Tra musica e arte le immortali parole dell’Alighieri

Ser durante, Viaggio nell’Inferno di Dante con Federico Barsanti e Pietro Conti

Pietrasanta, Studio d’Arte Tommasi, venerdì 23 agosto 2019, ore 21.15

[di Mariapia Frigerio]

 

Defilato dal centro di Pietrasanta, in quello che si potrebbe definire un piccolo Beaubourg perché luogo di esposizioni estemporanee e di rappresentazioni di “nicchia”, è stato presentato il lavoro di Federico Barsanti, noto attore versiliese, nonché autore-attore di uno spettacolo unico quale Signora Porzia.

L’attore si cimenta questa volta con i versi di Dante, in un’operazione che lo pone subito a confronto con le interpretazioni di grandi del calibro di Carmelo Bene.

L’ex studio di Marcello Tommasi, figlio di Leone – pure lui scultore –, amico all’epoca dell’università fiorentina di Paolo Poli e Luigi Testaferrata, sembra il luogo ideale per questo viaggio tra le parole di Dante che vengono ambientate tra bozzetti e opere dello scultore, in una scenografia che esalta, se mai ce ne fosse bisogno, la potenza della parola dantesca.

Studio d’Arte Tommasi

Questo spettacolo-lettura, che ha raggiunto quasi sessanta repliche in giro per l’Italia e che presto andrà anche all’estero, alterna i versi di Dante, letti e interpretati da un bravissimo Barsanti, al puntuale commento di Pietro Conti.

È con il Dies Irae, dal Requiem di Mozart, che ha inizio questo che, nell’intenzione degli autori, è un viaggio tra le parole.

Si parte col I canto, con «Nel mezzo del cammin di nostra vita», in cui si pone in rilievo la ricerca del divino in noi e l’ “io” usato da Dante come un io dal valore universale.

Il III canto è introdotto dalle note di Benedetto Marcello, con la porta dell’Inferno che parla, usando ad arte anafore e climax ascendente.

Con il V canto si entra nell’Inferno vero e proprio, un Inferno che è un’invenzione dantesca, e sempre qui avviene l’incontro con il primo grande personaggio, Francesca da Rimini, che è un incontro, per molti versi, che Dante ha con sé stesso.

La lettura, tuttavia, non ci priva del lungo elenco delle altre anime afflitte da peccato di lussuria.

In questa alternanza di lettura e commento si pone l’accento su una Francesca lettrice e sul fatto che, ancora oggi, Dante si ascolta senza bisogno di “traduzione”.

Federico Barsanti

È poi la volta del canto di Ulisse, il XXVI, che è il canto della conoscenza, della sua importanza e del suo pericolo perché porta a rinunciare alla fede in Dio.

La lettura della «orazion picciola» e del «folle volo» suscitano un grande coinvolgimento del pubblico e un ricordo all’Odisseus di Guccini (nessuno è immune dal potere delle parole!). Il tutto accompagnato dalle note della Sinfonia 40 di Mozart.

A questo punto Federico Barsanti prega il pubblico – sempre più partecipe – di ascoltare ad occhi chiusi la lettura del canto XXXIII, il canto più emozionante, dove, ancora una volta, Dante ci presenta una coppia, come già aveva fatto con Omero e Virgilio, Paolo e Francesca, Ulisse e Diomede.

Questo è il momento del Conte Ugolino e dell’Arcivescovo Ruggieri, il canto della disperazione più forte: veder morire per fame i due figli e i due nipoti.

Dall’Inferno Barsanti vuole concludere facendoci volare in Paradiso con la preghiera alla Vergine del canto XXXIII.

Federico Barsanti legge la preghiera alla Vergine

E sulle note dell’Orfeo e Euridice di Gluck ci offre una preghiera pacata, lenta e sommessa, che sembra quasi scendere nelle anime degli spettatori e che nulla ha a che vedere con quella che altri ci propongono, da qualche anno a questa parte, nelle piazze italiane e nella televisione di stato.

Nessuna enfasi c’è nell’attore versiliese, solo un profondo sentire che riesce a comunicare a chi lo ascolta.

In questa Versilia marina che ormai offre poco alla cultura (bisogna spostarsi su Seravezza se ancora si hanno interessi in tale ambito) non si può che provare gratitudine per chi sa lavorare con le parole, con la musica, con l’arte.

Applausi a profusione a fine spettacolo per Federico Barsanti e Pietro Conti.

Ringraziamenti

 

Le foto sono di Mariapia Frigerio

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