Una mappa del cuore e una finestra spalancata sul mondo

Roberto Michilli, Atlante con figure, Giulianova (TE), Galaad Edizioni, 2016

[di Daniela Marcheschi]

Scrivere, non senza un pizzico di ironia, per ricordare gli amici di una vita, la vita fra passato e presente: perché solo queste due dimensioni temporali possono aprire una via al futuro. E scrivere una narrazione che è, contemporaneamente, libro di memorie, diario, cronaca, racconto breve: il volume è infatti scandito in capitoli di poche righe o poche pagine. Questo «atlante con figure» è una mappa del cuore e, insieme, la finestra spalancata sul mondo dell’immaginazione, della letteratura: la sola capace di recuperare e trasfigurare i materiali dell’esistenza. Del resto le Muse sono figlie di Zeus, re potente e metamorfico, e Mnemosyne, dea della memoria; e sono guidate da Apollo, che porta la luce.

Piero Gelli, portava, senza farlo pesare, la profondità in superficie

[di Giorgio Boatti]

Leggo che è mancato Piero Gelli e mi spiace tantissimo. Era uno degli ultimi personaggi che davvero sintetizzavano mezzo secolo di editoria del Novecento italiano. Ne  ha percorso la storia interna, da Garzanti ad Einaudi, da Rizzoli a Baldini & Castoldi. 
Conoscerlo, lavorarci accanto, è stato un privilegio e un divertimento costante.
Uomo coltissimo, intellettuale onesto e sensibile, mi ha insegnato molto, in particolare l’assoluta rilevanza, in ogni vita, della costruzione di un proprio stile. Unico. Originale. 
Il suo stile era dato dalla capacità, davanti a questioni rilevanti, a momenti anche duri, drammatici, della vita, di non perdere la sua signorile ironia, la sua intelligente lievità.
In sintesi: sapeva portare, senza farlo pesare, la profondità in superficie…

Il mito d’amore e morte

Silvana Grasso, Atthis Dell’Eterna Ferita, a cura di Gandolfo Cascio, Giarre (CT), Archivio Silvana Grasso, 2017

[di Daniela Marcheschi]

In questo dramma-tragedia moderna, a lungo inedita, in due atti di inquietudine misterica ripercorriamo il mito d’amore e morte di Attis il bello e di Cibele, la dea-Natura che crea e distrugge feroce.

[nella foto di apertura, di Gianfranco Maggio, l’autrice ritratta a Olio Officina Festival, con uno dei suoi ultimi romanzi, Solo se c’è la Luna]

Racconti e memorie, giornalismo e letteratura

Alberto Sinigaglia, Il pappagallo e il Doge, Castelfranco Veneto, Biblioteca dei Leoni, 2017.

[di Daniela Marcheschi]

In uno stile coeso e netto, Sinigaglia offre racconti e memorie, giornalismo e letteratura  in una indimenticabile galleria di ritratti sullo sfondo di Venezia: da Mario Soldati a Hugo Pratt, da Aldo Palazzeschi a Massimo Mila, senza dimenticare riferimenti ai maggiori protagonisti della società italiana –  da Gianni Agnelli a Sandro Pertini – e un folto numero di altri protagonisti famosi, come ad es. Papa Giovanni XXIII, anzi, l’allora Patriarca di Venezia Roncalli, Giovanni Arpino, Enzo Biagi, Giulio De Benedetti, Carlo Casalegno ecc., e ignoti o quasi: «il Colonnello» proprietario di un ristorante ben frequentato, «il Professore» che fa un invito un po’ strano…

Coda di Paglia

 

[Certe favole cominciano con un sospiro e finiscono con una benedizione. Per i lettori di “Corso Italia 7”, l’intensa favola di Cristiana Minelli, tratta dal volume Favole con e senza coda. Fra la via Emilia e il West]

 

Nonostante le apparenze sono un cane-aperitivo. Uno di quelli che mettono soprabito e cappotto, spuntano dalle borsette, trotterellano dietro a coppie che si tengono per mano, oppure arrancano, cercando di stare al passo di qualche sportivo della domenica.

Se fuori diluvia la faccio nella lettiera, come un gatto. Che umiliazione.

Per fortuna non ho ciuffi da infiocchettare con ridicoli nastri di raso.

È già qualcosa.

Capisci subito la vita che fanno i cani-aperitivo. Vanno a spasso con aria superba, look maculato, collare gioiello e altri accessori che fanno rima con orrore. Però non sembrano affatto spaventati. Sfrecciano a bordo di strambi passeggini godendosi un’esistenza tutta da bere, in compagnia di bipedi adoranti, maculati, come loro, dalla testa ai piedi.

I cani-aperitivo sono delle gatte morte, fanno incetta di prelibatezze e complimenti, stravolgono la vita di una famiglia e in quattro e quattr’otto la cannibalizzano. In four and four eight,come dice Massimo, il bipede che poi mi ha adottato.

Beh, mi piacerebbe essere un cane così, star di storie trash su Instagram, vestito, svestito, messo a letto, come i bambini di casa.

Avrei una vita dritto, rovescio e salsicciotto, come quella dell’osso parlante della pubblicità. Sì, mi piacerebbe.

Sarei un toy dog. Un giocattolo con la coda che prende vita senza joystick.

Invece sono un cane diverso. Un incidente, una mutazione, o forse solo lo scherzo del destino, mi hanno regalato una coda arricciata come quella di un minuscolo maiale. Non quella naturalmente corta, quasi inesistente, propria della mia razza.

Così ho vinto un biglietto di sola andata per la strada. Continua a leggere

L’attività critica e di scrittura di Giuseppe Pontiggia

Alessandro Carandente, Giuseppe Pontiggia. Dalla scoperta dei classici alla critica del linguaggio, Napoli, Marcus Edizioni, 2019.

[di Daniela Marcheschi]

Critica e riflessione epistemologica per affrontare l’attività critica e di scrittura di Giuseppe Pontiggia: appunto critico e scrittore di straordinario acume, fra i maggiori protagonisti della nostra letteratura. E poi i suoi rapporti con la Neoavanguardia, la cultura classica, la cultura francese e la riflessione sulla lingua. Per la singolarità, la coerenza e la profondità del pensiero, per le questioni scomode che pone fra etica e letteratura come «parole necessarie», fra letteratura e consapevolezza teorica e studio serio, Pontiggia è oggi meno presente nella discussione intellettuale italiana. Ma non certo a Carandente, che correda il suo volume, da leggere, anche di lettere inedite inviategli negli anni dallo stesso Pontiggia. Si può non essere talora d’accordo con alcune analisi di Carandente, ma questo fa parte del “gioco degli scacchi” (per usare una immagine cara allo stesso Pontiggia) del lavoro critico, della negoziazione dei valori fra studiosi.

Pensieri, apologhi, favolette

Leonardo, Amore ogni cosa vince. Segreti di vita e bellezza. Con disegni dai suoi codici, a cura di Gino Ruozzi, Milano, Interlinea, 2019

[di Daniela Marcheschi]

Ruozzi, che è il massimo studioso italiano di aforismi, raccoglie qui i frammenti letterari, gli scritti aforistici del nostro genio rinascimentale. Si tratta in particolare di pensieri, apologhi o favolette, considerazioni, annotazioni rapide sull’uomo e la vita, non prive di ironia e sempre penetranti nei loro modi lapidari: «Chi non punisce il male, comanda che si facci».

L’infarto della scrittura

Silvana Grasso, Enrichetta, Amsterdam, Istituto Italiano di Cultura, 2016

[di Daniela Marcheschi]

Da leggere la prosa-poesia di Enrichetta, ora in una edizione bilingue, a cura di Gandolfo Cascio, nella traduzione di Raniero Speelman e con introduzione di Marina Caltagirone. La Grasso lo giudica il suo libro «più bello, le cellule staminali che ripararono l’infarto della mia scrittura»; di certo il suo stile peculiare lo si trova qui con tutti i segni della felicità inventiva in lessico ed immagini: «Ricordo: le sue natiche, vulcani di marmo, mosse da un invisibile giostraio, insofferenti al jeans, attrici sulla scena del marciapiede per un pubblico di garzoni volgari in processione, centauri di lambrette smarmittate, dietro alla Vara del Santo, Enrichetta il femminello. Ricordo: i rondoni alluttavano il cielo sbattendo le ali veloci e pietose sul martirio d’Enrichetta sul Corso. Ricordo: era tempo d’insulti bestemmie e peccato che nessun pavido cacciatore di frodo avrebbe espiato con atto di dolore mio dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore, dietro la grata d’un confessionale fuori dal paese, per vigliaccheria».

Parole nuove

[di Alessandro Tamburini]

Reclusi fra le mura domestiche, costretti a comprimere le uscite in uno spazio-tempo sempre più simile all’ora d’aria del carcerato, cerchiamo ogni possibile aiuto per colmare il vuoto della distanza dagli altri. I messaggi virtuali proliferano fino a portare al collasso la Rete, ma fanno rimpiangere più che mai il calore dello sguardo, del gesto, del contatto diretto fra le persone. Il telefono si prende invece la sua rivincita. La voce è in sé fisicità, muove da qualcosa che accade nel corpo e ne raccoglie pulsioni e sentimenti. Nemmeno l’immagine raggiunge la sua forza evocativa. Anche nel riascoltare quella registrata di chi non c’è più, viene da pensare che la voce sia la più profonda e insondabile chiave di riconoscibilità di una persona.

E come accade nelle situazioni estreme, quando la posta in gioco è la vita propria e di chi ci è caro, le parole si ricaricano del senso che avevano perduto. Balza subito alla mente Ungaretti che riscopre il valore primigenio della parola nella tragica realtà della guerra, come quando dall’incontro notturno con dei commilitoni scaturiscono i memorabili versi: “Di che reggimento siete/ fratelli”, in cui quel fratellidiventa “parola tremante” come “foglia appena nata”, pronunciata e sentita per la prima volta.

Così oggi, nel momento in cui pensare un’altra persona vuol dire essere in pensiero per lei, e telefonarle equivale davvero a “chiamarla al telefono”, espressioni prima ridotte a distratti convenevoli riacquistano una verità antica e nuova. Continua a leggere