Busenello, il poeta avvocato

[di Daniela Marcheschi]

Giovan Francesco Busenello, Delle ore ociose. Les fruits de l’oisiveté, Édition de Jean-François Lattarico, Paris, Garnier, 2016.

Opera monumentale e da non perdere, questa di Lattarico, che raccoglie in mille pagine e poco più l’edizione critica, gli apparati, la Bibliografia e i testi italiani dell’insigne poeta di teatro Busenello (1598-1659) e la loro traduzione in francese. Il poeta-avvocato veneziano comprese rapidamente e bene le potenzialità della nascente opera e scrisse cinque “libretti” notevoli, fra i quali L’incoronazione di Poppea (1643) per la musica di Claudio Monteverdi e altri quattro – Gli amori di Apollo e Dafne (1640), Didone (1641), La prosperità infelice di Giulio Cesare dittatore (1646) e La Statira (1655) – per quella di Francesco Cavalli. Soprattutto, fu un innovatore della scrittura per il teatro musicale, giocata su polimetria e polifonia in grado di produrre forti effetti: di certe sue modalità della versificazione si sarebbe ricordato non a caso Vittorio Alfieri, un secolo e oltre più tardi, per comporre le sue più celebri tragedie.

Una traduzione-travestimento

[di Daniela Marcheschi]

Domenico Balestrieri, La Gerusalemme Liberata Travestita in Lingua Milanese, a cura di Felice Milani, Milano, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, 2018.

Nel Settecento, quando la poesia era «comunemente amata e gradita», secondo Girolamo Baruffaldi, si affrontavano imprese come quelle di tradurre La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso nella lingua di Milano: una traduzione/travestimento in senso comico-realistico, nella migliore tradizione della poesia giocosa. Balestrieri vi lavorò fra il 1743 e il 1758, aggiornandone lo statuto stilistico e innovando fra le altre cose la grafia del Milanese (se ne ricorderà Carlo Porta), lingua di cui offre un amplissimo ventaglio di forme.

Il dialogo fra saperi nelle poesie di Amedeo Anelli

Amedeo Anelli

[di Daniela Marcheschi]

Amedeo Anelli, Neve pensata, Milano, Mursia, 2017. È una delle migliori raccolte di Anelli e della poesia odierna, in cui la neve e il silenzio, cose e ragionamento, la quiete e il moto degli affetti, esterno e interno si intrecciano e si riverberano, l’uno legato all’altro dal vincolo della necessità che lega l’uomo e le cose. Il dialogo fra saperi diversi è esplicito nella multiformità dei livelli di lettura dei testi che compongono il volume, dalla ricca e originale tessitura polifonica, le immagini nitide di un inverno stagione della Natura e del cuore, che, però, non è mai un arrendersi al mondo. Lo sguardo controllato eppure tramato di pathose affetti, anche dolenti, indugia su particolari grandi e piccoli, come gli alberi, i gatti, la neve, la pioggia, un pettirosso improvvido, prima che il silenzio/ la parola finita di pronunciare/ li accolga e li riempia di sé. Continua a leggere

Il Premio Olio Officina 2019 allo scrittore Paolo Giordano

Paolo Giordano

È stato consegnato sabato 2 febbraio il premio che ogni anno Olio Officina Festival assegna a uno scrittore. Nel corso della ottava edizione  a riceverlo è stato il narratore Paolo Giordano, con la seguente motivazione:

Segnalatosi sin dal felice esordio nella narrativa per la capacità di affrontare i disagi più profondi della gioventù, rispecchiando fedelmente i sentimenti, i nodi e i conflitti interiori di una generazione, con il romanzo Divorare il cielosi è assunto il coraggio di misurarsi con lucidità con un altro tema cruciale, questa volta esterno alle coscienze, che rimanda a una olivicoltura compromessa dalla Xylella e a un ambiente messo anch’esso a rischio.

Luigi Caricato, direttore di Olio Officina Festival, mentre premia lo scrittore Paolo Giordano

Paolo Giordano. Narratore, ha pubblicato per Mondadori il romanzo La solitudine dei numeri primi, con il quale tra gli altri ha vinto, nel 2008, il Premio Strega e il Premio Campiello Opera Prima, e i romanzi Il corpo umano (Mondadori, 2012), Il nero e l’argento (Einaudi, 2014) e Divorare il cielo (Einaudi, 2018).

Insieme con Paolo Giordano sul palco vi erano il direttore di OOF Luigi Caricato e lo scrittore Antonio Pascale.

Da sinistra: Luigi Caricato, Paolo Giordano e Antonio Pascale

Anche d’Annunzio e Huxley a Olio Officina Festival

Tanti gli appuntamenti culturali alla ottava edizione di Olio Officina Festival a Milano. Giovedì 31 gennaio 2019, per esempio, anche Daniela Marcheschi interverrà accanto a Giordano Bruno Guerri. Ecco alcune anticipazioni.

 

Gabriele d’Annunzio, l’olio, la pubblicità

Conversazione con Giordano Bruno Guerri, scrittore e storico, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani

Con la presentazione di Oleum Vatis, l’olio extra vergine di oliva ottenuto dai 395 olivi presenti nella tenuta del Vittoriale, recuperati a opera dell’azienda agricola Il Cavaliere, con l’intento di svolgere un’azione sociale che insegni l’autoimprenditorialità a giovani desiderosi di dare una svolta alla propria vita. Interverrà la professoressa Daniela Marcheschi.

Aldous Huxley e L’Albero di olivo

Giuseppe Barbera, scrittore,professore di Colture arboree all’Università di Palermo; Vincenzo Campo, bibliofilo, fondatore Edizioni Henry Beyle; Stefano Salis, giornalista culturale del quotidiano “II Sole 24 Ore”; Ferdinando Scianna, fotografo

Presentazione del volume L’Albero di olivo, di Aldous Huxley, Edizioni Henry Beyle Continua a leggere

Il “Caffè letterario” di Olio Officina Festival 2019

SPECIALE OOF 2019. C’è grande attesa per questo luogo della cultura di Olio Officina Festival. È a cura di Caterina Arcangelo, con la supervisione di Daniela Marcheschi, e la fattiva presenza operativa del Cisle, il Centro internazionale di studi sulle letterature europee, il Cisesg, il Centro internazionale di studi europei Sirio Giannini, con il prezioso apporto della Cooperativa letteraria e della rivista FuoriAsse – Officina della Cultura

Il Centro Internazionale di Studi Europei Sirio Giannini – CISESG, il Centro Internazionale di Studi sulle Letteratura Europee – CISLE, «FuoriAsse – Officina della cultura» e Cooperativa Letteraria sono lieti di invitarVi, venerdì 1° febbraio e sabato 2 febbraio 2019, agli eventi organizzati nell’ambito del Caffè Letterario di OOF – Olio Officina Festival – Condimenti per il palato & della mente, ideato e diretto da Luigi Caricato.

Palazzo delle Stelline di Milano, C.so Magenta 61 Continua a leggere

Oltre le quinte… INTERVISTA CON ELISABETTA SALVATORI

[di Mariapia Frigerio]

È il raccontare la cifra che caratterizza l’attività teatrale di Elisabetta Salvatori, attrice versiliese. Un raccontare che contraddistingue anche questa intervista, in cui trasmette emozioni a chi la ascolta, in modo molto simile a quelle che trasmette alla platea entusiasta e appassionata che da molti anni segue le “sue” storie.

 

“Teatro in valigia”, “teatro in salotto”: sono due definizioni del tuo far teatro. Me ne vuoi parlare?

Il “teatro in valigia” riguarda solo le favole con cui ho iniziato, mentre il “teatro in salotto” è quello che faccio da sedici anni in casa mia, dove, nello spazio del salotto, ho messo cinquanta seggioline e una pedana davanti al caminetto. Lì propongo molti dei miei spettacoli.

 

Tu fai un teatro che, a seconda dei casi, è stato definito “sacro”, “civile”, “di passioni” riconducibili a personaggi pubblici e privati, a volte sconosciuti. Come mai questi temi?

Per prima cosa vorrei dire che io racconto solo storie vere.

Nello specifico, il caso del sacro è cominciato da un mio desiderio di parlare di una santa. Volevo che fosse toscana. Non conoscevo tanti santi e la prima che mi è venuta in mente è stata Caterina da Siena.

Nel momento in cui provai il desiderio di narrarne la vita, la Provincia di Pistoia mi chiese di raccontare quella di Beatrice di Pian degli Ontani, poetessa pistoiese dell’800. Mi trovai così indecisa tra dare la precedenza alla mia personale urgenza di parlare di una santa o, invece, come mi chiedevano, di parlare di una poetessa di cui conoscevo pochissimo.

Ho preso così due o tre notizie su Caterina, due o tre su Beatrice, un po’ di biografia dell’una e un po’ dell’altra e, leggendo, ho scoperto che avevano in comune una data, il 25 marzo, in cui, a cinque secoli di distanza, una nasce e l’altra muore. E questa mi è sembrata una bella coincidenza.

Poi, proseguendo nel mio lavoro, sono venuta a conoscenza che erano tutte due analfabete (una poetessa analfabeta è particolare!), tutte e due grandissime comunicatrici. Pensa che Caterina, analfabeta, detta più di trecento lettere. Ma una cosa mi ha folgorata: tutte e due hanno stupito le persone che le hanno incontrate per la loro conoscenza della vita, per la loro saggezza.

Alla domanda: «Chi ti ha insegnato tutto questo, dove l’hai imparato?», Beatrice, che era anche molto ironica, risponde: «Dal libro aperto». Il «libro aperto» è la montagna sull’Appennino pistoiese, sotto la quale c’è il suo paesino, Melo, dove è nata, anche se poi ha vissuto lì vicino, a Pian degli Ontani. Questo «libro aperto» è proprio una montagna che ha tale forma.

Quando cinque secoli prima Caterina viene messa sotto processo e i domenicani la richiamano perché mette inquietudine il suo modo di vivere, di parlare, di esporsi, strano in una donna semplice, nata in una famiglia modesta e alla domanda di chi fosse stato a insegnarle tutto, lei risponde la stessa cosa: «Il libro aperto», riferendosi alle braccia di Cristo stese sulla croce. Il fatto che tutte e due rispondano nello stesso modo mi convinse di quanto avessero in comune le due donne.

Da queste coincidenze nasce il mio primo racconto sul sacro, Piantate in terra come un faggio o una croce. “Faggio” dedicato alla vita di Beatrice – che, fra l’altro, partorisce appoggiata a un faggio – e “croce”, ovviamente, a Caterina. Un incrocio tra poesia e fede.

Girando con questo spettacolo, trovai un sacerdote che mi propose di raccontare la storia di Madeleine Delbrêl, una mistica francese del secolo scorso che io non conoscevo. Lui insistette dandomi della documentazione su di lei. Me ne innamorai ed è così che è nato il mio secondo spettacolo sul sacro, Come gli scambi del treno. Continua a leggere

Oltre le quinte… INTERVISTA CON GRAZIELLA PORTA

[di Mariapia Frigerio]

Difficile fare ordine nel fiume di parole e nella verve dell’eterna ragazza Graziella Porta, ballerina, attrice, cantante, e nel mondo dei suoi ricordi che la commuovono e che commuovono chi la ascolta. Uno spaccato del pianeta dello spettacolo con tanti nomi famosi, tanti episodi, tanti incontri descritti con ironia garbata.

Ci proveremo.

 

Tu nasci ballerina. Come hai iniziato?

Fin da bambina adoravo ballare: spaccavo le scarpe, ero sempre sulle punte.

Ho sicuramente preso da mia madre che mi ha costantemente aiutata, forse perché riversava su di me quello che avrebbe voluto fare lei.

Mia madre aveva inoltre una voce bellissima: magari l’avessi ereditata! Era proprio “sopranina”, ma da Felizzano fare 15 km per andare in Alessandria a studiare canto sarebbe stato, al suo tempo, un disonore: mia madre era del ’15, figurati!

Io sono nata per caso a Viguzzolo (Tortona) sotto le bombe dei tedeschi, poi siamo sfollati a Desio, e nel ’50 siamo arrivati a Milano dove i miei avevano comprato un appartamentino, come usava allora, con le rate.

Ho fatto la prima e seconda elementare a Desio. Dalla terza in poi, invece, a Milano.

Un giorno venne nella mia scuola un’insegnante della Scala, Anna Maria Bruno, a chiedere se qualche alunna volesse studiare danza. Tornai a casa felice. Nella mia famiglia mia madre fu l’unica entusiasta.

«La ballerina?!». Per mio padre fu un vero scandalo. Senza contare che non c’erano tutte queste entrate. Ma mia madre disse: «Ci penso io!».

La maestra si entusiasmò. Devo precisare che non sono mai stata un genere di ballerina tradizionale. Ero come un grillo, saltavo.

Non ero come la Fracci: ero un maschiaccio, ero ballerina di salto, di carattere, spiritosa, molto brillante. Ero specializzata in intreccio a quattro. Saltavo pin pin come un ping pong.

Dopo un anno in cui lei mi insegnò alle elementari, alla fine della terza andai io alla sua scuola in via Castel Morrone. Era una scuola costosa, ma io le davo lustro, perché la Bruno mi vedeva promettente. Così mi fece dello sconto: aveva capito che in me c’era la stoffa della professionista e che la danza, a differenza delle altre bambine, non la vivevo come un hobby.

E fu sempre lei a consigliarmi di andare, alle medie, alla Scala.

Graziella Porta a Lucca

Continua a leggere

Neve pensata

Solo visione, solo tempo” scrive Amedeo Anelli, come per farci capire il suo modo di creazione: lui osserva la natura, i campi, gli alberi, un pettirosso, i gatti, le farfalle

[di Irène Duboeuf]

Avevo apprezzato la poesia di Amedeo Anelli nel 2016 con l’antologia di Paolo Febbraro Poesia d’oggi, un’antologia italiana(elliot edizioni) poi dopo con l’Antologia di poeti contemporanei di Daniela Marcheschi (Ugo Mursia editore 2017). Una poesia che non si può dimenticare. Perciò ho letto con grande piacerequestaraccolta che si apre e si chiude con l’immagine di un paesaggio di neve che non viene nominato, (eccetto l’indicazione di Villa Barni e diMelegnanello): basta la presenza dei pioppi, degli argini, della nebbia e dei treni per creare l’ambiente appropriato alla Pianura Padana. Un paesaggio in cui tutti i sensi sono sollecitati.

Neve pensata è una raccolta che ci parla anche del tempo, che viene considerato nel suo doppio significato:

1) come un fenomeno atmosferico. Le stagioni, i fenomeni meteorologici (siamo d’inverno, c’è la neve, il freddo, il gelo, la pioggia, la nebbia)

 

2) come un fenomeno cronologico: da una parte la scansioneciclica e periodica, il tempo della musica, presente nel fondo come pure nella forma (con il ritmo – accentuato nella poesia dalle ripetizioni ed i suoni, e silenzi (Elogio del silenzio p.49, Luoghi del silenzio p.69 da l’altra parte lo scorrere del tempo “Non c’è più tempo”(p.15 ) Non tornerà più (p. 11), Gli invisibili (p.5),Notenbuchlein (p.43)Bellissima l’ultima poesia nella quale il poeta allude ad un ricordo lontano, che fa pensare ad un ricordo d’infanzia.

Solo visione, solo tempo” scrive Amedeo Anelli, come per farci capire il suo modo di creazione: lui osserva la natura, i campi, gli alberi, un pettirosso, i gatti, le farfalle ecc. (da notare che, anche se il tema sia la neve, ci sono molti colori) ma, più che altro, sono i suoni e soprattutto i silenzi che nutriscono il suo sentire che poi scrive sulla pagina bianca della neve. Suoni e silenzi anche delle parole come se la dimensione musicale dei suoi versi fosse il modo giusto per restituire la visione iniziale. Lo dice lui, la sua poesia è una “musica per gli occhi”.

I titoli stessi “Notturno”, “toccata”, “offerta musicale” “recitativo” ecc. attestano dell’importanza della musica nella sua opera. Continua a leggere

Il nuovo numero di Kamen’

È stato edito in questi giorni il cinquantaquattresimo numero (n. 53 giugno 2018) della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’», il numero è dedicato alla memoria di Angelo Genovesi, ed ha le sezioni diFilosofia, Poesia e Letteratura e Giornalismo.

La sezione di Filosofia è dedicata a Angelo Genovesi. Sono pubblicati di Genovesi i saggi Henri Bergson e «Le Rire»eLibertà, natura e cultura nel pensierodi Albert Einstein. La sezione è chiusa da un intervento di Paolo Bussotti In ricordo di Angelo Genovesi. Continua a leggere