Daniela Marcheschi: Su anima e poesia

daniela_marchesch «Sono fiero di dire che non ho mai guardato a un quadro come a un oggetto semplicemente destinato al piacere e al divertimento”.

“No, la pittura non esiste soltanto per decorare le pareti di un appartamento. È un mezzo per scatenare una guerra di offesa e di difesa contro il nemico»

Pablo Picasso

 

Niente è più decorativo ed equivoco del termine anima accostato a quello di poesia: genericità e luoghi comuni stanno in agguato, belle parole rischiano di ammiccare a mondi luccicanti, ma vaghi, e di ricondurci alle peggiori fibrillazioni di stampo romantico e decadente. È invece importante, oggi, ridiscutere la cultura della modernità in tutti i suoi aspetti, distinguendo quanto può essere utilmente ripreso e arricchito da ciò che ha mostrato i propri limiti.

L’etimologia è una forma di storia; tornarvi significa fare i conti con i valori originari delle parole che hanno formato e alimentato la nostra cultura, e assumersene la responsabilità. Atto di storia e di etica insieme: cioè di due elementi della cultura che non possono essere ignorati, pena una visione estremamente parziale ed un impoverimento del nostro pensiero.

La voce latina “anima” significa aria, spirito, soffio, principio vitale, vita; in breve il suo valore fondamentale corrisponde a quello del greco “psychè”. “Animus” è, ancora, spirito, principio pensante. In origine, questo termine indicava una favorevole disposizione di spirito, come chiarisce l’accadico animû, appunto “inclinazione, disposizione d’animo in favore di qualcuno o di qualcosa” (cfr. Giovanni Semerano, Le origini della cultura europea, Firenze, Olschki, 1984-1994, voll. 2, tomi 4, vol. II, 2).

Così, anima e animo rimandano all’affermazione della forza vitale, del principio naturale, fisico, dell’esistere relativo a tutte le creature; ma, nello stesso tempo, richiamano i valori dell’intelligenza, della capacità di astrarre e collegare dati ed esperienze in un ordito di idee, giudizi e saperi, d’inventare e creare un mondo, di aggiungere altra realtà a quella che già conosciamo. Insieme a questi, tuttavia, coesistono anche significati che indicano e definiscono aspetti dell’affettività, dell’emotività individuale, ovvero quelli di carattere, di indole: in breve, con trapasso semantico facile da intuire, di sentimento, cuore, coraggio.

D’altra parte, poesia deriva dal verbo greco “poiein” che significava in origine costruire e, in questa accezione, più genericamente “fare”, come spiega ancora Giovanni Semerano (cfr. Op. cit., vol. II, 1). Dunque, dobbiamo pensare al fare poesia come a qualcosa di molto concreto, appunto all’attività del fabbricare, dell’innalzare muri, dell’erigere edifici: alla poesia come arte architettonica, insomma, come edificazione di un mondo.

Anima e poesia possono pertanto essere considerati due termini inscindibili, se – contrariamente ad ogni pressappochismo e abuso misticheggiante – saremo in grado di riscoprirne e renderne operativa, accanto all’energia primaria, irrazionale, dell’intuizione, quella dimensione razionale che il riesame etimologico, la storia delle due parole, ci ha consentito di recuperare.

La razionalità della poesia non sta soltanto nella tecnica, nell’abilità artigianale del poeta, nella sua capacità di organizzare in modo sistematico le strutture di un testo nei loro differenti livelli. È qualcosa di più.

Ad esempio, anche la sagacia con cui un autore è in grado di riflettere sulla tradizione o le tradizioni artistiche, reinterpretandole e ritraducendole in res, in precise e forti scelte formali, è un elemento di quella razionalità a cui alludevamo poco sopra.

E che dire dei significati? È fondamentale, ma spesso lo dimentichiamo, ripensare criticamente al lessico e alla sintassi, nella consapevolezza delle valenze che certi termini e nessi hanno assunto, o acquisiscono, per l’uso in grazia delle varie tradizioni operanti all’interno di una cultura. Costrutti dativali o pseudo-ipotetici d’ascendenza ermetica abbondano ancora in tanti componimenti, e questo accade in barba alle diverse logiche che sottostanno alle dichiarazioni di poetica, magari divulgate con la grancassa o subito consultabili in calce alle opere stesse. A un tal punto, non si sa più se attenersi alle une o alle altre: certo, un autore perde credibilità, perché tutto ciò significa soltanto che non è in grado di padroneggiare quanto della forma a cui lavora dovrebbe in realtà essere da lui (o lei) dominato. Si dice, ed è vero, che alla fin fine contano solo i versi e la loro efficacia espressiva; ma non è un caso che una simile frattura tra consapevolezza teorica e piano operativo della scrittura poetica affligga soprattutto i dilettanti e gli epigoni e sia un fenomeno sempre più diffuso ed evidente oggi.

C’è stata al contrario una connessione molto rigorosa tra il pensiero sulla poesia di Mallarmé o di Pound, tanto per citare due nomi, ed il loro lavoro sul verso, sulla “grammatica” dei loro testi. L’uso e la resa del simbolo in Mallarmé non è smentita da una teoria secondo la quale «évoquer, dans une ombre exprès, l’objet tu, par des mots allusifs, jamais directs, se réduisant à du silence égal, comporte tentative proche de créer» (cfr. Variations sur un sujet); così come non appare contraddittoria, all’interno dell’opera di Pound, la sua esortazione a un ritmo che abbia un significato, o quella ad una lingua fatta di cose concrete, secondo quanto leggiamo nella sua Ars poetica.

Razionalità della poesia è, ancora, la capacità di un autore di riflettere sui topoi a cui le tradizioni fanno più frequente riferimento, ad esempio su alcune maniere di descrivere e trattare oggetti o elementi della natura, e di rinnovarli ricontestualizzandoli o rovesciandoli.

Ma per far questo, sono necessari spirito, coraggio ed energia pensante, appunto: una “filosofia”. Non già nel senso di assumere come proprio un bagaglio di pensiero organico ereditato dai filosofi di mestiere (siano Croce, Gentile, Marx, Heidegger o chi per loro), e di tradurlo tout court, nei suoi contenuti, in poesia – sia pure con gli adattamenti del caso. Piuttosto, si dovrebbe trattare di una “filosofia” nel senso già inteso da Leopardi, vale a dire di un percorso originale all’interno del pensiero altrui e proprio, per la creazione di una personale visione delle cose e della poesia stessa: di una nuova poesia.

Una “filosofia”, quindi, che costituisce e organizza quel sapere, quella individuale verità che è la sostanza e uno dei poli dialettici della poesia medesima; e che per questo non diventa né ancella di altre formulazioni teoriche sistematiche né della poesia stessa, concepita magari quale uno sgorgo spontaneo di sentimenti potenti, come avrebbe potuto scrivere Wordsworth.

 

[da «Iduna. Epistola poetica», 1998, pp.112-114]

 

 

Daniela Marcheschi è critico, studiosa e docente di Letteratura italiana e Antropologia dagli ampi orizzonti interdisciplinari e di fama internazionale. Oltre a numerosi saggi tradotti in diversi paesi, ha curato i “Meridiani” Mondadori delle Opere di Carlo Collodi (1995) e di Giuseppe Pontiggia (2004), e pubblicato il volume riassuntivo di critica e teoria della letteratura Il Sogno della letteratura (Gaffi 2012).

 

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