SE UN HAMMAM POTESSE PARLARE…

[di Mariapia Frigerio]

Teatro Carcano Alla mia età mi nascondo ancora per fumare di Rayana, con Matilde Facheris, Carla Manzon, Annagaia Marchioro, Irene Serini, Marcela Serli, Giorgia Senesi, Chiara Stoppa, Sandra Zoccolan

La primaria sensazione è di far parte dell’hammam che è presentato sul palco con teli bianchi, vapori e continuo sgocciolio d’acqua.

E la sensazione continua quando, tra le poltroncine, come una specie di onda bianca, donne velate passano per entrare a turno nell’hammam. Salgono i pochi gradini tra pubblico e scena, liberano i capelli, avvolgono i corpi in spugne e sottovesti pronte a litigare, a confidarsi, a sognare, a soffrire, a ridere.

Si sa che l’hammam è un luogo di grande libertà per le donne islamiche e qui, in questo di Algeri, la condizione della donna nella cultura araba viene messa a fuoco nella varietà di queste figure femminili.

C’è Luisa con il ricordo terribile della sua prima notte di nozze, a soli nove anni. Il suo saltare allegra sul letto coniugale da bimba qual è, l’uomo che le dona le caramelle e la sua gioia, poi…

Ma c’è anche la sua rivalsa, non solo quando si dice felice della figlia che sta per laurearsi, ma anche quando racconta alle altre donne la sua storia che definisce «poco musulmana»: i suoi figli sono del fratello del marito, perché, prosegue «anche le donne possono essere stronze».

C’è Nadia, la divorziata, che mostra il suo «certificato d’indipendenza». C’è, al contrario, Fatima la donna che fuma, e sa che nella cultura islamica vale l’equazione sigaretta-puttana. È una figura sofferta, parla di masturbazione, ha otto bambini e definisce il suo matrimonio un «esilio a domicilio» e dice a Samia, la sua aiutante: «Goditi la vita prima che un uomo ti muri viva!» e la sua grande amarezza prosegue in altre battute: «Cos’è un uomo? Solo uno stomaco e un c…» o «Il corpo di una donna la dice lunga su colei che lo abita».

C’è Samia, ventinovenne, a cui hanno fatto lasciare gli studi, che crede nell’amore e vorrebbe sposarsi. È alta, piatta, senza curve. Fatima le dice: «Piaceresti in Francia». E molte sono le canzoni francesi cantate in scena.

Ci sono poi Aisha, la vecchia alla ricerca della dentiera del marito. L’emigrata. Myriam, la donna che è rimasta incinta. C’è infine la fanatica che sale dalla platea all’hammam tutta vestita di scuro.

E “fuori” gli uomini “barbuti” guidati dal fratello della ragazza incinta.

Viene fatto di pensare a quanto abbia prodotto la cultura algerina in questo millennio con film di altissimo livello, da Uomini di Dio a Monsieur Lazhar entrambi legati al terrorismo. Così come il libro di Amara Lakhous Scontri di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

in cui il tema del terrorismo e della condizione della donna in Algeria vanno paralleli. Compresi gli “ululati” femminili come sfogo delle loro più intime disperazioni che scandiscono anche vari momenti dello spettacolo.

Tanti sono i messaggi crudi che ci vengono dati con delicatezza e queste donne, tutte in qualche misura umiliate, si troveranno alla fine unite e solidali per la gioia di un parto.

Uno spettacolo tutto al femminile, con eccellenti attrici; con costumi, scena, luci ancora di donne: Federica Ponissi, Maria Spazzi, Roberta Faiolo.

Per finire con la regista, Serena Sinigaglia, che ha saputo rendere la vicenda drammatica con ironia e leggerezza, e con le sue parole su Rayana, pseudonimo che l’autrice algerina ha dovuto adottare dopo l’aggressione di integralisti islamici nel 2010 in Francia, proprio per questo spettacolo: «Quel testo che scorreva agilmente sotto i miei occhi aveva tutte le caratteristiche che da sempre cerco spasmodicamente in un testo teatrale. Coralità».

Spettacolo di grande impatto che ha riscosso unanimi e calorosi consensi.

Le foto sono di Mariapia Frigerio

 

 

 

 

 

 

 

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