Da leggere su Kamen’

È stato pubblicato in questi giorni il quarantottesimo numero (n. 47, Giugno 2015), della rivista di poesia e filosofia Kamen’ con le sezioni dedicate alla memoria di Eridano Bazzarelli, di Poesia e di Letteratura e Giornalismo.

Eridano Bazzarelli

Eridano Bazzarelli

La sezione dedicata alla memoria di Eridano Bazzarelli, del grande slavista, glottologo, studioso di numerose lingue, critico e uomo dai molti interessi e di impegno civile, nonché maestro, ed amico e collaboratore della rivista. In sua memoria ed onore si ristampano alcuni scritti rari ed usciti dal mercato librario. In particolare due scritti blokiani: Note sul Paragone e Osservazioni supplementari sulla metafora e sui simboli in Blok;; un saggio su La ‘liberazione’ come momento esistenziale ed estetico nel “Maestro e Margherita”; La Nota al testo e la traduzione della poesia di Lidija Vukceviæ Inevitabile è la poesia; la Presentazione tratta dal volume di Giuseppe Melodia, La Quarantena. Gli Italiani nel lager di Dachau, Inoltre in suo ricordo la poesia di Anna Maria Carpi, “Maestro Eridano milanese padano”.

Eridano Bazzarelli è nato a Milano il 10 dicembre del 1921. Dopo le traversie della guerra (è stato anche deportato nel campo di concentramento nazista di Mauthausen), si è laureato nel 1947 in Lettere all’Università Statale di Milano. Vittore Pisani è il relatore della sua tesi di Glottologia, e più specificatamente di Slavistica, sulla storia comparata delle declinazioni slave. Bazzarelli fin dall’anteguerra si era interessato con passione alle letterature slave, e specialmente alla Letteratura russa. A questa, pur non dimenticando la Glottologia, dedica gran parte del suo tempo; e in particolare alla poesia russa e non solo, come costante della sua storia personale. Diventato docente, poi ordinario, di Lingua e Letteratura russa all’Università di Milano, ha cercato di trasmettere agli studenti la passione per quella grande letteratura, in un insegnamento durato quasi trent’anni. Gli è stata conferita anche la laurea Honoris causa dell’Accademia delle Scienze di Mosca. Fra i libri e i saggi da lui scritti, ne ricordiamo qui solo alcuni sul poeta Tjutcev (come introduzioni assai ampie alla traduzione delle liriche di questo grande poeta, nel 1959 e poi nel 1993), due libri dedicati ad Aleksandr Blok – L’armonia e il caos nel suo mondo poetico, del 1968; Blok e la metafora, del 1971- e un libro dedicato ad Innokentij Annenskij (1965). Inoltre da ricordare molti altri contributi dedicati su vari scrittori russi: Puškin, Lermontov, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Cechov, Belyj, Esenin, Achmatova, Cvetaeva, Šolochov, Leonov, Tendrjakov, Bulgakov e altri. Oltre alle traduzioni di poeti e prosatori russi, a Bazzarelli si devono anche numerosi articoli e contributi di Slavistica generale, di Storia della lingua russa, di Indo-europeistica con particolare riguardo alla famiglia slava.

La sezione di Poesia/Bazzarelliana anch’essa dedicata a Bazzarelli, presenta versioni di poesie di Aleksandr A. Blok di Eridano Bazzarelli e di Amedeo Anelli, Erica Klein, Stefania Sini in suo onore. Bazzarelli è stato fra i maggiori studiosi del grande poeta russo.

Aleksandr A. Blok

Aleksandr A. Blok

Aleksandr Aleksandrovic Blok (San Pietroburgo 1880 – Pietrogrado 1921) è sicuramente il maggior esponente del simbolismo russo ed uno dei maggiori poeti europei del Novecento. Figlio di Aleksandr Blok, giurista e docente all’Università di Varsavia, e di Aleksandra Beketova figlia del grande botanico Andrej Beketov, rettore dell’Università di Pietroburgo, ebbe rapporti di amicizia con Sergej Solov´ëv, nipote di Vladimir, che conobbe nel suo ultimo anno di vita il 1900, e con i due poeti simbolisti, Vjačeslav Ivanov e Andrej Belyj. Nel 1909 visitò la Germania, la Francia e l’Italia; della rivoluzione del 1917, cui aderì con entusiasmo, ebbe una visione soprattutto mistico-palingenetico-patriottica. Nel 1904 pubblicò una prima raccolta di versi, Stichi o Prekrasnoj Dame (“Versi della Bellissima Dama”), cui seguirono fra l’altro Necajannaja radost´ (“La gioia inattesa”, 1907), Zemlja v snegu (“Terra nella neve”, 1908), Nocnye casy (“Ore notturne”, 1911), Stichi o Rossii (“Versi sulla Russia”, 1915) e i poemetti Dvenadcat´ (“I dodici”, 1918) e Skify (“Gli Sciti”, 1918). Al teatro Blok diede alcuni drammi lirici con spunti grotteschi, fra cui Balagancik (“La baracchetta dei saltimbanchi”, 1906) e Neznakomka (“La sconosciuta”, 1906), che ebbero, nella regia di V. E. Mejerchol´d, notevole successo. Completano la sua opera i saggi Rossija i intelligencija (“La Russia e l’intelligencija”, 1918) e O simvolizme (“Intorno al simbolismo”, 1921).

La rivista si chiude con la sezione dedicata a Letteratura e Giornalismo, seconda sezione dedicata all’argomento di una nutrita serie, questa volta, a cura di Alberto Marchi, Arrigo Benedetti. Di Benedetti si riproducono i seguenti articoli: Storia di «Solaria», San Pietro dirà a De Gasperi, Stampa in allarme, Impegno e no, Proust giornalista, Il giornalismo in Italia. Alberto Marchi accompagna il tutto con una Nota.

Arrigo Benedetti

Arrigo Benedetti

Arrigo Benedetti nacque a Lucca il 1° giugno 1910. In realtà il suo nome era Giulio, ma decise di chiamarsi Arrigo al tempo dell’uscita della sua prima opera letteraria, il racconto lungo Tempo di guerra, pubblicato a puntate sulla rivista «Il Selvaggio» tra il 1931 e il 1932, quindi in volume nel 1933 (Roma, Il Selvaggio). Dopo la Maturità classica, si iscrive all’Università di Pisa presso la Facoltà di Legge, abbandonata successivamente per quella di Lettere. Frequenta intanto a Lucca il Caffè Di Simo, dove si trova con gli amici Giuseppe Ardinghi (pittore), Guglielmo Petroni e Romeo Giovannini fra gli altri. Scrive un altro racconto lungo, Anni inquieti, ambientato negli anni successivi alla Prima Guerra mondiale e anch’esso pubblicato a puntate, ma sulla rivista «L’Italia letteraria» (1933). Altri componimenti degni di nota sono il racconto Lavori sull’Appennino, che gli valse il Premio Pan (pubblicato nell’omonima rivista, Roma, 1934) e il racconto lungo La ruota della fortuna (anch’esso a puntate in «L’Italia letteraria», 1935). Nel corso degli anni Trenta matura un interesse crescente per il giornalismo: dopo alcune esperienze di collaborazione sia a fogli locali sia a riviste letterarie di ambito nazionale, nel 1937 decide di abbandonare gli studi universitari, trasferendosi a Roma, dove ritrova l’amico fraterno Mario Pannunzio. Con lui ha modo di conoscere Leo Longanesi. In breve, Benedetti e Pannunzio entrano a far parte della redazione del nuovo settimanale lanciato da Longanesi nella primavera del 1937, «Omnibus», primo giornale a rotocalco italiano: Benedetti tiene una rubrica letteraria nella celebre pagina Il sofà delle muse (tra i principali collaboratori: M. Praz, R. Bacchelli, P. A. Quarantotti Gambini, G. De Robertis), mentre Pannunzio si dedica alla critica cinematografica. Dopo la chiusura forzata di «Omnibus», nel 1939, Benedetti e Pannunzio affrontano insieme la direzione del settimanale «Oggi», chiuso dalla censura fascista nel 1942. Accanto al lavoro di giornalista Benedetti continua a scrivere romanzi e racconti, pubblicando una nutrita serie di opere, in alcune delle quali Gianfranco Contini, convinto estimatore di Benedetti, avrebbe visto più tardi la migliore cifra letteraria dell’autore. Dopo il romanzo breve La figlia del capitano (Firenze, Parenti, 1938) arrivarono Misteri della città (Firenze, Vallecchi, 1941), Le donne fantastiche (Torino, Einaudi, 1942), la raccolta di racconti Una donna all’inferno (Milano, Bompiani, 1945) e, infine, a chiudere questa intensa fase creativa, Paura all’alba (Roma, Ed. Documento Libraio, 1945): romanzo cronaca della sua esperienza partigiana sull’Appennino tosco-emiliano dopo l’8 settembre 1943. Nel 1945 Mazzocchi gli chiede di dirigere il settimanale «L’Europeo», che guiderà fino al 1954, quando è costretto a lasciarlo dal nuovo proprietario Rizzoli. Già nel 1955, però, grazie a Adriano Olivetti fonda il settimanale «L’Espresso», dalla cui direzione si sarebbe poi dimesso nel giugno 1963 per il senso di disagio avvertito nei confronti del conformismo del giornalismo italiano. Intanto, nel 1959 era cominciata la scrittura del più ponderoso tra i suoi romanzi, Il passo dei Longobardi (Milano, Mondadori, 1964), che, sebbene gli valesse il premio Prato (1964), non incontrò i favori della critica. Mentre continua le collaborazioni giornalistiche (con l’«Espresso» per la rubrica Diario italiano, fino al 1967: anno della rottura definitiva con Scalfari; con «Panorama» dal 1967 al 1969 nella rubrica I Tempi), pubblica due romanzi: L’Esplosione (Milano, Mondadori, 1966, selezione Premio Campiello) e Il ballo angelico (Milano, 1968). Nel 1969 decide di accettare l’offerta di Mazzocchi di riprendere, in una nuova serie, la direzione de «Il Mondo», per almeno 17 anni la creazione più prestigiosa di Pannunzio. Pubblica intanto il romanzo Gli occhi (Milano, Mondadori, 1970). Nel 1972 si dimette dalla direzione del «Mondo» (la cui redazione era stata trasferita da Firenze a Milano) e torna a vivere a Lucca. Nel 1974, anno in cui dà alle stampe il romanzo Rosso al vento (Milano, Mondadori, 1974), muore il figlio Alberto in un incidente subacqueo. L’anno successivo, suscitando una certa sorpresa fra i laici, accetta la direzione di «Paese Sera», giornale da sempre vicino al Partito Comunista Italiano. Muore improvvisamente il 26 ottobre 1976 a Roma. Postumi uscirono Cos’è un figlio (Milano, Mondadori, 1977), che Carlo Cassola reputò la sua opera letteraria migliore, e Diario di campagna (Roma, Editori Riuniti, 1979).

Kamen’ n. 47 – Giugno 2015
Rivista di poesia e filosofia, pp. 120, euro 10,00
Editrice Vicolo del Pavone
V.le Veneto 23 – 26845 Codogno (LO)
Tel. 0377 – 30709

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