Oltre le quinte… Intervista con Roberto Herlitzka

 

 

[di Mariapia Frigerio]

Paolo Isotta lo ha definito «il più grande attore italiano» oltre che «il più colto». Facendo un passo indietro, nel 1976, quell’appassionato di teatro (come lui stesso diceva di sé) che fu Cesare Garboli scrisse a proposito dell’Otello, prima regia di Gabriele Lavia, «Roberto Herlitzka disegna uno Jago magistrale. Mai visto uno Jago così credibile, così naturale, così fuori dalla sua leggenda». Nel 1977, sempre Garboli, recensendo A piacer vostro per la regia di Antonio Calenda, lo descrive come «Attore di sicura personalità […] misurato, ossuto uomo d’ombra e di polvere, disilluso gentiluomo dai discorsi di cenere […] e siccome è lui a dire il famoso monologo sull’età dell’uomo, e sul mondo come teatro, Calenda ha fatto benissimo a chiudere tutto sulla sua immagine, mettendogli un teschio di vacca in mano».

Chi scrive pensa che sia tra i rari attori che sappia dar voce anche ai silenzi e reciti, sia in teatro che nel cinema, con ogni parte del corpo.

 

Basterebbero le mani e i piedi, come nel film Sette opere di misericordia.

Le mani strette da una sorta di cavo elettrico e i piedi quasi bloccati in grosse scarpe. Nel corpo dell’attore sofferente a terra, inquadrato dalla testa, le mani assumono il ruolo di protagoniste mentre, faticosamente, cercano di sciogliere i lacci. Ma sono mani senza forza, mani affaticate, come lo è il personaggio, come lo sono i suoi piedi irrigiditi nelle spesse scarpe. Eppure, proprio il soffermarsi della macchina da presa su di loro, sui movimenti lenti delle dita, ci dà l’idea che da un momento all’altro l’attore si tramuti nel grande insetto della Metamorfosi kafkiana. Potere della suggestione.

Sempre le mani divengono quasi protagoniste nello spettacolo teatrale Minetti, ritratto di un artista da vecchio di Thomas Bernhard, quando l’Herlitzka/Minetti è sdraiato dietro una valigia e di lui si ode la voce accompagnata dal solo movimento delle mani che sanno fare vibrare il pubblico.

E tra questi estremi, testa, mani, piedi c’è tutto l’attore.

Conosciuto al Piccolo di Milano, proprio in occasione del Minetti, ritrovato a Torino per gli strani casi della vita, Roberto Herlitzka si è reso disponibile per questa intervista.

Vorrei partire dalle origini e sapere qualcosa della sua famiglia e se, in qualche modo, ostacolò la sua scelta di fare l’attore.

Sono origini un po’ complicate. Il mio cognome è cecoslovacco, precisamente boemo. Una famiglia di ebrei scappati a Trieste.

In seguito, mio nonno paterno da Trieste si trasferì a Torino. Qui i miei genitori si conobbero e qui siamo nati mio fratello Paolo ed io. Mio padre, che era già separato da mia madre, scappò in Argentina con la pittrice torinese Giorgina Lattes per via delle leggi razziali.

Noi due fratelli restammo con nostra madre sotto il suo nome, in un primo tempo a Cogne, poi a Torino.

Mia madre tirò avanti da sola durante la guerra. La mia nonna paterna era nascosta, credo, in un convento e tramite un amministratore ci faceva avere un po’ di soldi.

A Cogne comunque facemmo un po’ di fame. Ricordo che andavamo anche a cercare e a raccogliere un’erba buona da mangiare.

Io conobbi mio padre solo quando tornò dall’Argentina: avevo sette anni. Lui si trasferì poi con la nuova famiglia e mia sorella Laura, nata in Argentina, a Roma, dove aprì la galleria d’arte grafica Il Segno e poi la Marlborough.

Tra mio padre e mia madre ci furono sempre ottimi rapporti così quando dopo aver finito il liceo ed essermi per poco iscritto a Lettere, decisi per l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, non ci fu da parte loro nessuna resistenza, tanto che andai a stare a Roma proprio da mio padre.

Come nacque il suo amore per il teatro?

Nacque presto, soprattutto perché ero affascinato dal grande Laurence Olivier che vedevo al cinema e dai testi di Shakespeare. Posso dire di ricordare il giorno esatto della mia decisione. Fu una sera, quando vidi al Conservatorio di Torino un’operina del ‘700, ovviamente, in costume. Alla fine, gli attori vennero alla ribalta per gli applausi. Fu proprio quell’immagine tradizionale e affascinante al tempo stesso che mi fece dire: «Io voglio fare l’attore».

Due città: penso a Soldati e a Dickens. Quali sono le sue?

Partiamo con Soldati, proprio se lo desidera: Torino è la mia città, rivedo la mia adolescenza, rivedo me stesso. Roma è bellissima, ma non mi sento romano, è come se fossi sempre un po’ ospite.

Io ho un carattere da torinese. Sono riservato e “falso e cortese” [ride, NdC]. A Roma ho con mia moglie cari amici ed amiche, ma l’immediatezza romana non fa parte del mio modo di essere.

Ora Dickens. A Londra sono stato per una fiction, un giallo. Ci ho vissuto poco, ma ne ho un bellissimo ricordo. Tuttavia è una città a cui non penso, anche se amo la cultura inglese.

A Parigi sono stato per una fiction e una volta ho recitato il mio Amleto all’Istituto Italiano di Cultura, quando era direttore il mio ex compagno di liceo Guido Davico Bonino.

Ho dei ricordi belli e non, c’è qualcosa che mi affascina e qualcosa no. Non c’è buon sangue tra francesi e italiani. Amo enormemente la cultura francese: Proust è il massimo, ma i francesi hanno un senso di superiorità nei confronti degli italiani che m’infastidisce un po’.

Insomma la mia città è Torino, anche se non lascerei mai Roma.

Lei ha frequentato il Liceo Classico D’Azeglio di Torino. Che influenza ha avuto sulla sua formazione (penso alla sua traduzione di Lucrezio) e quanta ne ha avuta, invece, la sua famiglia?

Al d’Azeglio ebbi uno straordinario insegnante di latino e greco, il prof. Oreste Badellino. Tra i miei compagni, come già le ho detto, Guido Davico Bonino, il grande critico letterario e teatrale, ma anche altri che mi erano cari.

Di quel periodo ricordo le risate clandestine e qualche perfidia di noi allievi con i professori più disarmati.

Io fui rimandato in italiano e latino alla licenza liceale come De Agostini in geografia, se voglio vantarmi.

Feci una grande fatica per passare, del resto prima avevo studiato poco.

Anche mia madre mi inculcò amore alla cultura. Suo padre, mio nonno, era editore. Aveva una casa editrice cattolica, la Lice [Libreria Italiana Cattolica Editrice, NdC].

L’amore per la cultura mi è venuto dalla scuola e dalla famiglia o, per precisione, dalla famiglia e dalla scuola, quando al liceo sono entrato in contatto con i grandi autori della nostra letteratura che poi ho sempre amato, come Dante e come tutti gli altri.

Qual è la sua visione del mondo della scuola di oggi, visto che ha interpretato un indimenticabile professor Fiorito nel film di Giuseppe Piccioni Il rosso e il blu?

Riguardo al personaggio del professor Fiorito mi sono ricordato di un mio professore di Storia dell’Arte del liceo che fumava in classe. Era un dandy, sempre molto elegante. Era un pittore e si chiamava Riccardo Chicco.

In ogni caso il mio personaggio aveva un fondo di tragedia. L’ho interpretato senza modelli precisi, aiutato dal regista ad inventare. È nato da un insieme di coincidenze fortunate, tra queste il soggetto di Marco Lodoli, scrittore e insegnante.

Della scuola di oggi non so nulla, se non del bullismo.

C’è però una terribile epidemia che l’ha colpita ed è la tecnologia. Senza levare nulla agli aspetti sicuramente positivi, per il resto è una vera e propria piaga che la scuola non può affrontare.

La tecnologia, cioè internet, non sviluppa intelligenza né memoria né curiosità. Decerebrerà i nostri discendenti.

Io non sono certo contento della mia età, ma almeno di essere cresciuto in un’epoca immune da questa peste, da questa nuova “cultura” che distrugge e soffoca la precedente. Noi resteremo dei relitti.

Tre grandi B: Beckett, Brecht, Bernhard. Quale?

Bernhard senz’altro, un autore che adoro e che recito. Ha una capacità rara di rappresentare la vita: cinica, beffarda, ma con un fondo di tragedia. Basterebbe pensare al Soccombente: lui che suona sul pianoforte scordato…

Apprezzo molto Beckett, ma me lo sento un po’ estraneo.

Brecht invece mi piace moltissimo come poeta, anche in senso teatrale, perché ha saputo fare poesia ispirata alla politica. Di solito chi scrive letterariamente o teatralmente di politica resta solo un propagatore di idee, mentre Brecht pur facendo un teatro tutto politico riesce a farne opera d’arte e di poesia allo stesso tempo.

Anche in Dante c’è una spinta politica che s’intreccia con la passione dell’esperienza personale.

Avvicinandoci a noi, lo stesso Pasolini aveva una forte motivazione politica, ma più come intellettuale che come poeta la cui ispirazione primaria restava l’amore, che poi era un amore omosessuale-politico e sociale, perché amava i ragazzi poveri, corrotti dalla borghesia a cui aspiravano somigliare. Pasolini trovava nella politica una fonte per la sua lotta che si estendeva a tutto l’andamento del paese.

Pare che la sua ultima opera, Petrolio, possa avergli portato la morte, perché conteneva una volontà di denuncia che ha dato fastidio a qualcuno.

Lei ha interpretato in teatro due volte Čechov, con Orazio Costa e Gabriele Lavia. Si sente cecoviano?

Le ricordo anche Peter Stein con cui ci fu un debutto a Mosca: un bellissimo caso.

Torno alla sua domanda. Mi sento cecoviano sicuramente come lettore, perché è un sommo poeta teatrale. Le dico un mio paradosso: «Shakespeare nei suoi momenti migliori sembra Čechov!». È un mistero infatti rappresentare la vita com’è e farla diventare universale.

Come attore no, non mi sento cecoviano, perché bisogna essere realisti e io ho in teatro una disposizione più “espressionistica”.

Da Ronconi è stato diretto nel Candelaio di Giordano Bruno. Penso al mio amico Paolo Poli che lo portò in scena negli anni Sessanta…

Ne ho un ottimo ricordo. Fu una regia di grande inventiva. Il regista raccolse a Roma giovani pasoliniani, insomma ragazzotti di vita, e li buttò in scena. C’era anche il grande Mario Scaccia. Fu uno spettacolo molto lungo. A Torino rimasero in pochi fino alla fine. A Napoli arrivò il pubblico durante la prima parte e, durante la seconda, se ne andò tutto.

Tra i registi che l’hanno diretta a teatro (penso a Costa, Ronconi, Calenda, Squarzina, Missiroli, Wertmüller) a quale si è sentito più affine?

Non ho dubbi, a Orazio Costa, che fu mio maestro eccelso che riuscì a far capire ai suoi allievi cosa fosse il teatro. Come attore, quando ti mostrava quello che dovevi fare, ti apriva mondi interi.

Gli attori ne venivano spontaneamente plagiati e lo rifacevano male. Le sue cose erano già filtrate e assolute.

Io ne ero ammiratore e imitatore. I suoi insegnamenti mi sono rimasti e con l’uso, l’esperienza, li ho tradotti in cose mie.

Gli devo tutto, anche gli errori.

Di Mario Missiroli ho ammirato l’ingegno caustico. Di Antonio Calenda la “fratellanza”, perché mi offre parti di grande importanza ed è un regista disponibile, aperto e di forte creatività.

Di Luigi Squarzina ricordo la sua comprensione straordinaria dei testi, e la sua attenzione illuminata.

Con Luca Ronconi, che mi diresse nel già nominato Candelaio di Giordano Bruno e nelle Mutande di Carl Sternheim, non ebbi un rapporto fruttuoso, pur ammirando lui e i suoi spettacoli.

Gabriele Lavia mi ha dato molto. Lo considero un grande attore e un grande regista ed è stata una fortuna frequentarlo.

Vorrei aggiungere anche Walter Pagliaro, con cui è nato un sodalizio, per la sua capacità di vedere. E Teresa Pedroni con cui c’è grande intesa.

Un rapporto particolare ho avuto con l’autore regista e attore Ruggero Cappuccio e in teatro e in cinema con la regista Nadia Baldi.

Al cinema è stato diretto da molte donne, anche dalla torinese Valeria Bruni Tedeschi. Poi da altre che le elencherò via via. Come è essere diretto da donne?

Valeria Bruni Tedeschi è un’attrice straordinaria, che io stimo molto. Pensi alla sua bravura nel film di Paolo Virzì La pazza gioia. Con lei ho avuto un bel rapporto quando giravamo È più facile per un cammello… In quel film io interpretavo suo padre, anche se certo ero molto diverso da lui.

Da Stefania Sandrelli, con cui ha fatto Christine Cristina.

La Sandrelli si è data alla regia con affetto, con un affetto che comunica.

Da Lina Wertmüller, con cui ha girato Film d’amore e d’anarchia, Pasqualino Settebellezze, Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada, Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico, e in teatro Lasciami andare madre.

Una vera regista, un’artista grande. Ora, finalmente, ha vinto l’Oscar alla carriera. Ho imparato molto da lei.

Infine, da Elisabetta Sgarbi, anche sua editrice, in I nomi del signor Sulčič.

Anche lei regista unica, con una ispirazione tutta sua.

Vorrei ricordarle inoltre Nicole Garcia, forte regista.

Con le donne si lavora sicuramente bene se… se sono brave.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un film molto discusso. Me ne vuole parlare?

Trovo che ci siano delle cose molto belle come l’inizio con l’orientale che vede Roma e muore; poi il personaggio della Ferilli che dice: «Lasciami riposare ancora cinque minuti», e poi muore. Altre forse meno per me come l’ossessività delle scene di ballo che da spettatore capisco, ma anche non capisco.

Qual è il suo rapporto col doppiaggio?

Per vari motivi non l’ho mai “frequentato” troppo. Bisognava alzarsi presto il mattino e io ho spesso lavorato la sera in teatro, e avuto sempre orari “teatrali”.

Così la mia voce perdeva di sonorità, diciamo che c’erano problemi di tipo tecnico.

Lei ha fatto una pubblicità-progresso. E la pubblicità?

Di certo avrei voluto sapere il prodotto da pubblicizzare. Nessuno, però, me lo ha mai chiesto. Forse meglio così, perché altrimenti rimani incatenato… Certo che se mi avessero dato un sacco di soldi… [ride, NdC], pericolo scampato.

Chi considera suoi maestri?

Penso a Sergio Tofano, attore straordinario, di una totale semplicità, in Accademia, e Ione Morino che era stata attrice di Pirandello.

Mai, però, considerati maestri.

Dal punto di vista artistico sicuramente il massimo è Orazio Costa.

Maestri umani di vita, in ogni caso, né li ho avuti né li ho cercati.

Ho trovato, invece, maestri ovunque per la mia vita artistica.

Mi hanno affascinato, ad esempio, Enrico Maria Salerno o Renzo Ricci che recitava al limite del canto, ma con ironia. Ma trovo da imparare da tutti.

Come considera la letteratura ebraica e che peso ha nell’ambito letterario universale?

La letteratura ebraica è tale come stile, c’è una coloritura ebraica nei confronti del grottesco, un aspetto quasi “razziale”.

In ogni caso è Franz Kafka l’autore più importante degli ultimi secoli e noi tutti siamo figli e nipoti di Kafka. È un caso unico.

Ma anche Proust ha un peso come Kafka e Dostoevskij, come Beckett e Pirandello in teatro. Hanno tutti rivelato qualcosa.

Per restare in tema, che cosa pensa di Giorgio Bassani (lei ha girato il film Gli occhiali d’oro, tratto da un suo romanzo) che, insieme a Cassola, fu definito una “Liala della letteratura” dal Gruppo 63?

Giorgio Bassani fu insegnante in Accademia. Insegnava Storia del Teatro. Io non ho che da dirne bene. Non avevo mai sentito dire questa storia delle Liale e non la condivido. Non ha scritto delle storielline, basti pensare, oltre agli Occhiali d’oro, al Giardino dei Finzi Contini. Di Cassola invece non so nulla.

E di Giorgio Pressburger?

È stato un caro amico. Lo conobbi in Accademia. Era fuggito dall’Ungheria e seguiva i corsi di regia. Ho letto i suoi libri. Dai primi bellissimi agli ultimi, tra cui una sorta di rivisitazione dell’Inferno di Dante in cui rivede le vicende terribili di una Guerra Mondiale. Non ricordo il titolo, forse Nel regno oscuro o Storia umana e inumana.

Nel corso degli anni abbiamo continuato non a frequentarci, ma a ritrovarci.

Con Chiara Cajoli, sua moglie, siete sposati da molti anni. Pensa, come sostengono molti, che siano gli opposti ad attrarsi o sia invece più importante avere gli stessi interessi?

Interessi e posso dire passioni.

È fondamentale amarsi e amare le stesse cose e aiutarsi a vicenda.

Ci unisce anche l’amore per la musica, per il teatro che Chiara ama ancora più di me, quindi mi segue.

Mi è piaciuta la sua straordinaria bellezza.

“Ambizioso e insicuro” è stato scritto di lei. Mi spiega il significato per lei di questi due termini?

So che molti rinunciano all’ambizione, ma sbagliano, perché essere ambiziosi vuol dire non accontentarsi mai, anche se costa sofferenza.

Riguardo al termine “insicuro” lo sono nel senso che vorrei avere sempre i “ferri” adatti, ho paura che non funzionino bene, ho paura di non attuare al massimo le mie possibilità.

In autunno lavorerà con Franco Branciaroli in Falstaff e lei sarà il servo. Con Branciaroli ha collaborato pure Lino Guanciale, un attore che ora va per la maggiore in tv, ma anche in teatro.

Branciaroli l’ho visto poco, ma so che è un attore straordinario.

Lavorai con lui nel ’75 nel film-TV I Persiani di Eschilo con la regia di Vittorio Cottafavi e fu un incontro positivo.

Di Lino Guanciale le posso dire che non lo conosco, ma so che piace molto.

Ricordo il suo bellissimo film Sette opere di misericordia di Gianluca e Massimiliano De Serio, torinesi, che sono stati paragonati ai fratelli Dardenne. Un film impegnato socialmente e di grande poesia allo stesso tempo.

I due gemelli De Serio mi avevano fatto vedere alcune cose girate da loro sul tema dell’immigrazione. Mi piacque il loro stile con sequenze lunghe e primi piani. Così come mi piacque il soggetto che mi proposero.

Nei film di giovani (è giovane anche il produttore) girano pochi soldi, ma io accetto volentieri, perché accetto solo cose che mi piacciono. Il film è stato girato nella periferia torinese.

Per la giovane protagonista so che fecero molti provini, poi scelsero Olimpia Melinte, una ragazza di grande forza espressiva.

Riguardo a me credo di aver dato al mio personaggio tutto quello che ci voleva. È molto bello il confronto tra la giovane – attrice, ripeto, di grande bravura – e il vecchio morente.

E sono stato felice che lo abbiano scelto e proiettato quando mi è stato consegnato il Premio Fellini.

Ci sono altri due film che io amo molto: Aria di Valerio D’Annunzio e Narciso di Marcello Baldi.

Il primo è la storia di un uomo a cui torna il desiderio che aveva da giovane di essere una donna. Un desiderio estetico, nulla a che vedere con i transgender. Laureatosi in legge per assecondare il padre, ma divenuto in seguito un talentuoso pianista decide di fare coming out in famiglia e per farlo si veste da donna. Naturalmente sarà scacciato, troverà l’aiuto di un travestito e finirà ucciso da giovani teppisti.

Il secondo narra di un malgaro, specializzato nel fare formaggi, padre di un figlio che se ne andrà in Oriente a drogarsi e tornerà con una moglie indiana e il figlio avuto da lei. All’inizio il padre non accetta la donna, ma poi sarà lui stesso a difenderla dal paese. Nel frattempo, il figlio muore e sarà il suocero, prima di morire, a sposarla per assicurare a lei e al nipote la fuoriuscita dalla clandestinità.

Poco dopo l’uscita del film, il regista Marcello Baldi purtroppo morì.

Parlando di cinema le pongo ora una domanda forse banale: ama il cinema anche come spettatore?

Certo! Un film che mi ho amato molto è Giochi proibiti di René Clément, soprattutto la bambina. Come regista in assoluto il mio preferito è Michelangelo Antonioni, che amo più di Fellini, di cui mi piacciono tante cose, ma non è il mio autore prediletto.

Amo anche Luchino Visconti, non nei suoi film diciamo più “tipici” – penso a Rocco e i suoi fratelli, come esempio – ma dove il linguaggio estetico (che non è una parolaccia!) raggiunge il suo massimo, si sublima, diventa astratto, come nel film Ludwig.

Un altro film che mi ha colpito molto è stato Il raggio verde di Éric Rohmer.

Rimanendo tra i francesi, François Truffaut con Il ragazzo selvaggio: bello per il legame tra civiltà e natura.

C’è poi, tornando in Italia, Ladri di biciclette: un capolavoro assoluto.

L’autore massimo tra tutti resta comunque Charlie Chaplin, di grandezza poetica e cinematografica, i cui film dovrebbero sempre essere proiettati.

Tra gli autori di oggi adoro Woody Allen. Trovo Interiors (di cui lui è solo regista) un film stupendo.

Poi Nanni Moretti, soprattutto in alcuni film del primo periodo: Io sono un autarchico, Ecce Bombo e La messa è finita.

L’attrice che preferisce?

Greta Garbo che è fascino, mistero, bellezza personificate. Poi molte altre tra cui Silvana Mangano.

A distanza di poco più di un mese l’uno dall’altro sono mancati Franco Zeffirelli e Andrea Camilleri. Cosa vorrebbe dire di loro?

Innanzitutto, che partecipo al lutto.

Zeffirelli ha fatto delle belle regie di opere, ma nel film Fratello sole, sorella luna il San Francesco era un po’ troppo “grazioso”.

Zeffirelli era sicuramente un esteta, ma di un estetismo diverso da quello di Luchino Visconti. Il suo era un estetismo scenografico, che non scendeva nel profondo a differenza di quello di Visconti.

Di lui ricordo un bellissimo Otello verdiano e uno stupendo Romeo e Giulietta in teatro.

Camilleri è stato un narratore irresistibile e appassionante. Sapeva narrare bene e offrire molta suspense. Ma era consapevole dei suoi limiti di scrittore.

Io, in ogni caso, guardo tutti i Montalbano alla TV. Il regista è il bravissimo Alberto Sironi, mio compagno al Piccolo.

In questa serie tutto è ben fatto anche nella scelta degli attori, primo tra tutti Luca Zingaretti. È veramente un ottimo prodotto televisivo.

Un’ultima domanda. Cosa pensa di chi abusa dei sinonimi a volte “arrampicandosi sugli specchi” pur di non ripetere la stessa parola?

Le rispondo con quello che diceva Peter Stein, il regista che, come le dissi, mi diresse in Zio Vanja. Lui ce l’aveva con i traduttori di Čechov che trovando il suo linguaggio semplice e con ripetizioni, pensavano fosse necessario l’uso dei sinonimi, mentre nei suoi testi è la vita stessa che parla.

Grazie, Roberto Herlitzka, per avermi guidata in queste nostre conversazioni attraverso teatro, cinema, letteratura con la sua ironia e i suoi pareri così precisi. Un’intervista-conversazione che avrei voluto potesse durare più a lungo e che spero un giorno abbia un seguito, per avere le risposte alle domande che non ho avuto tempo di farle, che ho scordato e che in continuazione affiorano, però, nella mia mente…

 

Le ultime tre foto sono di Mariapia Frigerio

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