Malizia delle donne

La prefazione di Daniela Marcheschi contenuta nel libro As malícias das Mulheres. Discursos sobre poderes e artes das mulheres na cultura portuguesa e europeia (Esfera do Caos), di Luisa Marinho Antunes.

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MALIZIA DELLE DONNE

di Daniela Marcheschi

Uno studio europeo di lingua portoghese: una tale espressione sintetica ci sembra la più consona per definire e premettere – lasciandone subito intendere la sostanza – questo ricco saggio di Luisa Marinho Antunes Paolinelli, studiosa e critico di letteratura fra le più brillanti e solide in campo internazionale.

Con una ampiezza di visione storica insolita, ricorrendo ad accostamenti pertinenti e alla testimonianza di testi e documenti non sempre noti e, soprattutto, facendo tesoro dell’insegnamento di Ernst Curtius, la Marinho Antunes individua le tematiche e l’incrocio formale di tradizioni e generi che, a partire dall’antichità greco-romana, hanno concorso a generare la moderna tradizione delle “malizie”/virtù femminili. Tradizione-tradizioni nella pienezza e nel dinamismo delle reciproche acquisizioni: la tradizione in lingua portoghese dei Baltasar Dias, dei José de Almeida Cardoso ad esempio, come declinazione particolare di una più vasta tradizione europea, e la tradizione europea nelle lingue maggiori del nostro continente come declinazione, a sua volta, della tradizione di lingua portoghese.

Come in una sorta di trionfo, in tale tradizione non solo si moltiplicano e si alternano variamente i generi letterari, ma anche – nelle persistenze tematiche e dei topoi relativi – si intrecciano e si scambiano mutualmente le esperienze della cultura alta con quelle della cultura popolare in un continuo gioco di rispecchiamenti, riprese e innovazioni formali. Si tratta infatti di una vera e propria messe di giudizi, credenze, dialoghi, trattati, poemetti e tanti altri testi di varia destinazione e forma, ispirati a preconcetti d’ordine sociale, religioso, o morale, vòlti a svelare ai giovani, e denigrare, le presunte arti incantatorie, appunto «malizie», delle donne ai danni degli uomini, oppure ad esaltarne le doti spirituali ed intellettuali idealizzandole.

Bastino due nomi – o due poli, potremmo dire – per tutti: il Dante dello Stilnuovo, quindi della Commedia in cui Beatrice da donna-angelo viene a incarnare la Teologia rivelata; e il Boccaccio, nella sua piena maturità, della narrazione in prosa del Corbaccio (1365).

In questa opera, che si costituisce come esposizione di un sogno rivelatore, e che potremmo considerare una sorta di controcanto al De mulieribus claris, steso fra il 1361 e il 1362, l’autore del Decameron vuole stigmatizzare il «carnale amore». Ecco

allora che la donna, ossia la latina “domina”, diventa «femmina» ed è rappresentata come carica di ogni difetto fisico e morale: «l’essere le femine così fiere, così vili, così orribili, così dispettose» – si legge non a caso, avviandoci alla conclusione della

visione onirica di Boccaccio. Tuttavia gli esempi (più o meno insistiti non importa) di lettura di «malizie»/virtù femminili, addotti dalla Marinho Antunes – che si presentano come vere e proprie tappe esemplari di percorsi critici nella letteratura e

nel pensiero portoghese ed europeo sulle donne (e gli uomini) –, sono numerosi e molteplici. Si potrebbe così continuarne diversamente l’elencazione, da Chaucer a Shakespeare da Jane Austen a Charles Darwin; da Eça de Queiroz a Camilo Castelo

Branco o da José de Almeida Cardoso al brasiliano Machado de Assis; da Cornelius Agrippas von Nettesheim – con il suo De nobilitate et praecellentia Foeminei sexus, fondamentale per lo sviluppo e l’affermazione della poesia femminile nel pieno Rinascimento italiano – al sessismo di Otto Weininger; da René Descartes a Diderot o da Rousseau a Barbey d’Aurevilly: ad libitum.

Grazie alle competenze linguistiche, che le permettono di accedere direttamente a più letterature, alla puntuale individuazione di temi, generi e filiazioni, la Marinho Antunes ricostruisce così, in modo magistrale, il mosaico delle relazioni e delle connessioni formali

che, nelle «malizie», uniscono la cultura classica a quella medioevale, il Rinascimento o l’Età dei Lumi ai «Folhetos de Cordel» del XIX secolo. In tale modo, l’Autrice contribuisce a portare alla luce e a riconnettere in un insieme organico una quantità di itinerari teorici e di opere letterarie, che non solo – giova ribadirlo – rendono familiari testi meno frequentati, ma raccontano anche molto della cultura europea tout court: dalle sue conquiste avanzate (l’Agrippa, che arriva a invocare l’accesso delle donne al sacerdozio) ai pregiudizi annidati in pensieri che pure si stagliano potenti, come ad esempio quelli di Nietzsche o Freud.L’antologia finale di testi, la stessa nutrita bibliografia rappresenteranno un’ulteriore avventura di ricerca e stimolo intellettuale per il lettore di queste pagine. Da segnalare, in particolare, che la sezione bibliografica dedicata all’Italia costituisce il regesto finora più ampio, nell’ambito delle «malizie», delle opere sul tema apparse nella lingua della penisola.

Il volume della Marinho Antunes – che ha inoltre il merito di unire raffinatezza della cultura, consistenza di studio alla vivacità dello stile – induce a tenere presente un elemento che non è sempre di così pacifica consapevolezza: ovvero che l’essere umano non è una tabula rasa e che il processo stesso della creazione del nuovo avviene nel radicamento delle tradizioni, attraverso cui si pensa, si conosce e ci si riconosce per inventare il futuro.

Daniela Marcheschi

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