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Articoli recenti

Arrigo Benedetti. L’ostinazione laica

[di Alberto Marchi]

“I giornali non sono scarpe”: fu, questo, il titolo di un memorabile articolo che Arrigo Benedetti pubblicò nel 1950 in uno dei due maggiori settimanali che egli aveva fondato e diretto, «L’Europeo». I giornali non sono come le scarpe, non sono un bene di consumo al pari di un qualsiasi altro oggetto del mercato: è vero, possono finire al macero, ma qualcosa di loro resterà. C’è espressa, in questo titolo così riuscito, una visione del giornalismo che Arrigo Benedetti praticò in tutto il corso della sua straordinaria esperienza giornalistica e che ha segnato profondamente la storia della stampa italiana nella seconda metà del Novecento. Un giornalismo che non insegue facili successi, che non è fatto solo di articolisti brillanti che usano la realtà come pretesto per lo sfoggio delle proprie abilità o, peggio, per il proprio tornaconto. Ma che persegue, invece, uno scopo che è insieme nobile e quant’altri mai necessario alla convivenza civile: l’ideale di una stampa libera e indipendente, capace di indagare e raccontare la realtà per quell’opera di conoscenza che è essenziale per la formazione di cittadini consapevoli.

Arrigo Benedetti

Tornare alle fonti del magistero benedettiano è così oggi non un mero esercizio retorico, né un nostalgico revivaldi un passato che si suppone “glorioso” di fronte al presente, che spesso ci lascia delusi. Significa invece ripercorrere un itinerario che non fu fatto solo di successi, ma che spesso si dovette scontrare con la durezza della realtà: come quando, nel 1958, la Corte di Appello di Roma condannò Arrigo Benedetti e Manlio Cancogni alla pena di dieci mesi di reclusione senza condizionale (poi fortunamente estinta per amnistia) per aver diffamato la Società Immobiliare negli articoli di una famosissima inchiesta che fu pubblicata dal settimanale «L’Espresso» nel 1955: Capitale corrotta=Nazione infetta. Coloro che avevano disvelato le strutture di un immenso malaffare venivano “puniti” con una condanna che suscitò peraltro vasta indignazione, sia nel mondo politico, a onor del vero, che nella stampa.

Ma riscoprire Benedetti significa anche tornare ad apprezzarne la pluridecennale attività di opinionista: dalla metà degli anni Quaranta fino alla morte, avvenuta precocemente nel 1976, passando per «L’Espresso», la «Stampa», il «Correre della Sera», «Panorama» e «Il Mondo», egli fu infatti uno degli alfieri dell’Italia che si può senz’altro definire laica e civile, difensore strenuo dei principi che fondano una moderna democrazia di stampo liberale: la libertà di coscienza, la tolleranza, l’attenzione costante rivolta a chi nella società occupa gli ultimi posti. È l’impegno di chi rivendicava per sé l’attributo di “laico ostinato”, nel rifiuto di ogni imposizione di confessionalismo e di oscurantismo.

Arrigo Benedetti non trascurò di praticare alcuna forma o genere giornalistico: dall’inchiesta al reportage, dall’articolo di fondo all’elzeviro, di cui rinnovò la forma dando prova di grandi capacità di sintesi. L’inchiesta sulla morte di Salvatore Giuliano, la linea ferma tenuta durante il caso Montesi, la già citata inchiesta Capitale corrotta=nazione infetta, la grande inchiesta sulla mafia in Italia sempre sulle pagine dell’«Espresso», la rottura con Scalfari a suon di editoriali pubblicati nella celebre rubrica “Diario Italiano”, sono solo alcune delle vicende più famose che hanno segnato l’esperienza gioranalistica di questo grande esponente di una stampa libera che faceva dello spirito di indipendenza da ogni potere il sigillo di un’informazione capace di camminare a testa alta nella difficile società contemporanea. Continua a leggere

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