Cosa accade a un giardino quando il giardiniere muore?

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Firenze, Ponte alla Grazie, 2016

[di Daniela Marcheschi]

La Pera (1956-2016) scrive un libro, il suo migliore, di grande intensità e verità, mettendo a nudo quella grazia infantile, la timida bontà, la cura per le cose amate che erano uno dei tratti più belli del suo pur  sfaccettato carattere. Cosa accade a un giardino quando il giardiniere muore? Il giardino come radicamento nelle opere e nei giorni, come immersione e costruzione costante, come azione in pienezza e autenticità verso la vita, i luoghi, la Natura, ma  anche la loro esistenza autonoma e la  loro vitale interazione con il giardiniere, con noi. Vivere e sentirsi vivere come parte del mondo, della Natura in perenne trasformazione e che pure vive e sente. «Lilia date manibus plenis»: leggere e commuoversi, perché infine la letteratura esprime e conosce per riconoscere.

 

La cerimonia del nuoto

Valentina Fortichiari, La cerimonia del nuoto, Milano, Bompiani, 2018

[di Daniela Marcheschi]

Quattordici bei racconti – più un Post Scriptum che li “scioglie” e li incornicia – sul mare e certe sue creature (il cavalluccio marino, la foca ad esempio) e sul nuoto (puro movimento e corpo del corpo), sulla ferocia della vita e la necessità dell’«impermanenza», di affidarsi al mare-nascita-esistenza con leggerezza, come atto di libertà e felicità, nonostante tutto.

Una vita inquieta, avventurosa, solitaria

Nanni Cagnone, A ritroso, 2020-1975, poeti nottetempo, Milano 2020

In quest’autoantologia, Nanni Cagnone (1939) testimonia quarantacinque anni di lavoro poetico. Cagnone, ligure di Ponente, “di quelli che tramontano”, è stato batterista jazz, giornalista, editore, direttore creativo d’agenzie di pubblicità, consulente per la company image, docente d’estetica e di strategie progettuali.

Oltre alle opere poetiche (tra cui Le cose innegabili, Roma, Avagliano, 2018, Premio Napoli per la poesia), romanzi (Comuni smarrimentiPacific Time), racconti (Cammina mare), saggi e aforismi (DiscordeDites-moi Monsieur Bovary). Ha tradotto e commentato The Wreck of the Deutschland di G. M. Hopkins, Agamemnon di Eschilo, Perì Phýseos di Parmenide.

Una vita inquieta, avventurosa e infine solitaria, segnata da ricoveri psichiatrici e frequenti vagabondaggi. Una delle voci più importanti  della poesia italiana contemporanea: affascinante, polimorfica, ritrosa, e sempre controcorrente.

La foto dell’autore è di Eric Toccaceli.

 

Sul filo del paradosso

Silvana Grasso, La domenica vestivi di rosso, Venezia, Marsilio, 2018

[di Daniela Marcheschi]

Con la sua consueta inventiva stilistica sul filo del paradosso, con i suoi colpi di scena narrativi, la Grasso racconta la storia di una bambina, poi ragazza, «bellissima» e diversa: Nerina ha piedi con sei dita, invece delle cinque dei comuni mortali, che attraggono irresistibilmente gli uomini. Pronta a recitare l’amore più che a viverlo – sullo sfondo un Sud su cui il Nord Italia ha lanciato i fermenti del Sessantotto «come una bomba da un caccia in tempi di guerra», Nerina vuole diventare una scrittrice: ma si sa, la letteratura è piena di casi imprevisti, di doppi, di possibilità come sliding doors

I molteplici aspetti della scrittura. Le lezioni di Giuseppe Pontiggia

Giuseppe Pontiggia, Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura, Mondadori, Milano 2020

Le lezioni di Giuseppe Pontiggia, pubblicate a metà degli anni Novanta su due riviste («Wimbledon» e «Sette»), sono ora raccolte in un unico volume. Trentatré conversazioni in cui l’autore, in forma di intervista, affronta i molteplici aspetti della scrittura.

«Non ho mai conosciuto nessuno che sia “nato” scrittore. Ho conosciuto alcuni che lo sono diventati dopo un tirocinio molto duro, fatto di tentativi, scacchi, fallimenti»

«Quello non lo insegno.» Così rispondeva Giuseppe Pontiggia a chi gli chiedeva come diventare scrittore. Non basta infatti avere l’attitudine, la volontà, l’ambizione. Come per il nuoto, si possono però ottenere buoni risultati impadronendosi della tecnica, osservando i modelli, allenandosi duramente. Per scrivere «bene» (con stile) bisogna prima liberarsi da una serie di pregiudizi: che scrittori si nasca, che il talento e l’ispirazione contino più di un severo apprendistato, che un testo letterario (e in generale un testo efficace) nasca già perfetto anziché perfettibile». 

Nei suoi corsi di scrittura al Teatro Verdi, infatti, Pontiggia insegnava prima di tutto a leggere. Recita ancora il risvolto di copertina
Leggere in senso forte, cominciando dai classici, in un «corpo a corpo» con il testo pensato per affinare la capacità di giudizio e scoprire insieme le potenzialità e i limiti delle proprie risorse espressive. Ma soprattutto per lasciarsi emozionare dalle parole, per esplorarne le stratificazioni, per imparare a usarle in modo responsabile. Scrivere, per Pontiggia, non è trascrivere le proprie esperienze, sensazioni o memorie, ma andare incontro all’inatteso che sorprende, al nuovo che disorienta: pronti a tornare indietro, e a riscrivere se necessario, per dire nel modo migliore quanto si va scoprendo attraverso il linguaggio. Perché la scrittura è un viaggio che non si lascia pianificare, ma anche il risultato di un lavoro paziente, fatto di un rapporto concreto con il testo, in tutto simile a quello dell’artigiano all’opera nel suo laboratorio. Un laboratorio che Pontiggia ha allestito per anni durante i suoi incontri settimanali al Teatro Verdi di Milano, dialogando con un pubblico eterogeneo (studenti, professionisti, aspiranti scrittori). Le sue lezioni, pubblicate a metà degli anni Novanta su due riviste («Wimbledon» e «Sette»), sono ora raccolte in un unico volume. Trentatré conversazioni in cui l’autore, in forma di intervista, affronta i molteplici aspetti della scrittura «espressiva», a cui si aggiungono altre quattro lezioni, «per addetti ai lavori ma non solo», in cui la riflessione sulla scrittura diventa essa stessa un alto esempio di scrittura saggistica, ricca di aforismi e battute fulminanti; dove il confronto con i classici, ancora una volta, ci introduce nella biblioteca e nell’officina dello scrittore, pronti a carpirne i segreti.

Un calcio ancora umano

Ernesto Ferrero, Amarcord bianconero, Torino, Einaudi, 2018

[di Daniela Marcheschi]

Tenero, ironico, racconto autobiografico, di memoria e di amore per il gioco del calcio e per la Juventus in particolare. Ferrero, con la maestria che lo contraddistingue, parla del suo tifo per la squadra di Torino, ripercorre le vie della propria infanzia e giovinezza, i calci tirati al pallone nel cortile con gli amici, le partite, i giocatori eroi di un calcio ancora «umano» come Borel, detto Farfallino, o il portiere Giovanni Viola, e un tifoseria non violenta. Un calcio di cui parlavano incantando, alla radio poi in televisione, Nicolò Carosio e, sui giornali, Gianni Brera con il suo stile ricco di neologismi. Un calcio che ispirava i poeti, come Umberto Saba, con le sue battaglie sportive epiche e un approdo rassicurante come il ritorno a casa dell’allora ragazzo Ernesto Ferrero.

 

Il vizio di mangiare carta e pergamena

Edgardo Franzosini, Il mangiatore di carta, Palermo, Sellerio, 2017

[di Daniela Marcheschi]

Franzosini è uno dei nostri scrittori più solidi e lo si legge sempre con gusto e profitto. I suoi soggetti sono originali, attingendo a personaggi dalla vita singolarissima, veri e propri casi limite della storia e della letteratura. Ora è la volta di Johann Ernst Biren, a cui Balzac dedica due pagine digressive in Illusioni perdute (indicandolo come Byron): era il «Favorito» dalla grande bellezza, lo scrivano, l’avventuriero del Settecento che non resisteva al vizio di mangiare la carta e la pergamena, cioè le parole vergate in vari inchiostri. Franzosini costruisce il suo romanzo con un incastro ben teso, muovendosi di continuo fra la narrazione romanzesca di Balzac, i caratteri da lui inventati (ad es. Lucien de Rubempré), e le proprie proiezioni e fantasie ricche d’immaginazione, ma anche i dati e le notizie documentarie scovate in biblioteche e archivi. Per capire chi fosse stato davvero lo stravagante Biren; ma anche quello scrittore operosissimo, sempre al lavoro in affanno, che fu Balzac: l’uomo Balzac, che aveva smodata passione per il cibo e la carta scritta… A loro modo, due cercatori d’infinito. È in questo suggestivo gioco di luci e penombre, di mutui riflessi, che Franzosini si conferma oggi come uno dei più innovativi autori del romanzo storico, se non il maggiore.

 

Il mistero delle cose nascoste ai dotti

Margherita Rimi, Le voci dei bambini. Poesie 2007-2017, Mursia, 2019

[di Anna Maria Curci]

Le voci dei bambini: ne ho seguito le storie narrate con versi sobri e con acuto dolore. Nelle cinque sezioni ogni tono cromatico alza il velo su orrori, li porge alla conoscenza, senza possibilità di equivoci, di fraintendimenti: il Bianco accecante degli abusi sessuali, il Nero del lutto perpetuato e dilaniante della guerra, il Blu che dipinge lo sfruttamento minorile, il Rosso dei matrimoni e delle gravidanze imposti alle bambine, il Verde dei disegni dei bambini, che portano lo stigma di “babbu”, spiegati dagli stessi bambini.

Le voci dei bambini si levano nette, scuotono con la pronuncia diretta dell’indicibile. Il Dio dei bambini invocato nella poesia iniziale è un Dio «che non cancella le loro parole/ che non dice che sono / bugie».

La poesia di Le voci dei bambini anche in questo è sacra: perché pronuncia il vero e non lo nasconde; perché rivela, nella sua parola che ricorda, tra le parole consegnate sul monte, quella che ribadisce che mai dobbiamo rendere l’altro strumento, oggetto del nostro piacere, del nostro utile; perché rivela quello che ai piccoli e non agli adulti accecati è stato rivelato: il mistero delle cose nascoste ai dotti.