L’isola delle donne

[un racconto di Laura Liberale]

Vieni, oggi ti racconto una storia. Anche se è lontano il tempo in cui potrai capirla.

C’era una donna che spesso, prima di addormentarsi, viveva nel pensiero una sua scena.

In realtà l’aveva già vissuta, ma era stata diversa, così, per poter dormire, la faceva scorrere in un altro modo, un modo che le faceva accelerare il cuore.

Questa era la scena originale: nella sala sono in otto. Fuori comincia a fare chiaro. Otto stomaci che oggi saltano la colazione. Due sono gli occhi che gocciolano senza ritegno. Quattro si sono isolati dietro le palpebre. Due s’agitano con lingua e gambe a un telefono. Due leggono. Quattro si fanno tenere stretti, assieme alle mani, dagli accompagnatori. Due sono quelli della donna che vede tutto questo. Una porta si apre e i nomi cominciano a essere chiamati: che cosa sono questi nomi?, pensa la donna. Qualunque cosa siano, dopo non saranno più gli stessi. Avranno un’altra risonanza dopo essere stati chiamati qui per questa cosa. E per quanto tempo continueranno a essere uditi da chi li porta come annuncio della cosa? Perché è questo che avverrà. Per quanto tempo farà male sentire chiamare il proprio nome? Come entra, così la donna esce, dopo aver consegnato ciò che doveva, e va al posto che le hanno assegnato. E lì, dove sono in tre, fa come dappertutto, da sempre. Fa casa, disponendo con cura le sue cose. Poi indossa la camicia e le calze e aspetta.

La rossa ha ventotto anni, fa la commessa, è sposata e ha due figli. Gliene dice i nomi e l’età come aggrappata a una boa. L’altra ne ha diciannove, convive da poco col suo ragazzo e lavora da una parrucchiera. Lei è in mezzo. La rossa piange ancora un po’. Non c’è altra scelta. Proprio non c’è altra scelta, dice. Per la parrucchiera era troppo presto.

Tocca a lei ora dire delle parole.

Le parole. Non senti come rimandano al mistero? Certo che no, non puoi ancora. Sei solo una bambina. Ti trovi nel glorioso periodo dell’abbuffata. Tutte quelle che ti vengono offerte e quelle su cui t’avventi per caso, sono per te primizie di potenza e consapevolezza. Nomini, chiami, pronunci, e constati il perdurare nelle cose di una corrispondenza. Ti gusti, poi, la meraviglia della voce che scampanella solo per pienezza. Le tue parole non sono braccia alzate o affondate (e scoprirai anche, me lo auguro, questa bizzarra intercambiabilità, nel mistero, di un sopra e un sotto, di un infimo e un sommo) nello sforzo del contatto con l’indicibile. Oh, non mi riferisco al divino. Non solo. Intendo la fatica immensa, che alcuni non riescono a non tentare, di spingere le parole, anche una soltanto, là dove esse non possano più disgiungersi da ciò che vogliono dire. È l’impossibile, il sovrumano, ma qualche volta può sembrare davvero che un poeta ci sia riuscito, che l’abbia tenuta fra le mani la Pietra di Luna. È una leggenda, sai? Una gemma fatta di raggi lunari rappresi ma che proprio alla luce della luna è destinata a sciogliersi. Che l’abbia tenuta fra la mani senza che si sfacesse.

Dovrai cercare di resistere, di non spaventarti di tutta l’enormità che le parole lasciano fuori.

Tacere si doveva, penserà poi. In silenzio si doveva. Forse alle altre due aveva fatto bene parlare. A lei, come tante altre volte, aveva aperto da qualche parte una frattura che esalava non senso. O erano attimi d’illuminazione o era veleno in circolo. Non l’aveva mai capito.

Sono io che sto dicendo questo? Che sto accompagnando con le mani la mia voce? Che abbasso gli occhi, che siedo a gambe incrociate sul letto e mi tiro sulle ginocchia la camicia? Che annuisco, che la interrompo mentre parla, che guardo anche l’altra per non tagliarla fuori dalla conversazione? No. Io sono arrivata al punto più fondo di me. Non saprei dirlo se non come l’antico, il venerando, l’abisso. Potevo non arrivarci mai e avrei vissuto ugualmente, come accade a tanta gente. Potevo arrivarci in un altro modo, nell’altro modo, l’opposto. Ci sono arrivata così all’arbitrio.

E ci siete arrivate anche voi adesso, se non v’è mai capitato prima. Capite? Ci parliamo senza sentirci urlare.

Forse ora dovrei dirti qualcosa del mondo in cui viviamo.

Allora prendi una scatola e dentro sospendi a una cordicella un omino o una donnina. Immagina poi tante scatole diverse, tutte con il loro bell’esserino dentro, e pensale contenute in un grosso scatolone, chiamiamolo lo scatolone generale.

A uno degli esserini piacerà pensare che il cordino sia tenuto dalle dita di qualcuno molto più grande di lui, che sta fuori dello scatolone generale e che può decidere di tagliarlo o assottigliarlo. Un altro penserà che il cordino, oltre a consumarsi, può strapparsi da sé in qualsiasi momento per puro caso.

Uno sarà soddisfatto dell’estensione della corda, del dondolio e degli avvitamenti su se stesso che quella gli consente. Un altro patirà d’essere sospeso, sentirà come una costrizione, fino addirittura a desiderare di strapparla lui stesso.

Uno crederà che sopra di lui, fuori dello scatolone generale, ci sia un immenso spazio di felicità ininterrotta che lo aspetta, se ne è stato degno, e che le dita del padrone di tutte le corde s’apriranno a palmo aperto per accoglierlo. Può anche darsi che creda che, sempre fuori dello scatolone ma magari sotto di lui, lo spazio immenso sia d’infelicità e che le dita lì si chiudano a stritolare. Un altro deciderà di ritenere che fuori dello scatolone generale non ci sia più niente, o meglio, che lo scatolone generale sia tutto, proprio tutto quel che può esserci e che, anche qualora ci fosse qualcos’altro (una dimensione piena di bolle anziché di scatole, per esempio), lui non potrà mai arrivare a conoscerne qualcosa.

Devi anche sapere che le singole scatole sono comunicanti fra loro cosicché, aprendosi quelle su tutti i lati, gli esserini oscillanti possono parlarsi, toccarsi, abbracciarsi, agganciare le rispettive cordicelle, calciarsi via, litigare, farsi male.

C’è qualcuno, poi, che sostiene che tutte le scatole, lo scatolone generale, lo spazio al di fuori, le dita aperte o stritolanti, a seconda del caso, e perfino la condizione di esserini ciondolanti a delle corde siano solo una creazione della mente, una magia dietro cui si nasconde la vera realtà.

Ma andiamo un po’ più vicino a questi esserini.

Quasi tutti vorrebbero riempiersi la scatola del meglio, e questo meglio varia, lo avrai già capito, da esserino a esserino. Solo alcuni riescono a sentirsi bene anche con poche cose dentro; pochissimi hanno scelto di tenerla il più vuota possibile ed è logico che a te venga da pensare che l’abbiano fatto per aver più spazio in cui muoversi. Ma il bello è che, no, proprio loro sono quelli la cui corda s’agita di meno, perché lo spazio l’hanno trovato in un punto ancora più interno rispetto alla scatola, un punto che, per convenzione, si dice collocato fra il loro cuore e la loro testa.

Va poi detto chiaramente che l’elemento cruciale di tutto è la corda, o meglio, il fatto che presto o tardi questa finirà per consumarsi o strapparsi o essere recisa. Cosa accade dunque all’esserino? Cade. E cadendo sparisce. La sua scatola allora? Beh, qualcosa di quel che c’era dentro può essere conservato, custodito nelle scatole di altri esserini; qualcos’altro sparisce per forza con lui.

Ma lui sparisce dove?

Uno è convinto, come ti ho già detto, di venire dirottato per sempre, sotto una nuova forma, in quello spazio incommensurabile al di là dello scatolone.

Un altro crede di ritrovarsi allacciato a una nuova corda, più o meno resistente e flessibile (e in una scatola più o meno accogliente) a seconda di quel che lui è stato prima che la precedente si strappasse o venisse strappata.

Un altro pensa che sparire vuol dire proprio sparire. E più niente di lui sarà mai da qualunque altra parte.

Ormai avrai capito che la corda è un tutt’uno con l’esserino. Quel che è certo è che gli esserini hanno paura della caduta e questa paura fa accadere tante cose. Per esempio che gli esserini s’ammassino in un groviglio di corde, come anche che tendano la loro corda al limite, spingendola lontana, lontanissima dalle altre, per arrivare a scoprire, in modi tanto diversi, che nella caduta, con la caduta, tutto si spiega, si rischiara, comunque quel tutto sia.

Secondo piano, dipartimento Day Hospital.

Per arrivarci aveva dovuto percorrere uno dei due corridoi

d’ostetricia. Ci era voluta passare, prima di andare a fare l’ecografia al terzo piano, per memorizzare il tragitto. Tutte le pareti erano tappezzate di foto e immagini di neonati. In mezzo c’erano altre cose: lettere, ringraziamenti, disegni incorniciati. Lo sapeva anche senza fermarsi a guardare. Aveva tirato dritto, all’andata e al ritorno, irrigidendo il collo e serrando la mandibola. Fuori della stanza dell’eco c’erano tre coppie. Aveva cercato un posto abbastanza lontano da tutte e si era messa a pensare al medico che le avrebbe fatto l’esame necessario a fissare la data dell’intervento. Dall’accettazione l’avevano spedita lassù col foglio di richiesta. L’aveva dato a un’infermiera, per il turno di chiamata, così il dottore avrebbe saputo, ancor prima di vederla, perché era lì. Ma non era a quello che pensava. L’avrà perfezionato nel tempo, si diceva, l’eloquio, lui. Avrà trovato il giusto tono, le parole strettamente necessarie e quelle opzionali, i cenni, gli sguardi, per entrambi i casi.

Gli stessi identici dati per una dualità razionalmente inconciliabile. Vita e morte.

<<Camera gestazionale intrauterina, presenza n. 1 embrione, battito cardiaco fetale rilevato>>, erano state le parole. Lei aveva guardato le pulsazioni mute sul monitor e aveva capito che tutta la strategia del dottore si riduceva al sonoro. Assente nel suo caso.

E ora l’ascensore la porta giù. Sala raschiamenti, leggerà? Eppure la parola è onesta come poche altre della terminologia medica. Nessun eufemismo. Tremenda e onesta. Se così fosse, la sala ne sarebbe marchiata a fuoco.

La faranno sdraiare con le gambe sollevate e aperte. Tireranno le tende o la lasceranno così, spalancata in quel bagno di sole mattutino primaverile?

Quando si risveglia la stanno adagiando sul letto. Fa male. Un male che le torce le dita dei piedi. La parrucchiera piange e si lamenta, al suo fianco un’infermiera bassa di mezz’età le dice: <<Fatti forza gioia>>.

Lei pensa, nella nausea, che quello scoiattolo in camice biancazzurro deve amare davvero il suo lavoro.

C’era un dottore che di nome faceva Karman. Ora, devi sapere che ‘karman’ è anche una famosa parola di una lingua molto antica. Significa ‘azione’, ma la sua fama dipende dal fatto che con essa si indica una legge metafisica. Secondo questa legge, per fartela semplice e breve, tutto ciò che viene compiuto, detto, pensato nella vita (e le vite sono innumerevoli) lascia dei residui buoni o cattivi, una specie di supercolla che ti s’appiccica allo spirito e che, puntualmente, nell’esistenza successiva (ricordi scatole e cordicelle?) o in una delle successive (delle volte già nella presente), ti tocca smaltire, nel bene e nel male, in una gamma di modi assai fantasiosa. Il bello di questa legge, ciò che la rende simpatica a tanti, è che, avendo una sua necessità automatica, non c’è neanche bisogno di scomodare Dio per farla funzionare.

Un nome impegnativo, no? Dunque, il dottor Karman ha inventato una tecnica (i nomi talvolta, è risaputo, sono dei destini), o meglio, ha preso a prestito una tecnica preesistente, quella dell’aspirazione a vuoto, e l’ha adattata al proprio campo scientifico.

Tubo in PVC. Estremità A: raccordo girevole con attacco cannula. Estremità B: raccordo per aspiratore. Cannula in polietilene, semirigida, con punta arrotondata e doppio orifizio. Colori dei raccordi cannula: azzurro, blu, verde, rosso, arancione, grigio, giallo.

Si procede alla dilatazione del collo dell’utero con un dilatatore di Hegar.

Si inserisce la cannula del diametro necessario.

Si aspira.

Si aspira.

Si aspira.

Azzurro, blu, verde, rosso, arancione, grigio, giallo.

Si aspira.

Si aspira.

Il vuoto. Sforzati quanto vuoi, ma la testa non ci arriva. Senti il salto nello stomaco, il pensiero che precipita dall’alto, che non ce la fa. Eppure ci sono degli uomini che sulla dottrina del Vuoto hanno fondato una scuola, una corrente. Vuoto come natura autentica della realtà. Abisso della ragione. L’indicibile, di nuovo. Ma da cosa sono partiti loro? Da una semplice e universale constatazione: gli esseri umani sono tutti malati di dolore, non si scappa. La malattia però è curabile, perché la causa è conosciuta: sete, una sete che non finisce mai e che ti fa attaccare a qualunque fontanella con l’illusione di placarla. L’ansia di vivere, il desiderio che ti sballotta senza riuscire mai ad appagarsi definitivamente. Allora servono otto medicine, dicono, tutte a carico del malato e dei suoi sforzi. Una di queste è indicata proprio per l’azione e nelle avvertenze riporta chiaramente: non nuocere, non uccidere.

<<È un serpente.>>

<<Guarda meglio. Sembra solo.>>

<<Una corda.>>

<<T’eri sbagliato.>>

<<Già. Ma non so, c’è qualcosa che non mi torna anche con quella. Mi succede con un mucchio di altre cose. A volte è come se mi sfuggissero, come se la corda, che pure è una corda, non lo fosse, o non fosse solo quello.>>

<<Per forza.>>

<<Perché per forza?>>

<<Perché non lo è.>>

<<Che cosa vuol dire ‘non lo è’?>>

<<Che chiami corda un viluppo di fili. Che la corda in sé non esiste. Che la corda come corda non è reale.>>

<<E allora? Se è per questo anche i fili sono fatti di fibre!>>

<<Appunto. Neanche i fili in quanto fili esistono.>>

<<Che vuoi dire? Che dalle fibre stringiamo stringiamo fin dove si può?>>

<<Stringiamo non è la parola giusta.>>

<<Dividiamo, riduciamo, ti va meglio?>>

<<Sì.>>

<<Senza fermarsi mai? Ci sarà qualcosa d’irriducibile, no?>>

<<Credi tu.>>

<<Quindi tutto dipenderebbe da qualcos’altro. Tutto divisibile all’infinito, niente di definitivo, niente di permanente, tutto relativo. Bella roba!>>

<<Non ho detto che sia bella. Dico che ce l’inventiamo noi.>>

<<Cosa?>>

<<La realtà. Con la mente.>>

<<Vabbe’, almeno quella esiste!>>

<<No.>>

<<No?>>

<<No.>>

<<No e basta? Che accidenti me ne faccio?>>

<<No, perché la mente è come il resto.>>

<<Ma così elimini tutto. Svuoti tutto quanto!>>

<<Centrato.>>

<<Ma ti manda fuori! Non lo puoi reggere!>>

<<Oh no. Quando c’arrivi davvero non c’è più niente da reggere.>>

Devono esser state qualcosa del genere le conversazioni di quegli uomini. Se non proprio così, qualcosa del genere.

Mentre tornava a casa col certificato del ginecologo aveva pensato che il mito spunta anche dove non te lo aspetteresti. Sette giorni almeno di riflessione. Per legge doveva invitarla a farlo, ed esporle ciò che la legge prevedeva per la sua figura professionale era per lui più che sufficiente, in quanto non obiettore. Così le aveva detto. Sette giorni. Il tempo di fare il mondo e contemplarlo.

Oppure di disfarlo.

Guarda dal balcone il giardino della scuola. Le vedi le bambine e i posti dei loro conciliaboli? Ombrosi, racchiusi, delimitati da alberi, muri, recinti, monticelli di terra e pietre.

Isolotti di donne. Sapessi quanto c’è dietro quest’immagine, come puoi guardarla e leggerla! Puoi farne storia, politica, diritto, psicologia, mitologia, filosofia, etnologia, sociologia, biologia! Differenziazione sessuale, separazione dei sessi, segregazione-emarginazione femminile, ginecei, harem, matriarcati, ginecocrazia, dee, amazzoni, ninfe, sirene, maghe, streghe, prefiche, sacerdotesse, movimento per la liberazione della donna, collettivi femministi, raduni lesbo, Alterità, Eterno Femminino, Natura.

Ma sì che lo saprai, un giorno. Per adesso guardiamoli così, a campo lungo – i maschi che laggiù s’accaniscono sulla palla – questa manciata di esseri. Tutti piccoli e indistinti in lontananza, compresi come sono nella luce squillante di tarda mattina.

Due mesi. Otto settimane. Cinquantotto giorni.

Poco più di venti millimetri di lunghezza e un grammo di peso.

Tecnicamente: embrione.

Fase antecedente a quella fetale e susseguente a quella pre-embrionale.

Per chi l’ha presa in consegna in ospedale c’è però un’altra parola: materiale biologico del concepimento.

È chiaro. Come immunizzarsi altrimenti, giorno dopo giorno, intervento dopo intervento? Con lo scudo semantico. Con lo scafandro della significazione.

È la parola che fa la cosa. In principio era il Verbo.

Il Verbo è ciò che resta alla fine, quando tutto sia spazzato via?

Ma almeno il coraggio di sporgersi sul baratro senza l’assicurazione delle formule dobbiamo averlo, tutti quanti.

Lei non vuole avere parole dentro cui avvolgere la cosa. L’ha lasciata nuda, così accecante com’è: oggi uccido un figlio di cinquantotto giorni.

Pensa alla femmina del cuculo. La vede deporre le uova nel nido di un altro uccello, per evitarsi l’impiccio di crescere i piccoli; la vede attendere il momento giusto, i bottoncini degli occhi vigilissimi, per buttare giù i legittimi occupanti, non importa se già fuori o ancora dentro le uova, garantendo così solo alla sua progenie le cure della svenata madre per procura.

E lei dove si colloca? In quale angolo disperato di natura?

L’ininterrotto sì dell’utero che oscilla, sì-vibrazione a cerchi concentrici. Sì Sì Sì Sì. Sibilo dell’essere che gonfia. SONO SONO SONO. CI SONO. Sarebbe dovuto bastare? L’irrefutabile, luminoso imperativo dell’essere? Ma non bastava. Perché l’essere viene sempre immediatamente insacchettato, fasciato lasco nel voglio-posso-devo, oppure stretto a strangolo nel non voglio-non posso-non devo. Era dunque di quella donna la libertà di non accondiscendergli, era lei quella libertà, l’abisso che poteva spegnere la radiante, assoluta evidenza.

E adesso lei potrà anche inventarsi che quel figlio era un’anima ormai prossima alla liberazione, un’anima a cui toccava soltanto il breve purgatorio della sua pancia. Potrà convincersi che lui, in qualche modo, sapesse già tutto.

Con queste cose gli esseri umani si arrabattano da sempre per trovar pace.

Potrà entrare un pomeriggio di primavera in un convento – lei, che le chiese non le frequenta mai–, inginocchiarsi davanti a un piccolo frate barbuto con la cateratta che la fa parlare a voce alta perché non ci sente bene, e per un attimo lei penserà che ci vorrebbe una femmina lì al suo posto, una che le imponesse le mani, ma sul ventre, che intercedesse rivelandole l’esistenza di una santa protettrice delle… non c’è la parola. C’è per il prima: abortiente. E il dopo? Ma lei la dice, fa un neologismo: abortizzate. Una santa protettrice delle abortizzate.

E potrà causarle, il dopo, una sindrome per cui cercare cure del corpo e dell’anima, così potrà scrivere parole scure o smorte, struggenti o affilate, perché è detto che la scrittura guarisce. Potrà staffilarsi con le immagini e le parole propagate nella rete globale: y o u s h o u l d v i s i t t h i s s i t e b e f o r e m a k i n g a n y d e f i n i t i v e d e c i s i o n, e invelenirsi.

Ma potrà anche riconciliarsi. Con se stessa e con quel figlio.

Certo che lo potrà.

Prima di addormentarsi, quella donna viveva dunque nel pensiero una sua scena: nella sala sono in otto. Fuori comincia a fare chiaro.

Le guarda. Cerca i loro occhi. Si appartengono come l’ottuplice ipostasi di una dea dello sconcerto. Ora sono in tre. Eccola dunque la triade, la trinità in cui è stata dislocata. Che filo le tiene insieme lì e non altrove, loro sole, in quell’ora, che è quella e quella soltanto? I loro nomi deve averli sentiti prima, ma non li ricorda perché erano gli occhi ciò che voleva trattenere.

Diciamoci reciprocamente i nomi, per ingrossare di realtà, qui dove siamo per svuotarci, insieme in letti quasi attaccati come se sorelle, amanti, recluse. Stiamo per diventare amiche per sempre, per la pelle e per la carne. Per il sangue, il dio assente che stanno per ridarci, il dio asceso, il dio che ha disertato le bocche lunari. E, bagnate dal dio, fuori di qui ci vorremo dimenticare, ci dimenticheremo dei nomi offerti e ricevuti – unico nostro rito di confermazione reciproca. Ma il congedo? Dobbiamo a questi figli un congedo, delle parole, se non l’abbiamo ancora fatto. È rimasto un po’ di tempo, no? E fuori di qui che c’è? Solo un enorme corso che taglia il fiume verso la collina? Possiamo trovarlo un isolotto per noi, loro e le parole? E se ci occorrerà di più di qualche minuto, sappiamo che comunque nessuno potrà impedirci di tornare qui.

Anche domani.

 

 

La foto di apertura è di Luigi Caricato, e riprende un quadro di Joaquin Sunyer, Primavera

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