Scritture di Scritture (sul concerto di Andrea Mannucci), di Adele Desideri

Adele Desideri

 

[Premessa  di Daniela Marcheschi]

Scritture di scritture, che lievitano e si intrecciano fra narrativa romanzesca, poème en prose, diario, musica e critica. Un tessuto per scavare ancora nel linguaggio e per capire, che Adele Desideri imbastisce mossa dall’urgenza interiore di ascoltare le note e impossessarsene, di interrogare le parole scritte nella loro valenza oggettiva di “langue”, ossia di convenzione e di riferimento condiviso, e soggettiva di “parole”, ossia di produzione linguistica individuale; e, soprattutto, di continuare a interrogare il senso della vita e sé stessa: i propri sentimenti, i propri ricordi.

La Desideri comunica questa singolare esperienza che si propone, allo stesso tempo, sia come critica (musicale) sia come riflessione ulteriore sul proprio romanzo La figlia della memoria (Prefazione di Davide Rondoni, Nota critica di Franco Loi, Bergamo, Moretti & Vitali, 2016). Lo fa, attraverso l’ascolto dell’omonimo concerto di/e diretto dal/ m° Andrea Mannucci, ispirato al romanzo ed eseguito in prima assoluta al Parco Villa Concordia, Robbiate, Lecco, il 22 giugno 2019, con l’Orchestra d’archi NED Ensemble e al violino Miranda Mannucci.  Nella pendolarità esterno/interno rappresentata dal testo che pubblichiamo qui, i generi diversi “rimbalzano” letteralmente uno sull’altro e disseminano i significati, per allargare ancora di più l’orizzonte dell’esperienza stessa della scrittura.

Il Concerto[1]

La figlia della memoria: 

I Brano musicale

E tu, mamma, dov’eri?[2]

Ho ancora addosso da sempre (…) il non tatto, la non voce, (…) il rimbombare esterno di sconosciuti e lontani suoni; l’angoscia, il terrore, la noia, l’avvilimento: il nulla che risucchia e l’orrore di un abbandono senza fine. (…) Mi chiamava con la voce un po’ arrugginita, con un maldestro miagolio: «Andreiiiina…», come se compisse un atto sacro e allo stesso tempo ignobile. Con una confidenza senza limiti e un nascondimento colpevole. (…)

Noi due eravamo legatissimi: lui un padre, io sua figlia. (…)  Ci sentivamo morbosi, non amati, perversi, delicati: eravamo uniti dalle ingiurie altrui, congiunti nella malinconia. (…)

Lui, per consolarmi, mi abbracciava e, mormorandomi parole dolcissime, mi accarezzava con le sue mani ruvide e pelose. (…)

Ti guardo, zio, in questo ritratto. E rivivo il tuo amore così intenso, viscerale, e tuttavia così ingenuo, così sincero. Rivivo la nostra tenerezza, i nostri candidi segreti[3].

 

La melodia instilla il senso di un imminente pericolo – e di un amore struggente.

Scorre, come la vita, questo motivo musicale, fluisce, attrae … ma qualcosa, sotto sotto, non torna… quasi sopraggiungesse, ex abrupto, una burrasca.

L’incrocio di voci, di archi, si fa chiaro – allude a una profonda, duale, affezione – e alla solitudine, alla tristezza.

Vi sono suoni che, paradossalmente, indicano una sorta di sordità, intercalata da spunti vivaci, eppure angoscianti.

Al termine, un presagio di morte – e insieme di dolcezza – avvolge, a poco a poco, in un vortice di multiformi turbamenti.

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[1] Il concerto di Mannucci (Milano, Edizioni Suvini Zerboni/Sugar Music, 2017), è fruibile al link https://www.youtube.com/watch?v=3_MNbAErX5Y&t=1187s

[2] Adele Desideri, La figlia della memoria, cit., p. 29.

[3] Ivi, pp.19-29.

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II Brano musicale

Si impara, col tempo, a stare in equilibrio sulla fune[4]

Quando era il momento buono – quando cioè nessuno si curava di noi e si poteva agire del tutto indisturbate – si saltava su. L’abitacolo era letteralmente invaso da fotografie di donne ignude: puppe, culi, tope, bocche, cosce, capezzoli e mutande in miniatura. Poi ancora culi, puppe, bocche, cosce, tope, capezzoli e fili esili di stoffa appoggiati come veli sulle intimità. Era il regno dei nostri occhi cupidi, il regno delle Veneri indecorose: ritratti volgari, che mi irretivano e mi nauseavano al tempo stesso[5].

 

L’armonia rimanda a un percorso instabile, quale quello che si affronta su una fune sospesa nel vuoto: a tratti più deciso, a tratti colmo, invece, di tremante angustia.

Tutto, infatti, trema – la terra, la fune e, quasi, il cielo. Tutto si riversa in un precipizio di sospiri, timbri, affanni.

Fune-fine: si desidera l’ultima nota, che porti quiete – la fine, appunto.

Arriva, si gonfia, l’ultima nota, e non ha pace. Si muove in un incessante, circolare, ritorno: forse alle origini.

È allora melopea – che si fa immagine, emozione, poesia.

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[4]  Ivi, p.70.

[5]  Ivi, p.74.

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III Brano musicale

Più che vestita, armata[6]

Devo scontare l’ergastolo dei miei e altrui peccati. E attendere l’attimo in cui salire nella giostra dell’eterno. Perché non è vero che finché c’è vita c’è speranza. Molto spesso la vita è priva di speranza, di carità.

Voglio morire con la mano di zio Zeno nella mia e, insieme a lui, incamminarmi, lenta, verso il caldo buono dell’amore universale: voce continua che cinge e bacia, occhio insaziabile che sorride e nutre, mani leggere che sfiorano come petali.

Intanto, se la pezza si scuce, rattoppo. Se il bottone si stacca, ricucio.

Allora, vivo e sogno. Cerco e non trovo. Cresco e mi anniento.

Ma soprattutto scrivo.

Scompongo la realtà parlandone, scuoto le briglie dell’esistenza, semino morti a ogni battaglia, celebro miti a ogni vittoria. E inchiodo i giorni quasi fossero tanti crocefissi, l’uno appeso accanto all’altro.

L’alba, al risveglio, è un riscatto per la sopravvivenza, una risorgenza necessaria, una resurrezione senza divinità.

Un solo rammarico: l’assenza della Vergine dolorante, la cui mano protettrice non si è posata sul mio capo.

Al suo posto tante marionette, grottesche, sbeffeggiate.

E la danza macabra degli amori[7].

 

Il movimento musicale si avvia lento, poi s’impenna ritmico, intenso, complesso, in un duello fra due opposte istanze che si fronteggiano, danzando febbrili sullo spartito, da una battuta all’altra.

Due opposte istanze, funeste e liete, malvagie e clementi, comunque antitetiche. Mortifere e sensuali. 

Thanatos ed Eros?

L’arte dei suoni è anche questo…

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[6] Ivi, p.115.

[7] Ivi, p.134.

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IV Brano musicale

Asse capovolta. Demenza e voracità[8]

E sono diventata dura, intollerante, aggressiva.

La nostra prima volta, sono stata io, alla fine, a esigerla. Secca e determinata, auto-lesiva e disperata, ho voluto l’amplesso.

Ho fatto l’amore, quella prima volta, come se dovessi pagare una tassa, attendere a un dovere. Non ho cercato gratificazioni. Ho eseguito un rituale sacrificale.

Valerio ha subito e goduto.

Mi ha tolto carne e cuore, Valerio. Ho pagato caro l’averlo amato: erano passati due anni da quando ci eravamo incontrati e vivevamo ormai in una morsa d’acciaio, che ci stringeva come un cilicio. Eravamo incatenati l’uno all’altra in modo angosciante, come se fossimo una sola persona. Abbarbicati a un amore che ci soffocava – respirando all’unisono – compensavamo, in qualche modo, le nostre frustrazioni, stemperavamo le insicurezze. E ci toglievamo reciprocamente il fiato.

Tuttavia, non potevamo stare neanche un minuto senza vederci. Avevamo perso la libertà, in cambio di un affetto che sembrava in apparenza sicuro, ma che, in realtà, era mortifero.

Ho inteso la vera indole di Valerio – la sua ostinata inettitudine – solo quando il profondo sentimento che provavo nei suoi confronti era già stato rabbia e, finalmente, poteva trasformarsi in un equilibrato distacco. Solo quando ho accettato che il nostro amore non sarebbe stato eterno.

Le nostre vite – amaro epilogo – si sono separate.

Io mi sono sentita spezzata in due. Disintegrata. Morta dentro[9].

 

È un mattino lunare, nel quale Selene sottrae, a Elio, luce ed energia.

S’intravedono, distanti, vaghe nubi, mentre s’approssimano tiepidi, ripetuti, refoli di vento.

Ogni forma, ogni essere vivente, è, in realtà, immobile – ostinate si odono le risonanze, e pressoché ferme: avanzano, tuttavia, fino quasi al silenzio.

Una voce si desta, de profundis, e scandisce, greve, il battito del tempo.

Poi il canto si eleva prodigo, ma non privo, daccapo, di turbolenze.

Gira e rigira, il canto, e ricorda proprio, del Qoelet, il vento: «Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;/ gira e rigira/ e sopra i suoi giri il vento ritorna» (Qoelet 1,6).

Infine, un turbine gradualmente emerge, si innalza, e quindi si inabissa.

Non vi è ristoro, in questo brano musicale, piuttosto la ricerca, l’attesa tormentata del ristoro, che spinge verso un crescendo, in dissolvenza, di desolata dissoluzione.

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[8] Ivi, p.156.

[9] Ivi, p.139.

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V Brano musicale

L’amore che, solo, resiste nell’eternità[10]

Ho ottenuto quello che volevo.

Ritrarmi dal mondo.
Ho trovato quello che desideravo.

L’Amore.

L’Amore che, solo, resiste nell’eternità[11].

 

Ed ecco un’altra alba, densa di cangianti colori e soffuse melodie.

L’orizzonte è disteso in una calma estatica: riappare il senso dell’attesa, colma qui, però, di mistero. Fiorisce, così, un dialogo con l’indicibile che è nell’uomo, ed è anche oltre l’uomo.

L’indicibile che, con note calde e ponderate, chiede e dona amore – e sembra avere un’insolita voce umana.

Una voce che si può ascoltare, come la musica, come la poesia, solo «con gli orecchi del cuore».

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[10] Ivi, p.164.

[11] Ibidem.

 

 

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