Una cavalcata nella letteratura, con Guido Conti

218-homeGuido Conti, La profezia di Cittàstella, Milano, Mondadori, 2016

[di Daniela Marcheschi]

Guido Conti è un narratore nato, visionario, con una conoscenza sterminata della letteratura italiana e una idea ben chiara della scrittura. Ama tuffarsi nei classici per avere una prospettiva più ampia e sedimentata anche dei luoghi che conosce meglio: quelli della natia Parma e del suo territorio, dove continua a vivere e a lavorare.

3523-pagOra ha dato alle stampe La profezia di Cittàstella, un romanzo storico o quello che si potrebbe definire un vero e proprio romanzo popolare dei nostri giorni – perché leggibile a più livelli, a seconda di età e cultura -, ambientato nel Cinquecento (precisamente nel periodo 1510-1525, cruciale per la nostra penisola) e in una Emilia insieme ideale e reale, immaginaria e storica.

Si tratta però di una vicenda, dove realtà e fantasia si confondono in libertà, dove le cose non sono sempre quelle che sembrano, dove i misteri non sono poi così enigmatici e le profezie non si avverano, perché c’è sempre la scelta degli esseri umani a far saltare le previsioni. Un ammonimento per i lettori di oggi.

Soprattutto si tratta di una cavalcata nella letteratura, ricca di riferimenti e allusioni alle tradizioni sia del romanzo storico italiano – i Promessi Sposi di A. Manzoni in primis – sia della Storia come genere letterario, a partire dalla Storia d’Italia di F. Guicciardini fino agli Annali di L. A. Muratori. A queste vanno aggiunte le cronache anonime e le narrazioni di G. C. Croce su Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, la novellistica di M. Bandello, ma anche la riduzione teatrale di C. E. Gadda dalle novelle sul buffone Gonnella, scritte appunto da Bandello.

Una riappropriazione e una ricreazione. La Storia è in funzione della gioia del narrare; e il narrare usa la Storia come vicende divenute letteratura in funzione di se stesso.

La novità del libro di Conti è semplicemente questa. Lungi dal propinare strizzatine d’occhio alla U. Eco del Nome della Rosa per dirci, magari ammiccando, che tutto il mondo è paese e che quanto accade oggi è analogo a quello che accadeva in passato e viceversa; lungi dal costruire un romanzo storico come misto di storia e d’invenzione alla maniera di Manzoni e con le sue ben note preoccupazioni, nello zampillio vitale di riflessi, di incroci, di intrecci, di variazioni, rovesciamenti e parodie che tramano il libro, Conti costruisce una vera e propria favola della nostra letteratura, divertendosi e facendoci divertire e pensare.

Un bagno salutare in acque più limpide (e meno provinciali), al di fuori del naturalismo e del neodannunzianesimo di ritorno, che affliggono fin troppo le patrie lettere da qualche tempo in qua.

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