Oltre lo schermo… Intervista con Andrea Farri

[di Mariapia Frigerio]

Riservato, solitario, elegante e al tempo stesso affabile ed educatissimo, di un’educazione non formale, di un’educazione specchio di un animo garbato e sensibile: questo è, a primo impatto, Andrea Farri, il giovane musicista pluripremiato per le sue colonne sonore.

Nel 2015 vince, infatti, il Globo d’Oro come miglior colonna sonora per il film Latin Lover di Cristina Comencini e nel 2017 ottiene due nomination ai David di Donatello (Miglior Colonna Sonora e Miglior Canzone Originale) per il film Veloce come il vento di Matteo Rovere.

Una media di tre-quattro colonne sonore l’anno dal 2011: decisamente una produzione notevole.

Organizzatore, inoltre, di mostre ed eventi in ricordo del grande zio [Paolo Poli, NdC].

Proprio nel maggio 2017, in occasione dell’inaugurazione del Saloncino Paolopoli, presso il Teatro della Pergola di Firenze, si è finalmente palesato, a chi, come me, tanto ne aveva sentito parlare (quasi da conoscerlo) senza mai averlo veduto.

E, nuovamente, alla mostra multimediale Paolo Poli è… da lui organizzata come tributo e ricordo dell’attore scomparso, prima nella sede del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, poi al Teatro Valle di Roma.

È stato il silenzioso accompagnatore al pianoforte di Paolo Poli nel programma di Rai 3, condotto da Pino Strabioli, E lasciatemi divertire… dedicato ai sette peccati capitali.

Una persona gentile, Andrea Farri, e disponibile al telefono e con scambi di mail a concederci una sua intervista.

Partiamo dal fatto che in breve tempo sono usciti due film di cui tu sei autore delle musiche (La befana vien di notte e Il primo re).

Visto che sono film tra loro molto diversi, me ne vuoi parlare?

Sì, si tratta di due film in effetti molto diversi tra loro, ma in entrambi i casi, trattandosi di film di genere, la colonna sonora è parte fondamentale del racconto e della storia. In entrambi i casi abbiamo avuto delle post produzioni molto lunghe, dovute in parte agli effetti speciali.

La Befana vien di notte, diretto da Michele Soavi, è un film per grandi e piccini, in cui la musica passa dalle atmosfere sinfoniche grandiose per i voli sulla scopa a un semplice theremin [il più antico strumento elettronico, NdC] o a un suonetto di ukulele scordato [strumento cordofono, della famiglia delle chitarre, NdC] per i momenti di spossatezza! Perché la nostra Paola Cortellesi, la protagonista, è una befana simpatica, coraggiosa, ma anche un po’ sfigata!

Ho scritto tre canzoni per questo film: la Canzone di Mister Johnny, interpretata dallo straordinario Stefano Fresi; la Canzone di guerra (quella che cantano i bambini) e Mondovisione, quella dei titoli di coda (in collaborazione con Danti e Frenetik&Orang3), cantata da Federica Carta.

La colonna sonora del Primo re, invece, si può dividere in tre mondi sonori differenti. In primo luogo il mondo scuro e inquietante dell’elettronica, realizzato con dei sintetizzatori analogici degli anni ‘70/’80 che ben si fondono con le ambientazioni sonore e con gli effetti. Poi l’universo arcaico delle percussioni, realizzato registrando in un grande auditorium tamburi, lastre e ferri per creare una sonorità astratta che rimandasse alle armi e alla vita degli schiavi. Infine l’orchestra sinfonica per i momenti più ampi ed epici del film.

Questi tre mondi sonori si mescolano insieme cercando di creare una tensione emotiva che porta lo spettatore in una realtà immaginaria e tribale.

Per il canto dei bambini nel bosco, non essendoci documentazioni storiche sulla musica di quel periodo, ho pensato di ispirarmi alla musica popolare italiana di tradizione orale, quella tramandata di padre in figlio.

La stabilità dei canti popolari, non contaminati nel corso dei secoli, mi ha offerto la possibilità di attingere a un materiale archetipico che assume caratteristiche astratte ed eterne.

Tu sei molto giovane eppure hai già una carriera decisamente avviata. Come è nato il tuo amore per il cinema?

Ho sempre amato il cinema. Quando ero piccolo il mio regista preferito era John Ford, cieli meravigliosi, e poi cavalli, cowboy… insomma il massimo che un bambino potesse desiderare!

Ma lavorare sul set non fa per me: troppe attese, troppe persone!

E per la musica?

Suono e scrivo musica fin da quando sono piccolo, prima la chitarra, poi il pianoforte, poi i sintetizzatori… E ho da sempre ascoltato e suonato di tutto, generi radicalmente diversi, dal pop all’elettronica, dalla classica al jazz.

Le mie composizioni sono il naturale processo di sintesi di tutti questi generi, di queste sonorità. A me piace lavorare da solo nel mio studio, con le immagini, ed è un grande privilegio essere il primo spettatore di un film.

Hai dei “maestri”? Ti senti vicino a qualche compositore in particolare?

Amo moltissimo Nina Simone, forse la più grande voce del secolo, così grande che alla fine è stata superiore anche al successo. Si è isolata dal mondo, nel sud della Francia. Meravigliosa.

In Italia, e più in particolare a Roma, nel mio quartiere, ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Nicola Piovani. Ogni tanto lo chiamo, ci incontriamo e parliamo di musica, di cinema.

È un enorme privilegio potersi confrontare con i grandi compositori del nostro tempo, anche perché il lavoro del compositore negli ultimi anni è molto cambiato e sta continuando a cambiare; quello che resta è la visione di insieme del film, la capacità narrativa che deve avere la musica.

Non è impossibile imparare a usare un computer o imparare ad orchestrare: la cosa difficile è creare un racconto con la musica, una drammaturgia.

Il primo tuo grande successo è stato la colonna sonora di Quando la notte di Cristina Comencini [bellissima! NdC]. Sempre per la Comencini hai composto la colonna sonora di Latin lover, con cui hai vinto il Globo d’Oro come migliore colonna sonora. Qual è il tuo rapporto con i registi per cui lavori? E, in senso più ampio, che rapporto ha l’autore di musiche con la regia?

Ho da sempre avuto dei rapporti di fiducia e stima con i registi con cui lavoro, credo sia la condizione necessaria per fare una buona colonna sonora. Non serve che il regista sia esperto di musica, serve instaurare un dialogo, farsi raccontare la storia, i personaggi.

Ho imparato tanto dai registi parlando di cinema e di arte. Ognuno ha una sua visione differente del mondo e del suono, a ognuno uno strumento evoca qualcosa di diverso, come una vecchia canzone evoca ricordi diversi a ognuno di noi.

Hai un momento particolare della giornata in cui componi (penso a Moravia che tassativamente si metteva davanti alla macchina da scrivere di primo mattino) o no?

Lavoro tutto il giorno al piano o alle tastiere, perché non sai mai se una buona idea ti arriva alle 10 di mattina o alle 10 di sera. E quando ti arriva la devi catturare, scrivere, registrare…

Mi racconti sinteticamente la tua formazione?

Ho iniziato a scrivere musica quando avevo 8 anni, da autodidatta.

Successivamente, a 14 anni, ho iniziato a studiare armonia jazz con il pianista e compositore Andrea Alberti.

A 16 anni ho iniziato a fare i primi lavori come compositore di musiche per il teatro e la danza.

A 20 anni ho fatto un po’ di esperienze da assistente alla regia, come con La tigre e la neve di Roberto Benigni.

A 23 anni, dopo essermi laureato in Storia Contemporanea, ho musicato due cortometraggi muti di Jean Vigo, Taris e A propos de Nice, eseguendoli dal vivo in vari Festival.

A 25 anni ho scritto la mia prima colonna sonora per Un gioco da ragazze di Matteo Rovere.

Tu vieni da una famiglia di artisti. Questo fatto ha avuto un’influenza positiva o negativa nella tua formazione e in che misura l’una e l’altra?

Un’influenza meravigliosamente positiva. Sono cresciuto in un ambiente in cui si parlava e viveva di cinema, musica, arte, letteratura.

Ho vissuto i primi anni della mia vita in viaggio, seguendo mia madre e mio zio in tournée interminabili (duravano anche da settembre a giugno), in quel fantastico mondo teatrale italiano (ormai praticamente svanito) fatto di capocomici, province, sottoscala, teatri all’italiana…

A me capitava di andare all’asilo anche in tre città diverse durante un anno scolastico, perché le teniture degli spettacoli erano lunghissime: ci capitava di stare due mesi a Firenze, un mese a Venezia…

E viaggiando ho avuto modo di conoscere e relazionarmi, fin da piccolissimo, con poeti, scenografi, pittori, cantanti lirici, macchinisti, sarte.

Un mondo giocoso di pupazzi, favole, canzoni.

Surreale e reale erano mescolati insieme. Insomma, cosa altro si sarebbe potuto desiderare?

 

Sicuramente nient’altro, perché un’infanzia condivisa con uno zio del livello e della bravura di Paolo Poli e con una madre come Lucia Poli è impareggiabile.

Una condivisione che ha fatto sì che proprio il bambino ispirasse ai due fratelli, nel 1985, lo spettacolo Cane e gatto sul tema dell’educazione che, partendo da quelle delle origini, ovvero dal confronto tra quella spartana e quella ateniese, arrivasse poi ad autori cari ai due attori come Aldo Palazzeschi, Tommaso Landolfi, Riccardo Bacchelli e Alberto Moravia.

Indimenticabile, a questo proposito, la locandina con Paolo e Lucia Poli in ammirazione di un bimbo in calzoni corti: il piccolo Andrea…

 

 

Le foto sono di Mariapia Frigerio

 

 

 

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