Il senso del comico e il gusto del paradosso in Eugène Ionesco

attori-de-la-cantatrice-chauveNella Tana della “Cantatrice Chauve”

[di Mariapia Frigerio]

Quando si arriva al Teatro della Huchette, a Parigi, può succedere che a vendere i biglietti si trovi, nel botteghino, proprio Gonzague Phélip: romanziere, drammaturgo, attore, amministratore «perché bisogna vivere», autore dell’appassionante Le fabuleux roman du Théâtre de la Huchette (Paris, Gallimard, 2007). Ed è proprio nelle sue pagine che compare il binomio Huchette-Ionesco: «Una delle più piccole sale di Parigi e una delle più conosciute al mondo. Il segreto della sua notorietà, che va da Tokyo a San Francisco? Due pièces di Eugène Ionesco in cartellone da mezzo secolo, La cantatrice chauve e La leçon, che hanno attirato più di un milione e mezzo di spettatori». Già lo stesso Ionesco aveva scritto riferendosi al teatro: «Un grande successo in un piccolo teatro è molto meglio che un piccolo successo in un grande teatro e ancor meglio che un piccolo successo in un piccolo teatro».

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Fondato nel 1948, in un’epoca in cui i teatri con capienza ridotta – molti sorti nel Quartiere latino di Parigi -, erano quelli che consentivano di vivere un’esperienza distinta, molto più a contatto con gli attori, il teatro della Huchette ha però la particolarità di presentare dal 1957, quasi esclusivamente, le opere dello scrittore rumeno trapiantato in Francia, Eugène Ionesco: queste sono considerate come lavori di anti-teatro e pezzi fondamentali di quel teatro dell’assurdo, movimento nato in Francia a metà del XX secolo, che vide in Samuel Beckett uno dei suoi massimi esponenti. Qui, in rue de la Huchette al numero 23, tutto è rimasto intatto.

Niente di mutato da quando, nel 1963, Marino Moretti scriveva ad Aldo Palazzeschi: «Comédie, il Vieux Colombier e la ‘bizzarra’ Huchette – bizzarra ma anche un po’ sudicia – formano un terzetto teatrale di simpatica pariginità». Seguito, pochi mesi dopo, da Ennio Flaiano che, così, lo descrive sull’«Europeo»: «Il teatro ha sempre lo stesso bugigattolo che serve da atrio e da botteghino, la sala è sempre quella, nemmeno ripulita, storta come una catacomba, forse un ex magazzino o un ex garage. Il conto delle poltrone è presto fatto: sono novanta, compreso gli strapuntini. […] Quando, all’inizio dello spettacolo, si spengono le luci nella sala si è presi dallo sgomento che si tratti di un guasto e che forse non troveremo l’uscita dalla tana. Eppure in questo teatro riprovo sempre la stessa gioia infantile del teatro: un conforto indicibile per la finzione che si sta preparando, per la vittoria dello spirito e dell’intelligenza sulla debolezza delle circostanze, sul vuoto, sul nulla».

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La stessa sensazione che si prova oggi assistendo alla Cantatrice chauve, di cui colpisce immediatamente l’aspetto linguistico. Ionesco deforma le parole, le mutila, le concerta nei più bizzarri e gratuiti giochi di rime e di assonanze, con risultati francamente comici. Tra gli autori della cosiddetta avanguardia francese Ionesco è, in effetti, quello più dotato di senso comico e di gusto paradossale. Senza tuttavia divenire un semplice farceur. La sua è, al contrario, una comicità infinitamente amara. I suoi personaggi sono opachi e meschini, «intrisi di tutte le risciacquature della società», per dirla con Gian Renzo Morteo, traduttore per Einaudi e protagonista della cultura teatrale torinese nel secondo Novecento, nonché docente universitario. È il ritratto di un’umanità alla ricerca del senso e del perché della vita. Seguita Morteo: «I fantocci della Cantatrice calva sono le conchiglie vuote che le onde trascinano. Schemi senza ormai contenuto in una società che continua a portarsi appresso le ampolle di essenze irrimediabilmente evaporate». Ma l’antidoto a questo vuoto è che nel salotto borghese, dove si incontrano gli Smith, i Martin, la cameriera e il capitano dei pompieri, la comicità vince. È questo equilibrio tra comico e tragico a rendere sempre attuale la pièce e a farci ritrovare insieme a Flaiano «la stessa gioia infantile del teatro: conforto indicibile […] per la vittoria dello spirito e dell’intelligenza sulla debolezza delle circostanze, sul vuoto, sul nulla».

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Le foto sono di Mariapia Frigerio

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