Daniela Matronola: Lavoro e libertà

MatronolaDaniela Matronola (A U T O R – A) vive e lavora a Roma. Il Lavoro Rende Liberi è una scheggia del romanzo TerzoTempo.

È lunga la storia di questo racconto. Una sua versione meno strutturata e anche più breve, ma non dissimile nella sostanza, è stata letta il 28 gennaio 2005 – Giorno Della Memoria Il Giorno Dopo (ideazione: Sara Ventroni, lettori Marco Giovenale e io), presso La Camera Verde (sala d’essai e galleria romana, Quartiere Miani/Piramide). In seguito ho strutturato il formato attuale (di racconto in 12 stazioni), e ne abbiamo fatto un libro, con Gian Andrea Semerano, uscito appunto per La Camera Verde: ne ho tenuto lettura integrale per Il Giorno della Memoria: 27 gennaio 2011. Gli ultimi tre paragrafi sono stati aggiunti solo il 6 ottobre 2012. Ma solo ora l’ho attualizzato, l’ho strutturato prevalentemente nella forma dialogo, e ho dato spazio Cesare, che nelle versioni precedenti era anche meno di una comparsa – solo ora, forse, questo racconto ha tirato fuori i propri veri fantasmi: può darsi che stavolta trovino pace. (Daniela Matronola).

Indice dei Capitoli

1. Brocche e brividi – narrare a piedi
2. Vacanze bianche
3. Modello fordista
4. arbeit macht frei
5. Massima pulizia
6. Domenica pomeriggio
7. Le virtù del monaco
8. Fiabe famigliari
9. Fumi e fumetti
10. Contemporaneamente a palazzo
11. Fumo e profumo
12. Via alle fornaci

LAVORO E LIBERTA’

1. Brocche e brividi – narrare a piedi

 

Cesare ed io stiamo seduti praticamente dentro il camino, grande quanto una stanza: camera dentro la camera – un calidario eversivamente infilato dentro un frigidario: il salone centrale al piano di mezzo. In altri tempi, là come in tutte le altre stanze di casa nostra, senza il conforto del riscaldamento centralizzato, d’inverno pare fosse comune udire un rumore sommesso di brocche. Erano i denti degli abitanti della casa e dei loro servi (esclusi pure dai camini): battevano meccanicamente, scossi da brividi ingovernabili.

Oggi è una domenica freddissima, sono le quattro del pomeriggio.

Noi due come tutti stiamo tentando di agguantare un caffè forte da una guantiera che volteggia per i salotti del piano di mezzo, a caccia a sua volta di gente già cotta dalla digestione.

–Questo sistema dei grandi camini, Cesare, non aveva qualcosa di proto totalitario?

–Bè, Mauro, almeno era un modo per scaldarsi.

–Tutte le volte che ci penso mi viene in mente Ryszard Kapuscinskij.

–Cioè?

–Il giornalista polacco. Pensa, l’ho anche conosciuto.

–Dove?

–A Roma, in via Milano. Il 2 febbraio 1994. Un martedì. Quasi le otto di sera.

–Oddio, come fai a ricordarti tutti questi dettagli?

–Come, Cesare? Non ti sarai dimenticato quanto so essere ossessivo…

–Già!

–Me lo presentò l’amico con cui c’ero andato. Lui e Filippo presentavano il libro di Kapuscinskij con Fofi.

–Goffredo Fofi, certo… Qual era il libro?

Imperium, sull’impero sovietico appunto.

–…l’URSS!

–…l’idea era di raccontare le repubbliche della costellazione su cui in meno di dieci anni dall’ottobre del ’17 lo stato rivoluzionario si era imposto azzerandole in una identità di superficie forzata…

–L’Unione Sovietica…

–Kapuscinskij era nato nel ’32 a Pinsk, allora in Polonia orientale, poi, dopo il crollo del Muro, precisamente nel ’90, tornò a essere bielorussa.

–Bè, lo sappiamo, no?: la Polonia è sempre stata un’area critica, quasi imbarazzante.

–E pensa Cesare che Kapuscinskij, massimo esponente della cosiddetta letteratura a piedi per quanto era infaticabile nell’andare a vedere coi propri occhi le realtà che poi raccontava nei reportages, rimase sempre un comunista convinto.

–E quindi?

–E quindi era avverso alle distorsioni fasciste del potere…

–Fascismo? In Russia?

–…a tutti i deragliamenti repressivi comminati in nome della salvaguardia dello stato rivoluzionario – lo fu, da molto giovane, anche agli abusi staliniani…

 

 

2. Vacanze bianche

 

–Il Piccolo Padre Stalin aveva questa selvaggia abitudine di inviare i propri avversari verso lunghe vacanze bianche in Siberia, e questi viaggi–premio, per ragioni di sacra equità democratica, erano inflitti a nemici dichiarati o variamente acclarati come a poveri diavoli senza tutele, per esempio a certi grandi poeti spersi nella luce della verità – come Osip Mandelštam, che fu difeso da Pasternak…

–Questa, Mauro, la so persino io: Stalin telefonò a Pasternak apposta per chiedergli se Mandelštam fosse come dicevano un grande poeta, e Pasternak non rispose: per non mentire con un no, e non inguaiarlo ulteriormente con un sì. Forse cadde la linea…

–Povero Mandelštam mandato a congelare in Siberia dove scaldarsi era una chimera.

Anche se i forzati avevano trovato un rimedio, ancestrale: accendere dei grossi fuochi attorno ai quali, la sera o nelle pause, si ricostituivano in unità operaie e sindacali, mentre cercavano di ingoiare il rancio da eroi (cioè senza risputarlo, reprimendo conati violentissimi dietro ciglia prodigiosamente asciutte) – a onore del più corretto ossequio ai dettami dello stato rivoluzionario.

–Dopotutto, Mauro, al fondo sembrava esserci un legittimo intento pedagogico in tutto questo. Mi pare che il dato più paradossale al solito fosse la risposta, quasi zelante, degli allievi a quelle, chiamiamole, sollecitazioni didattiche.

–Peccato, Cesare, ci fosse un inconveniente, diciamo, statistico: in quelle adunate a rischio di sedizione la gente cadeva come mosche. Nel gelo siberiano attorno ai falò sotto lune inclementi le metà dei corpi rivolte al fuoco andavano in ebollizione e le metà rivolte al buio sotto zero precipitavano nel congelamento.

–Dio mio, Mauro, me li immagino: i corpi che battagliavano, in piedi o accosciati, dovevano roteare come spiedi per distribuirsi al calore insopportabile dei fuochi il più possibile integralmente. Magari nell’assurda speranza di prevenire le cancrene come i processi trombotici.

–Pare che molti, vinti dalla stanchezza, alla fine cedessero: si stendevano e restavano lì, poi la mattina dopo qualcuno li raccoglieva e li metteva a riposo sotto i mucchi di neve. Forse alcuni di loro all’inizio riuscivano anche a reggere il ritmo, poi stremati, anche mentalmente, cadevano dritti avanti, nei fuochi, e bruciavano vivi – o cadevano indietro, nella neve, e ghiacciavano vivi. Quello che fa veramente rabbia è che era la natura a incalzarli e questo sollevava di parecchio il Piccolo Padre Stalin e tutti i suoi gendarmi fino alle minime maglie locali di potere dalla responsabilità immediata e dimostrabile nelle loro morti – erano i cosiddetti gradi di separazione a rendere laschi e irricostruibili i legami tra il primo motore della deportazione e i suoi esiti letali su alcuni vasti campioni della popolazione.

–Ora ti riconosco, Mauro: sempre pronto a batterti per chi è solo nella bufera.

–Anche tu lo faresti. So che lo fai, come hai fatto con me. Abbiamo pronunciato un giuramento, no? Pensa che tuttora se vado a rileggerlo – certe volte anzi me lo ripeto in certi passaggi pure a memoria, riesco persino a commuovermi…

–Come? Non sei più lo stesso cuore di pietra?

–Sarà che ho i figli, qualcosa si è smosso persino nella mia anima di granito.

Ridiamo, Cesare anzi quasi si rotola. Dov’è finita la sua compostezza di mentore?

 

3. Modello fordista

 

–Una forma tutto sommato grossolana di estensione del modello industriale.

Una specie di dispositivo casereccio per l’eliminazione automatica e cieca dell’avversario, quasi mai ignoto, che veniva attivato in modo talmente sporco, certe volte quasi a casaccio dagli sgherri mezze calze da risultare frutto del caso appunto, un abile esito fatale sul quale sarebbe stato macchinoso documentare una paternità.

Meglio sarebbe stato, certe sentenze, sentirsele pronunciare in faccia da Stalin in persona, privilegio toccato a pochi, piuttosto che dentro certe stanze grigie del potere giudiziario da ufficiali grigi, giudici beceri e volgare manovalanza carceraria senza nome senza faccia senza bocca – tutte identità appuntabili solo alle carte ai fascicoli giudiziari agli scatti dei lucchetti delle catene delle manette delle celle richiuse dietro a schiene innocenti, o colpevoli di colpe giuste come: opporsi, rifiutare la riduzione a ingranaggi, desiderare, sperare, sognare, amare, godere affetti, pensare, avere opinioni libere, agire in proprio.

–Cioè Mauro, tu dici che il modello industriale in quel caso fu applicato…

–…alla merce–uomo. Una macchina produttiva nel caso di Stalin persino trovata per caso, che però aveva un solo prodotto finale, negativo: lo smaltimento, e per farlo utilizzava una sua rete di trasferimento…

–Cioè?

–Come la Germania nazista, anche l’URSS di Stalin sfruttò la ferrovia.

Il treno che portava in Siberia era un carro folle che correva verso il nulla bianco ottundendo di bellezza, di estensioni candide. Passava nella taiga per dare modo di portare a temperatura per gradi tutti i campi dell’anima secondo una trasformazione fisica da gassosa a liquida a solida fino a ridurla in sintesi a un pugno denso di cellule, per custodirla meglio. Forse erano treni aperti, coi finestrini che sventolavano tendine verso i campi prima di richiudersi su se stessi al momento di inoltrarsi nel mare bianco senza linea d’orizzonte in cui si sarebbero animate figure solitarie o gruppi a piedi o a cavallo o i mulinelli dei venti della storia tutti venuti a raccogliere lo sventurato errante per portarselo via per sempre in un’altra sfera dell’essere dove non si sarebbe potuto raggiungerlo mai più.

–Molto lirica questa scena. Mi pare quasi di vederla…

–Ma l’hai vista, Cesare!

–Dove?

–Lo hai letto Il Dottor Zivago di Pasternak, no?

–Mi ricordo il film, con Omar Sharif e Julie Christie, e Alec Guinness, Rod Steiger…

–…è forse la scena più suggestiva, a parte la scena finale del tram. Io parlo del libro però… Che inizio! Così toccante: Jura bambino che sta con i grandi mentre tumulano sua madre… Fu un regalo di mio padre a mia madre, ma io a casa ho la copia di zio Carlo: quando è morto, ti ricordi?, avemmo tutti i suoi libri e i suoi quadri.

–Era la cosa di cui parlavi di più, quando venivi a studio: intere sedute su Carlo e su tuo padre Gianni. Fino alla fine. Anche se ne parlavi sempre e solo con entusiasmo.

–Forse vagheggiavo la famiglia ideale, diversa dalla mia…

 

4. Il lavoro rende liberi

 

Lo starò fissando come un pazzo, visto che Cesare lascia rumorosamente ricadere sul piattino che teneva in grembo la tazzina fumante, appena prima di portarsela alle labbra, e mi rivolge uno dei suoi noti sguardi di protezione: più che fraterno, da zio.

–È uno sporco lavoro, Cesare, collaborare alla sparizione del nemico.

Davanti al nostro fuoco amico, per una fulminante rivelazione, resto folgorato dal senso finalmente chiaro della nota formuletta, saggia perciò folle, e finalmente scorgo l’abisso della sua perfetta oscenità.

–arbeit macht frei, ma certo!,

mi ritrovo a urlare in faccia al povero Cesare. Poi passo a fissare il fuoco,

–Come non ci ho pensato prima? Il lavoro rende liberitutti quelli che lo svolgono con accuratezza nei rigidi limiti del proprio ruolo, delle proprie mansioni. Attenersi strettamente al proprio mansionario isola il gesto lavorativo utile, smaglia la rete delle responsabilità. Ogni operatore sublima la propria microazione e, portandola a compimento, partecipa alla catena operativa: così innalza per la misura che gli è data l’edificio finale. Ogni sottosezione della macchina è perfettamente curata all’insaputa del resto, anche quando non del tutto vago è il traguardo. La partecipazione alla catena operativa diventa metafisica nel momento in cui ogni anello sviluppa il suo piano a sé stante, diventa una sfera conclusa in se stessa e il suo stesso perfezionamento predispone al progresso complessivo della macchina mentre promuove la sublimazione dei singoli gesti liberi.

–Cioè tu intendi, Mauro, che sporcandosi le mani al massimo grado possibile in realtà alla fine, cioè nel risultato, ci si lava le mani?

–Io dico che più si abbassa la bocca sul proprio fiero pasto, meno si scorge il contesto ed è questo che assolve o dà una sensazione del tutto autoriferita di innocenza. Non il non aver partecipato, e dunque il non essere parte della macchina, ma aver così in profondità lavorato dentro la macchina, come meccanismo interno infinitesimale, piccolissimo, che non era possibile avere su di sé la responsabilità né dell’intera macchina né del risultato nefando che la macchina conseguiva stritolando le vittime come corpo grande – e non come anello o cingolo minimo quale ciascuno era…

–Cioè pensi che non sia stato possibile stabilire le responsabilità individuali?

–Non ne faccio una questione giudiziaria, ma della coscienza. Quante volte, Cesare, abbiamo sentito ripetere la domanda a discolpa: non ha obbedito ciascuno a ordini cui non si poteva sottrarre? Capisci? Non si potevano sottrarre, quindi non hanno colpa.

–Mi pare un ragionamento comodo.

–È un ragionamento paradossale, e tragico. Una sorta di trappola dagli esiti liberatori, che libera appunto due logiche assurde: da un lato il lavoro sporco lo fanno i gregari, quindi i mandanti trovano il modo, tenendosi a distanza, di starsene al riparo (come accadde per Stalin), addirittura di rendersi esenti da colpe a dispetto del movente: la furia cieca verso sempre nuovi avversari da annientare; dall’altra, i gregari che fanno il lavoro sporco perché obbediscono, non sono i mandanti, quindi sono liberi da colpe complessive, anche se sono solo gli esecutori, sono loro gli scrupolosi addendi del nefando totale.

 

5. Massima pulizia

 

–Cioè, Cesare, c’è una pulizia spaventosa in questo meccanismo condiviso, resa più ineccepibile e incontestabile nello splendore torvo delle divise nere cucite addosso a quegli dèi chiari che furono gli alfieri della giovane Germania, dai tratti netti puliti puri, tutti articolati in scatti burattineschi talmente compiuti in sé da inoculare spiazzamento e incutere obbedienza e assumere potere sovrano fin dalla base, là dove l’utenza lo teme nelle maglie locali dell’ingranaggio. E questo assicurava autonomia di funzionamento e ottima sinergia inerziale all’intera macchina, perfetta fin nei suoi anelli minimi, nelle sue unità minime di congegno. Tutto ciò che conseguiva a corredo, che era in più, era da considerare un regalo di produzione, un attivo insperato, una sovrafatturazione. Certo così si aprivano comode plaghe autonome di prepotenza in cui tuttavia, a dispetto della perfezione sorvegliata del sistema, si annidava l’arbitrio in eccesso e l’inizio dell’errore.

–In che senso, Mauro?

–Nel senso che ci provavano gusto, restavano schiavi del proprio stesso sadismo. Non che a qualcuno spiacesse, anzi. Nessuno stava lì a impedire eccessi di cattiveria. Però bisognava stare attenti a tenere sotto controllo la macchina sterminatrice per non perdere di vista l’obiettivo superiore per cui tutto il sistema era stato congegnato, no?

–Abissi di abiezione, intendi, pericolosi dopotutto: ho capito bene?

–Comunque per me l’abiezione più disgustosa era la raffinatezza nella crudeltà…

–Non è di questo che parliamo, Mauro?

–Voglio dire, cambiare il senso morale della vita comune, del quotidiano…

–Forse soltanto i terroristi nei cosiddetti anni di piombo hanno sfiorato l’assurdo allo stesso modo… è a questo che pensi?

–Bè certo nei comunicati i terroristi esprimevano una sorta di linguaggio-macchina da fantascienza quasi. I nazisti erano attuativi, sterminavano su scala industriale… non si abbandonavano alla filosofia. Invece erano indifferenti morali… Misero a punto una rete priva di punti deboli, è questo che mi è sempre sembrato spaventoso. L’insegna ARBEIT MACHT FREIsplendeva torva a ogni stazione di posta della macchina nazionalsocialista spalmata sulle strade ferrate d’Europa, interrail di siti industriali adibiti alla pulizia formale autorizzata dal sistema morale borghese. Splendeva, quell’insegna, secondo me, espressamente a conforto e monito dei suoi operai, dei suoi manovali, di tutti quelli che mettevano in funzione gl’ingranaggi meccanici in ciascun alveo locale producendo il fulgido sferragliamento generale, i sacri fumi della produzione, il perfetto ordine mansionario che mai sia stato applicato su materia umana. Splendeva a sostegno della necessità di quello sporco lavoro in quella sporca congiuntura storica in cui la sorte pareva aver decretato che finalmente spettasse alla giovane e gagliarda Germania il turno di porsi alla guida di tutte le nazioni d’Europa, e ciascun tedesco puro e incontaminato era chiamato a sostenere questo piano voluto altrove, impartito dal destino storico, stabilito sopra tutte le loro teste da una volontà superiore. Doveva inoltre mostrarsi pronto a lavorare contro chiunque costituisse ostacolo al conseguimento della sublime missione. Anche il trionfo della delazione!

–Hai ragione, l’aspetto più raccapricciante è la beffa. E l’impunità.

 

6. Domenica pomeriggio

 

In questa domenica pomeriggio, con Cesare, stiamo cercando di goderci l’intimità della nostra nuova confidenza di adulti: per giunta ormai siamo anche colleghi, oltre che vecchie conoscenze. Due mezzi parenti appunto, mentre una volta si era tra medico e paziente con molte (taciute) deroghe al rigore professionale.

–Ci hai mai pensato, Cesare? Il nostro era un rapporto del tutto irregolare.

–Non solo ci ho pensato, Mauro, ma lo sapevo bene mentre quel rapporto lo abbiamo intrattenuto. Ho corso un rischio, anche se era in parte calcolato.

–Pensa se l’ordine degli psichiatri avesse scoperto che il medico era amico intimo della famiglia del paziente?

–Peggio sarebbe stato se avessero saputo che in gioventù ero stato lo spasimante più agguerrito di tua madre, dunque rivale in amore di tuo padre…

–In effetti il suo unico vero concorrente: me l’ha detto lui in persona quando ci siamo spiegati, anni dopo il massacro.

–Il vero rischio sarebbe stato che qualcuno, tra i molti che sapevano, avesse rivelato che ho sempre fatto parte della congrega, come un cugino, fin da quando tu, il paziente, stai al mondo; allora sì che i provvedimenti sarebbero stati irrevocabili: io sarei stato radiato dall’albo, e tu che fine avresti fatto? No perché, grave: eri grave eh.

–Ancora me la ricordo la faccia che facesti quando nell’ultima seduta ti dissi che il paziente che avevi trattato non era che la copia sgargiante di me, un attore! Per più di tre anni, tra i miei quindici e i miei quasi diciannove, mi ero abilmente sdoppiato per farti contento. Certo però io avrei dovuto rinunciare al mio prezioso sparring–partner.

Una vera crudeltà, per me. Persino peggiore di un coma farmacologicamente indotto, del tipo che io stesso sono stato formato a somministrare se un estraneo, tuo sostituto, m’avesse prescritto la cura del sonno…

–Mi ricordo, certo, quel pomeriggio in cui tu ritenesti di svelarmi che avevo avuto di fronte per tre anni un personaggio, e non l’autentico Mauro. Ma vedi, non so se hai mai compreso che io ti ho sempre percepito su una frequenza parallela, ho sempre dedotto, nella confusione che creavi ad arte per mimetizzarti, che il lato più naturale di te era questa tua inclinazione a digressioni crudeli e irriverenti; avevi questo umorismo nero senza reticenze, senza remissione, che io rubricavo come incosciente. Anche ora, davanti a questo fuoco amico, lo vedo che non riesci a rinunciare a portare fino in fondo i tuoi giri immaginativi. Ma guarda che io sono in grado di seguirti…

–Ci hai mai riflettuto, Cesare? Dopotutto tu c’eri, no? Ancora a metà del Novecento, a casa nostra le condizioni climatiche erano simili a quelle che diffusero disperazione e stenti nei gulag o nei lager. Ma io non ho mai trovato notizia di un altrettanto ingente numero di decessi dal gran freddo senza conforto tra domestici e familiari, neppure nei registri sparsi tra i materiali d’archivio che se ne stanno tuttora ammucchiati negli scantinati in attesa dell’opera di sistemazione competente di mio padre, in modo che ascendano al piano strada per poter essere poi rilegati e catalogati, e ancora salendo di mezzo piano, per poter ambire a un posto degno negli scaffali della nostra biblioteca: qui, in fondo al piano di mezzo, affacciandosi sulla valle.

 

7. Le virtù del monaco

 

–A quel che so, a Roma mi hai sostituito con un prete…

–Frate Lorenzo, come quello che inguaiò Romeo e Giulietta. Non è un prete, fa parte dell’ordine mendicante di San Giovanni di Dio, i frati ospedalieri dell’Isola Tiberina, del Fatebenefratelli dove lavoro.

–Per essere un ateo hai coraggio a affidarti a un frate.

–Lorenzo ormai è un fratello. Ci separa il ponte sul Tevere che conduce da un lato all’ospedale dall’altro alla casa della congregazione. Spero che non la spostino mai altrove come minacciano. Ci incontriamo ogni giorno, se li spostano finiremo per non vederci più. Anche lui mi dice sempre che per essere un ateo sono quasi più cristiano dei veri credenti. Parliamo da anni. Lui non smette di provare a convertirmi, e io di resistergli. Mi piace il fatto che tra i suoi quattro voti, povertà castità obbedienza e assistenza agl’infermi, non ci sia la clausura. È uno che aiuta, che sta nel mondo, in mezzo agli altri, non è un monaco.

–Mi viene da ridere. Tu dici monaco e io invece di pensare all’abbazia penso alle ciotole per i letti.

–Nonno Ermanno decantava sempre le virtù del monaco.

–Meno male che almeno tu sei diventato medico come lui.

–Come sai le mie ragioni per diventare medico, anzi anestesista, sono state altre.

Però da bambino andavo sempre a trovarlo in ambulatorio. Certe volte, per scaldarmi, invece di passare per il corridoio interno direttamente dal salone centrale, correvo giù nell’androne, e mentre fioccava a zero gradi sgusciavo nel vicolo dalla porticina ritagliata nel grande portone sotto l’arco di pietra. Bussavo al portoncino socchiuso giusto in tempo per non cominciare a percepire il gelo: era lui in persona a farmi entrare – io ho creduto per anni che avesse indovinato sempre che si trattava di me, poi ho scoperto che questa era la sua tattica per non spaventare i bambini, per presentarsi subito come un nonno buono, il dottore amico. Nell’ingresso, al tavolino inglese in posizione di combattimento, c’era l’infermiera Valeria: mi faceva sempre l’occhiolino da sopra i mezzi occhiali, e subito tornava a organizzare l’agenda o a rispondere al telefono. Appena mi sedevo di fronte a lui oltre la scrivania dello studio nonno Ermanno in un gran vaso di vetro pescava una manciata di giùggiole, ricordi?

–Come no? Sul banco della farmacia di tua zia Maria ce n’era una fila di vasi di vetro pieni di giuggiole: le caramelline gommose alla frutta colorate col micidiale E326 di cui ancora non era documentata la velenosità, e dire che noi le davamo a voi bambini!

–Mio padre zia Maria la chiamava Josephine Baker… Nonno Ermanno mi dava le giuggiole come faceva con i piccoli pazienti quando li visitava o mentre li vaccinava in braccio alle madri: poi cominciava a raccontare. Prima di tutto attaccava la solfa, per me molto gradita, del gran tradimento di mio padre che non aveva scelto la professione medica per rilevare al momento opportuno la sua condotta. “Ha seguito la sua vena d’artista, ha voluto giocare a fare il genio di casa, il grande architetto…”

–Tuo nonno non faceva che dire a tutti che Gianni aveva lo sguardo luciferino…

–…e pure che era una miniera d’estro,“È una miniera d’estro!”: la stessa con cui ha incantato nostra madre Ilaria, e me e Stefano per tutta l’infanzia.

 

8. Fiabe famigliari

 

–Ma non ha fatto in tempo, nonno Ermanno, a sapere che anni dopo mio padre ci avrebbe ben altrimenti traditi tutti, dopo averci lungamente gabbati.

–Sei ancora arrabbiato, Mauro? Dopo tutto questo tempo?

–La rabbia col tempo peggiora in amarezza, si trasforma in una distanza intermedia da cui continui a soffrire ma come se nel frattempo ne avessi perso il diritto.

–Credevo che aveste recuperato un buon rapporto dopo vari confronti, alcuni duri.

–Il silenzio non spegne l’incendio, semmai lo cova e poi lo fa divampare.

–Pensi questo?

–Sono parole di Tennessee Williams.

–Vi siete spesso parlati in proposito, no?

–Sta di fatto che il tradimento non sparisce. Resta lì, beffardo. Resta a guardarti.

–Mauro, non sei tu a esser stato tradito. Tua madre semmai…

–Mia madre ha potuto farsene una ragione. Io sono stato lasciato solo a interpretare le conseguenze. Anche nonno Ermanno non ci è mai passato sopra: comunque, dopo le solite lagne si abbandonava alle fiabe di famiglia. Per esempio mi raccontava sempre che quando mio padre era ragazzino, prima di cena, le governanti si dedicavano a governare la casa per la notte: si distribuivano a preparare le camere da letto. A un certo punto per tutta la casa c’era un gran traffico. I camini ardevano da ore, e a quell’ora erano pavimentati di brace: ce n’era una soletta alta sfrigolante in cui due uomini parati con grembiuloni di cuoio per tutto il pomeriggio avevano rimestato coi punteruoli prima di accomodare la legna nuova, ben asciutta e di vario taglio e diametro, in cataste non troppo fitte, in modo da lasciar circolare l’aria che in quel caso avrebbe alimentato la fiamma.

Cataste ordinate, apparecchiate con cura maniacale. Non umane.

Una trovata estetica che, nel caso delle pire funerarie, può offrire il vantaggio di ridurre a un mucchietto di cenere e un po’ di grasso i resti della cremazione. Ma nelle cataste di deportati, smagriti come stecchi, godeva anche della collaborazione delle vittime: per i guardiani dei campi, in termini economici, un bilancio netto, pulito.

–Dio mio, Mauro, ci risiamo.

–Un orrore simile l’ho visto lumeggiare solo nello sguardo, in superficie impassibile ma nel segreto della coscienza mosso a sincera compassione, dell’ufficiale della Wermacht più umano che il cinema americano abbia saputo evocare: costui, in un salotto depravato infestato di ufficiali e donnette, lo aveva ascoltato da un suo superiore, il quale si vantava del suo espediente, e trovò naturale darne anche pratica dimostrazione a vantaggio degli astanti con l’ausilio di un pacchetto di fiammiferi, usato fino a un attimo prima per accendere sigarette intorno con galanteria. In quel film, Giovani Leoni, del 1957, fu previsto che trovassero spazio dubbi e conflitti nelle coscienze degli avversari su entrambi i fronti, quindi anche nei cuori di due soldati alleati: il regista, Dmytryk, diede corpo a un sogno che forse era solo nella sua immaginazione, veder crollare la fede mitomaniacale di anche un solo nazista, e convincere i due riluttanti ufficiali alleati a dare tutti sé stessi in nome dei civili sterminati nella lunga marcia della liberazione.

 

  1. Fumi e fumetti

 

–Nonno Ermanno raccontava che l’inserviente anziano, di stazza robusta, non usava mai il mantice e aveva cercato di istruire un garzone giovane, un ragazzetto irruento: costui certe volte senza farsi vedere infilava dei cartoccetti come fossero puntelli nelle fessure della legna per avere il gusto immediato di una bella fiammata giallo oro, che lo investiva di calore e un momento dopo spariva inghiottita dal tiraggio del camino, ripiombandolo nel solito freddo che sapeva di cenere.

Nonno Ermanno aveva visto il giovanotto fare questo scherzetto tante volte ma se l’era tenuto per sé. Poi una volta aveva visto l’inserviente anziano beccare il giovane a compiere questa manovra imprudente che aveva il torto di accrescere la qualità acre dell’aria, disgustosamente in bilico tra un’umidità puzzolente e un tepore irritante per le vie respiratorie. L’uomo gli era arrivato alle spalle: il ragazzetto, che aveva appena cominciato a transitare dal godimento della fiammata al risprofondamento nel freddo mefitico, si era sentito arrivare in testa una gran botta. La grande mano dell’anziano lo aveva afferrato per il colletto dietro la nuca e aveva preso a sgrullarlo. Poi nella penombra giallognola le due figure scure erano sembrate aggrovigliarsi benché fosse sempre l’inserviente anziano, anche per evidente vantaggio fisico, ad avere la meglio. Invece subito dopo, come se nulla fosse stato, i due si erano disposti in modo più sparso per ridistribuirsi alle rispettive mansioni: il garzone si era chinato a raccogliere delle ciotole e l’inserviente anziano munito di pala si era avvicinato al fuoco per agire con sapienza sulla brace.

–Insomma Mauro che cosa ancora non hai risolto? È una storia vecchia, via.

–Non devo risolvere nulla. Preferisco stare, anzi restare, ai fatti.

–Ma quei fatti sono lontani. E poi ti ferirono perché eri un ragazzino. Se fossi stato un uomo forse avresti preso tutto in modo più leggero.

–Mica allora credevo all’amore eterno e alla fedeltà assoluta perché ero piccolo! Io a queste stronzate non ci ho creduto mai. E non ho nemmeno mai creduto all’amicizia perenne. Penso che il tradimento sia tristemente comune. Cioè è comune cambiare indirizzo, come si dice. Non perdono che lo si faccia in modo ambiguo, o smemorato. È l’opacità che mi infastidisce. Anzi, no: mi manda su tutte le furie. Perché obbliga a chiedere conto, mentre dall’altra parte non c’è nessun’idea che si debba rendere conto senza che qualcuno, che pure ne ha diritto, stia lì a fare interrogatori o a investigare, e poi a inchiodare.

–Ed è questo che fece tuo padre? Non ti rese conto di ciò che pure era nel suo diritto?

–Cesare, io ero ragazzino, e va bene, magari avevo una sensibilità troppo delicata per reggere lo strappo di un padre che se ne va di casa. Ma oggi, se io abbandonassi la mia casa e la mia famiglia parlerei coi miei figli. Non li lascerei a brancolare in una situazione nuova senza dar loro uno straccio di spiegazione. Potrei anche essere tradito io, e comunque dover lasciare la casa: bè glielo spiegherei, e mi renderei raggiungibile. Io ho perso un sacco di tempo.

–Ne fai una questione, diciamo, economica?

–Cesare, cosa vuoi che ammetta? Che ho sofferto? Ne ho i segni addosso, mi pare.

 

..10.Contemporaneamente a palazzo…

 

–Quello che cerco di capire, Mauro, è se hai dei rancori sopiti che ti riassalgono…

–Nessun rancore, Cesare. Se fossi rancoroso sarei stupido…

–Saresti umano!

–…non sarei onesto. La faccenda dell’onestà per me è di importanza capitale. È di questo che parlo. Della capacità di non stare a muso basso a studiarsi le rotule ma di alzare lo sguardo sul resto del mondo, che è vasto, e ridimensionarsi. Ricollocarsi.

–Perché ci sento una contraddizione in questo ragionamento?

–…contano equilibrio e benessere, Cesare: non solo i propri personali ma di tutti, perlomeno dei propri familiari che estranei dopotutto non sono.

–Dunque tuo padre avrebbe dovuto rinunciare a Lorella (che tu hai odiato) per non turbare il quadretto della famigliola felice?

–Ma figuriamoci! Avrebbe potuto parlare. In effetti ha parlato con tutti, lo sappiamo quanto sa essere logorroico, quanto gode a imbambolare uditori interi, mica per altro?, perché anche quella è un’affermazione di sé…

–Ma … lo odi!

–Al contrario, l’ho sempre amato. Ma sono l’unico a cui ha smesso semplicemente di parlare, perché se lo avesse fatto avrebbe dovuto spiegare, essere sincero, scoprirsi…

Avrebbe potuto non lasciarmi all’oscuro di tutto proprio perché aveva le sue ragioni! Io ho dovuto costringerlo – e sappiamo come la situazione poi è scoppiata.

–Il fatto che lo scoppio sia avvenuto anni dopo che hai smesso di venire a studio da me mi dà il sospetto che con te non ho lavorato bene…

–Se temi d’avere colpe ti puoi tranquillizzare: che fossi uno che s’incaponisce l’avevi diagnosticato, solo che una furia come la fermi? O l’abbatti o non c’è verso.

–Mi pare di ricordare che fosti tu a vederti una furia abbattertisi addosso…

–In risposta a una mia provocazione! L’ultima di una serie consecutiva. Si parlava di braci, no? Dimenticavo! Nonno Ermanno, imitando le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri Editori, mi raccontava che contemporaneamente a palazzo per le stanze da letto scivolavano le cameriere che, dopo aver ripiegato le lenzuola per aprire i letti per la notte, li scoperchiavano per disporre al loro centro delle impalcature di legno foderate all’interno da piastre di rame. Poco dopo il garzone arrivava con le ciotole piene – alcune in rame anch’esse, altre di coccio. Dentro le ciotole sfrigolava la brace. Le ciotole, bollentissime, venivano accomodate con cautela dentro le impalcature, sopra ci si richiudevano le lenzuola e le coperte.

–Certo. Il monaco, appunto. Altrove so che lo chiamano il prete, addirittura la monaca, ma a casa nostra e anche a casa vostra si è sempre detto il monaco. I letti fino a poco prima di coricarsi avevano queste gobbe al centro da cui si sprigionava un prodigioso calore interno, capace di asciugare l’umidità e di aver ragione del gelo.

–Pare che tutti i lenzuoli, esattamente al centro, restassero segnati da un alone bruno, un’aureola sbruciacchiata indelebile.

–Eh sì. Il metodo era artigianale ma perfetto, però a quanto pare era anche destinato a lasciare un segno: dico bene, Mauro?

 

11. Fumo e profumo

 

–Infilarsi in quei letti era magnifico, raccontava il nonno. Le lenzuola emanavano un profumo caldo, come il bucato seccato col ferro bollente, a cui si mescolavano i profumi delle donne di casa: una specie di calore materno in cui era grandioso sentirsi avvolti.

–Si usavano anche gli scaldini: piccoli bracieri di rame col coperchio bucherellato e la brace dentro, messi direttamente tra le lenzuola, senza infrastrutture. In quel caso le fibre seccavano e si ambravano inevitabilmente. Con lo scaldino lenzuola e coperte era sicuro che si sarebbero marchiate.

–Magari il letto era ben asciutto ma per nessuna ragione bisognava scordarsi di estrarre il piccolo prodigio prima di entrarci, altrimenti erano ustioni tremende da trattare poi con burro o glicerina. E poi ho sempre sentito nonno Ermanno decantare una grossa stufa di maiolica che andava a carbone, una specie di totem piazzato al centro di questo salone…

–Tuo padre bambino le sfrecciava intorno senza freni rincorso dalle bambinaie. Era una stufa Becchi: una specie di vapore, una fabbrica sbuffante, che a starci troppo vicino ci si cuoceva e a starne troppo lontano era come non ci fosse.

–Appunto, tutto combustibile sprecato.

–Bè, no. Dopotutto, Mauro, la stufa asciugava l’aria. Certo questo salone è enorme e poi c’erano gli spifferi che salivano da quella porta che conduce alla cappella. Pensa che tuo padre quando veramente decideva di fare impazzire le donne di casa lasciava la porta della cappella socchiusa. Lui non era sceso per gli scalini bui, si nascondeva, e io con lui, dietro la porta di fronte che scendeva alle cucine, per spiare il parapiglia che nove volte su dieci si scatenava. Ci godeva proprio a insinuare nelle donne il sospetto che si fosse allontanato da casa sgusciando da lì direttamente giù nel vicolo. E siccome la cappella era buia, e solo a volte i lumini erano accesi ma davano poca luce per cui c’era una penombra che metteva paura, insomma le poverette cominciavano a fare la conta su chi avrebbe dovuto scendere nell’antro buio abitato dalle anime della casa dei già trapassati. Nessuna di loro aveva fegato abbastanza per andarci, ma poi alla fine toccava sempre a una delle più giovani che erano le più impaurite, e lui rideva, rideva a crepapelle da dietro la porta di fronte. Solo che il solito inserviente anziano saliva dalle cucine e ci beccava, me e lui: e quando venivamo sorpresi quasi ci prendeva un infarto. Provo tuttora brividi e tenerezza insieme, a pensare che là, nel parato francese, tra paggi e damine, ponticelli ruscelli alberi e siepi, se ne sta nascosta la porta che spalanca la gola della cappella: tuo padre la appannava apposta, sapeva che anche io morivo di paura a fissare quella lama di buio e a pensare che lì fossero annidati spiriti pronti a scatenarsi…

–Appannare, che verbo magnifico! Insomma sotterfugi e inganni, il babbo, da bimbo.

–Era una peste, un giamburrasca. Difatti noi tutti l’abbiamo sempre chiamato Gianni.

–Ah, mia madre no. Ilaria anche adesso lo chiama Giovanni, giusto perché non pensi di potersi mai del tutto rilassare.

–Solo tuo nonno lo chiamava Giannino, dico bene? Eh, ci aveva un debole…

 

12. Via alle fornaci

 

–A dieci anni m’ha portato con sé al cinema a vedere Borsalino.La nostra Becchi era una fornace infernale, spaventosa come le caldaie a legna dei vecchi treni a vapore, mi sussurrò lui nel buio, durante la scena in cui in una di esse finisce gettato di testa dagli sgherri di una ghenga avversaria un terrificato Riccardo Cucciolla.

–Che burlone, Gianni. Ti ricordi? Andammo tutti a vedere anche Il Padrino

–Capirai, la testa mozza del purosangue tra le pacchiane lenzuola di seta e i piedi del suo fraudolento proprietario che ci finiscono dentro chi se li scorda!

–E poi insieme vedemmo pure Sacco e Vanzetti

–Lì Cucciolla era l’anarchico innocente Nicola Sacco, giustiziato sulla sedia elettrica con Bart Vanzetti, cioè Gian Maria Volonté. Del film di Giuliano Montaldo le ballate di Morricone e la voce sopranile di Joan Baez non me le scorderò mai. In Borsalino, però, Cucciolla, con tutta la sua aria da cane bastonato, era un boss irriducibile, come i suoi carnefici e la spavalda coppia Delon–Belmondo, loro mandanti: non era per nulla innocente in quel film, come nessuno degli altri, e come chiunque spesso in qualunque conflitto…

–Certo la fine che gli tocca lì è orribile, e mortificante per la sua reputazione di capo.

–Ma il balletto delle parti nel nostro caso non c’entra nulla, Cesare.

–Ecco Lorella. C’è tuo padre, allora.

–Qui non si tratta di distribuire colpevolezza e innocenza tra le parti, né per comoda equanimità né per ipocrita par condicio. Gl’innocenti c’erano ed erano totali. Come pure colpevoli totali e soverchi erano i carnefici: fu la loro incolpevolezza perfetta a non salvare gl’innocenti, a caricare la mano dei demòni, a disegnare rodare e oliare la macchina funzionante del sacrificio esemplare.

–Cioè tuo padre è stato il tuo carnefice?

–Nooo! Mi riferisco al discorso di prima, ai deportati – ricordi?

–Aah! Bè, un meccanismo inespugnabile, mi pare che abbiamo stabilito.

–Un marchingegno sottile. Spietato e sottile.

–Forse ora possiamo bere i nostri caffè, sei d’accordo?

Butto giù il mio, tiepido, in risposta. Cesare si libera della tazzina e va incontro a Giovanni che con mestiere consumato indugia sulla soglia per regalare agli astanti un’apparizione da attore. I capelli candidi, ondulati e un po’ lunghi, dialogano con il bianco accecante dei denti, ma il tratto luccicante del viso è l’azzurro cinerino degli occhi. Si guarda intorno per distribuire sorrisi, strette di mano, abbracci, galanti baciamano, e come sempre accade sembra che questo solo fatto sia accolto da chi ne beneficia come un dono inestimabile, e anche come un riconoscimento pubblico.

Ogni due moine mi lancia un’occhiata talmente intensa che arrossisce lievemente. Guadagna metri anche se, colpevole il grande tavolo centrale pieno di vivande, segue un percorso laterale e salta ostacoli umani mentre si avvicina con decisione. Proprio si deve fermare ora con una signora molto affettuosa che personalmente non conosco, ma lo fa quasi già andandosene. Si libera e arriva deciso, e mi abbraccia lungamente:

–Ciao vecchio, dico nella lunga stretta. In altri tempi, avrei masticato verso Cesare,

Entra Lucifero.

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