Atlantide

Atlantide, Patroclus Kampanakis

[di Alberto Guareschi]

(Con un appunto autografo del signor Egli)

 

(…) poi ritagliato

dal rotolo cinese (sempre intonso

dentro l’armadio!) un foglio

sul quale disegnare nuove terre

emerse dai fondali

del sogno, tratteggiandone

ad libitum le coste,

con spirali di fumo dai vulcani,

l’azzurro riservato

a fiumi laghi oceani, le pianure

con campi del colore

dei girasoli, e le foreste in varie

gradazioni di verde;

sparse a caso, sui mari,

protette da barriere coralline,

isole grandi e piccole

e quant’altro volesse partorire

la fantasia: città tornate a galla

dalla notte dei tempi,

la trama delle vie carovaniere

lungo i deserti –

foglio bianco, alla fine,

così come molti altri di quel rotolo

dalla Grande Muraglia:

pareva cosa facile disporre

sulla carta di riso

i paesaggi mentali, immaginati

in ore solitarie, quando i sogni

si inseguono a spirale

dileguandosi subito

dalla memoria; e resta inconcepibile

vedere scomparire quelle terre

al pari di Atlantide,

senza nemmeno un segno

che ne ricordi ancora l’esistenza,

inghiottite dal nulla, come se

mai avessero acceso

lampi di luce o non fossero state,

nella loro bellezza così fragile,

il solo, vero approdo

al di qua della linea

dell’orizzonte

“Spesso mi ricordavo

di quanto letto un giorno

su un antico pittore (epoca Tang)

che, deposti i pennelli,

era entrato nel quadro in carne ed ossa

scomparendo fra gli alberi e i bambù

poco prima dipinti;

e delle volte in cui avevo visto

statue panciute delle Grandi Madri,

con seni enormi e culi tanto bassi

che arrivavano quasi fino a terra.

Non vi fosse più stata,

dopo l’ultima, ancora un’altra tela

di segni e di parole

da ricomporre, mi sarei avviato

verso il guscio del mondo prenatale

attraverso quel taglio

profondamente inciso

nel loro ventre, per poi assopirmi

il tempo di un letargo

senza domani.”

Alberto Guareschi (Parma, 1940) vive da quasi quarant’anni a Lucca. Come funzionario e poi dirigente di alcuni gruppi industriali pubblici e privati ha viaggiato a lungo, non soltanto per motivi professionali, in vari paesi e continenti, avendo la possibilità di approfondire nel contempo esperienze e interessi culturali. Nel 1976 è stato fra i fondatori della Pratiche Editrice, collaborandovi per alcuni anni come amministratore e membro del comitato editoriale. Come autore, ha pubblicato tre raccolte poetiche: Verso Cipro (Guanda, 1963), Teatrini del signor Egli (prefazione di Roberto Carifi, Diabasis, 2004) e Stella polare (Passigli, 2016), dalla quale sono tratti i testi qui presentati. Rilevante anche la sua attività di traduttore, in particolare per Guanda, con la curatela della prima edizione italiana del classico tedesco Tesoretto dell’Amico di casa renano di J. P. Hebel (1989). Presso lo stesso editore ha pubblicato una scelta di liriche di F. Hoelderlin, L’Arcipelago e altre poesie (1965), i Ditirambi di Dioniso di Nietzsche (1967), Nel chiosco di Pressel di H. Hesse (prefazione di Giorgio Zampa, 1987) e, dello stesso autore, Giorni di luglio (1990). Di Tony Duvert ha tradotto dal francese i romanzi Recidiva (prefazione di G. Davico Bonino, Pratiche Editrice, 1978) e Quando morì Jonathan (Savelli, 1981). Altre sue traduzioni poetiche da Georges Bataille, Sarah Kirsch e H. M. Enzensberger sono apparse negli anni Ottanta su “Il Raccoglitore, Quindicinale di Cultura” della Gazzetta di Parma, e su “Rassegna Lucchese”. Del 2008 è l’uscita in Italia presso Diabasis, su suo progetto editoriale, del volume Balcone e altre poesie (prefazione di Iosip Brodskij), a cura di A. Niero, dell’amico poeta russo Evgenij Rejn.

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