genere di ballerina tradizionale. Ero come un grillo, saltavo.

Non ero come la Fracci: ero un maschiaccio, ero ballerina di salto, di carattere, spiritosa, molto brillante. Ero specializzata in intreccio a quattro. Saltavo pin pin come un ping pong.

Dopo un anno in cui lei mi insegnò alle elementari, alla fine della terza andai io alla sua scuola in via Castel Morrone. Era una scuola costosa, ma io le davo lustro, perché la Bruno mi vedeva promettente. Così mi fece dello sconto: aveva capito che in me c’era la stoffa della professionista e che la danza, a differenza delle altre bambine, non la vivevo come un hobby.

E fu sempre lei a consigliarmi di andare, alle medie, alla Scala.

Graziella Porta a Lucca

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