Una tragedia del male che non seduce

Macbeth di Shakespeare con Franco Branciaroli, Lucca, Teatro del Giglio

[di Mariapia Frigerio]

La vicenda del Macbeth, incentrata sulla figura di Macbeth e sulla sua sanguinosa ascesa al trono di Scozia, è nota a tutti, ma forse per capire meglio la messa in scena curata dallo stesso Branciaroli – che ne è anche l’interprete principale – conviene rifarsi proprio alle parole del regista: «
Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali e dell’ambiguità, del caos, della distruzione che ne consegue.
Un rovesciamento di valori significativamente testimoniato dal canto ambiguo e beffardo delle streghe: “Il bello è brutto, e il brutto è bello”.
I demoni della coscienza, che sovvertono nel dramma l’ordine morale interno ed esterno dei personaggi fino alle estreme conseguenze, terrorizzano lo spettatore per il crescente e devastante controllo che assumono sulle vicende rappresentate, ma al contempo lo attraggono e avvincono, per il misterioso richiamo che l’uomo da sempre avverte dalla contaminazione con il male.
Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia».

Il dramma si svolge in una scena completamente nera sul cui fondo vengono proiettati i cambio-scena oltre alle traduzioni delle profezie delle tre streghe che, come i due monologhi di Lady Macbeth, sono recitate in lingua originale. A contrasto col non colore della scena (progettata da Margherita Palli) spicca la ricchezza e la sontuosità dei costumi di Gianluca Sbicca e le luci di Gigi Saccomandi che hanno la capacità di ricreare un’atmosfera scenica di grande drammaticità.

In questa scena essenziale, l’azione perde importanza rispetto alla parola. Ma la parola è in Branciaroli, e in tutta la compagnia, stentorea. In Branciaroli poi c’è un gusto gigioneggiante, un giocare con i toni di voce che rimandano al grande Carmelo Bene e ne sembrano fare il verso, un autocompiacimento per le sue capacità vocali che sembra non commuovere il pubblico se non, forse, nella scena finale.

L’unica che merita un segno di riconoscimento è Valentina Violo che ci dona una Lady Macbeth decisamente volitiva nella sua crudeltà.

Gli applausi all’intera compagnia (Tommaso Cardarelli in Macduff, Daniele Madde in Malcom, Stefano Moretti in Ross, Livio Remuzzi in Lennox, Giovanni Battista Storti in Re Duncan e Alfonso Veneroso in Banquo non sono mancati e, soprattutto, a Branciaroli. Ma sono stati applausi dovuti più che nati da reale passione.

Così il dramma eterno dell’uomo in guerra con se stesso, lacerato dall’ambizione e dalla sete di sangue sembrano, in questo spettacolo, perdere il loro naturale vigore.

Ed è un peccato che Branciaroli – partito sotto la guida del grande Aldo Trionfo da lui stesso considerato suo imprescindibile maestro – si sia perso, in questi ultimi anni, scendendo la china di un qualsiasi attore accademico così lontano dalla sua originaria matrice, mentre resterà indimenticabile per il Peer Gynt, per il Gesù, per l’Ettore Fieramosca (con la regia di Trionfo), per In exitu e Confiteor (con la regia di Testori) e per gli spettacoli con la regia di Ronconi.

Ancor più peccato ricordando che nel 1994, con la regia di Giancarlo Sepe, aveva dato ben altra prova, interpretando un Macbeth (insieme ad attori come Fabrizio Gifuni ed Elena Sofia Ricci) di grande potenza drammatica.

Le foto sono di Mariapia Frigerio

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