Servir la mémoire de Simone Weil

[di André Ughetto]

Il 5 agosto 2017, à l’Isle-sur-la-Sorgue, in Provenza, davanti a un pubblico folto e attentissimo, è andata in scena la première de La Fontaine ardente, ossia La fonte ardente di Maura Del Serra, per la regia di André Ughetto, che ne ha curato ottimamente la traduzione francese e la riduzione teatrale per l’occasione.

 

Le souvenir de Simone Weil a-t-il bénéficié de la disparition de Simone Veil? Toutes deux appelleraient notre louange. Leurs destins respectifs ne sont pas sans correspondances. Celui de Veil, tragique au début, celui de Weil prématurément écourté par les privations qu’elle s’imposa afin de partager le même état de famine que dans la France occupée – et encore plus celui des déportés dans les camps de la mort où la première perdit (à Auschwitz) père, mère et frère.

Simone Weil a été la conscience de son temps, Simone Veil du nôtre (pour ceux qui sont nés à peu près au moment où, en 1943, mourait la philosophe dont la postérité – Albert Camus en tête – a vite reconnu l’importance.

On sait que Simone Veil (née Jacob), racontant sa vie, a aussi gagné sa place littéraire, et un fauteuil à l’Académie française.

Simone Weil

Toutefois l’écriture de La Fonte ardente de Maura Del Serra remonte à plus de trente ans. Avec cette pièce, comme avec la publication en version bilingue franco-italienne des poèmes laissés par S. Weil, Del Serra aura donc manifesté très tôt son attachement à la figure de l’auteur de L’Enracinement, de La Condition ouvrière, de L’Attente de Dieu (pour ne citer que quelques-uns des titres donnés après-guerre aux rassemblements de notes ou réflexions plus développées consignés dans des cahiers, d’articles retrouvés dans des revues que Simone n’a pas eu le temps de regrouper elle-même).

Or cette œuvre «posthume» est restée d’une grande modernité: ses interrogations sont une source où peuvent s’alimenter nos plus vifs débats de tous ordres (société, esthétique, politique, religion…). Rien d’étonnant à ce qu’un professeur d’université, poète, essayiste, dramaturge, ait voulu faire vivre le personnage singulier que Simone Weil était devenue au regard même de ses contemporains. L’argument de sa pièce est le suivant : Selma, la mère de Simone, reçoit dans son salon parisien les amis de sa fille décédée en Angleterre, auxquels elle s’apprête à faire don de certains manuscrits. De la confrontation des souvenirs de tous naissent des scènes évocatrices des engagements et des choix éthiques de Simone. La figure d’Alain, présent dans le salon, ouvre l’évocation des années d’études pendant lesquelles la jeune fille ne cessait de surprendre ses camarades et le professeur de philosophie, auteur des fameux Propos, par la qualité de son questionnement.  Continua a leggere

La bella e il mare

“Bella di Nulla”, nel giardino della casa di Elisabetta Salvatori al Forte, 10 agosto 2017

[di Mariapia Frigerio]

È il 10 agosto, è San Lorenzo, è la sera in cui cadono le stelle, in cui si esprimono desideri. Ma è anche una data letteraria, una data pascoliana ed è la data di un incontro d’amore: questo l’incipit dello spettacolo che l’autrice dedica al “suo” Carlo Monni, alla loro storia. Per questo, proprio in questa data, Elisabetta Salvatori, attrice-narratrice versiliese, nel giardino della sua casa al Forte, a un qualsiasi numero 243, ci ha fatto sentire il profumo del mare, in un racconto coinvolgente che ha per protagonista la bisnonna dell’attrice stessa, che si svelerà essere tale solo alla fine dello spettacolo.

La scena è minimalista con pochi oggetti su cui si concentrano gli sguardi degli spettatori, che hanno valore simbolico e sono importanti per la narrazione: una tufa, due candele, una barchetta di carta che la Salvatori “crea” al momento. Le due candele vengono accese nel silenzio della sera e sono le stesse – ci viene detto – che accendeva Bella quando iniziava i suoi racconti. Due candele: una per la Vergine, l’altra per tutti gli angeli.

Bella era il nome di una delle tre figlie di Beppe di Nulla, scaricatore di marmo che piuttosto che accettare qualche spicciolo in meno rispetto alla cifra pattuita in precedenza dal padrone della paga già minima preferisce, offeso nella sua dignità e forte del suo orgoglio, «nulla». Per questo fu chiamato e divenne Beppe di Nulla: per tutti.

Delle tre figlie di Beppe una faceva di nome Bella. Immediatamente viene alla mente La Bella e la Bestia di Madame Leprince de Beaumont: non solo tre sorelle come nella fiaba della signora francese, ma anche l’affinità tra le due Belle, accomunate entrambe da grande coraggio.  Continua a leggere

Una statua che vive per il potere delle parole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elisabetta Salvatori racconta «La Bimba che aspetta».

Pietrasanta, Giardino dei Sensi, 3 agosto

[di Mariapia Frigerio]

Chi è «La Bimba che aspetta»? A spiegarlo è Elisabetta Salvatori, conducendo il pubblico rapito, nel fresco di un giardino privato, in un viaggio che parte da molto lontano, dal 1895. E in questo viaggio l’attrice sembra prendere ogni spettatore per mano e, con sapiente capacità affabulatoria, portarlo tra laboratori di marmo, scultori, fabbri, tra Apuane e mare, fino alla vicenda di una statua che si fa “viva” con le sue parole.

Lo sfondo della vicenda è la Versilia, «terra versatile» come spiega l’autrice, tra cave – vere e proprie cattedrali a cielo aperto – e il mare. Allo scultore Ferdinando Marchetti di Torano, frazione di Carrara, formatosi tra il Circolo degli Anarchici, la Germania – dove si reca a vent’anni – e la Viareggio della “Società dei Divertimenti”, viene commissionata per il cimitero di questa città la statua di una bimba.

Il committente, che aveva conosciuto a Viareggio, è Eugenio Barsanti, un fabbro con la passione per Lorenzo Viani, allora garzone di barbiere. Al fabbro era morta la moglie Clorinda, donna di grazia e sensualità, madre dei suoi sei figli. Era morta, precedentemente, anche una figlia… Proprio per questo il nostro fabbro si era ingegnato per riportare il sorriso sulle labbra della sposa e le aveva costruito una bicicletta. Clorinda ne era entusiasta e pedalava avanti e indietro nelle strade accidentate dell’epoca fino alla mortale caduta.

La figlia Paolina, di soli sei anni, stette fissa al capezzale della madre, ma quando la nonna si accorse che il momento del trapasso era vicino la obbligò a sedersi sulla soglia di casa aspettando che la sua mamma passasse accompagnata da angeli… L’immagine della piccolina seduta sui gradini di casa si impresse nella mente del Barsanti che decise di eternarla e per farlo si rivolse a Ferdinando Marchetti. Continua a leggere

Un viaggio in caduta libera verso destinazione ignota


Segreti in Giardino: Signora Porzia Show, giovedì 20 luglio, Pietrasanta, viale Oberdan, 38

[di Mariapia Frigerio]

Nel nuovo uso teatrale del teatro “in casa” si può inserire a pieno titolo anche questo Signora Porzia Show in scena in un giardino privato di Pietrasanta.

Luogo suggestivo nella città d’arte, ma – nello stesso tempo – isolato da questa, in cui Federico Barsanti, con esperienza di attore, regista, direttore artistico del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia, ma anche di pedagogo, ha condotto il pubblico in una sorta di liberatoria psicoanalisi collettiva vestendo i panni della Signora Porzia.

Una messinscena che, si sa, cambia ogni volta, pur mantenendo solidi punti fermi: un forte viaggio emozionale, una ricerca che conduce ai confini dell’ego, una scoperta delle parti nascoste in ogni spettatore.

<<Chi sei? Cosa vuoi? Che cosa stai cercando? Non importa, purché tu sia disposto a trasformarti>>. Queste le domande con cui Signora Porzia-Federico Barsanti investe gli spettatori.

Una signora Porzia che rappresenta la verità che c’è in ognuno di noi, ma che solo lei ha il coraggio di esprimere. “Signora Porzia” è arte, onestà, purezza e una serie di carpe diem. Offre l’occasione al pubblico di auto-guarirsi all’istante, in uno scambio di emozioni fra artista e pubblico entrambi alla ricerca di se stessi.

L’attore non propone uno spettacolo usuale, ma una specie di happening: parla col pubblico, lo fa intervenire, lo guida con ben studiata, finta improvvisazione, lo costringe a dichiararsi, a liberarsi da vincoli e maschere, a un lasciarsi andare a un vortice emozionale che termina con una collettiva memorabile “comunione” laica.

Delle parole consegnate ad ogni spettatore, per spiegare il tipo di spettacolo, restano impresse: “Gli show di Signora Porzia sono stati definiti esilaranti, coinvolgenti, terapeutici, emozionanti, in una parola: unici”. Continua a leggere

Una tragedia del male che non seduce

Macbeth di Shakespeare con Franco Branciaroli, Lucca, Teatro del Giglio

[di Mariapia Frigerio]

La vicenda del Macbeth, incentrata sulla figura di Macbeth e sulla sua sanguinosa ascesa al trono di Scozia, è nota a tutti, ma forse per capire meglio la messa in scena curata dallo stesso Branciaroli – che ne è anche l’interprete principale – conviene rifarsi proprio alle parole del regista: «
Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali e dell’ambiguità, del caos, della distruzione che ne consegue.
Un rovesciamento di valori significativamente testimoniato dal canto ambiguo e beffardo delle streghe: “Il bello è brutto, e il brutto è bello”.
I demoni della coscienza, che sovvertono nel dramma l’ordine morale interno ed esterno dei personaggi fino alle estreme conseguenze, terrorizzano lo spettatore per il crescente e devastante controllo che assumono sulle vicende rappresentate, ma al contempo lo attraggono e avvincono, per il misterioso richiamo che l’uomo da sempre avverte dalla contaminazione con il male.
Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia».

Il dramma si svolge in una scena completamente nera sul cui fondo vengono proiettati i cambio-scena oltre alle traduzioni delle profezie delle tre streghe che, come i due monologhi di Lady Macbeth, sono recitate in lingua originale. A contrasto col non colore della scena (progettata da Margherita Palli) spicca la ricchezza e la sontuosità dei costumi di Gianluca Sbicca e le luci di Gigi Saccomandi che hanno la capacità di ricreare un’atmosfera scenica di grande drammaticità.

In questa scena essenziale, l’azione perde importanza rispetto alla parola. Ma la parola è in Branciaroli, e in tutta la compagnia, stentorea. In Branciaroli poi c’è un gusto gigioneggiante, un giocare con i toni di voce che rimandano al grande Carmelo Bene e ne sembrano fare il verso, un autocompiacimento per le sue capacità vocali che sembra non commuovere il pubblico se non, forse, nella scena finale.

L’unica che merita un segno di riconoscimento è Valentina Violo che ci dona una Lady Macbeth decisamente volitiva nella sua crudeltà.

Gli applausi all’intera compagnia (Tommaso Cardarelli in Macduff, Daniele Madde in Malcom, Stefano Moretti in Ross, Livio Remuzzi in Lennox, Giovanni Battista Storti in Re Duncan e Alfonso Veneroso in Banquo non sono mancati e, soprattutto, a Branciaroli. Ma sono stati applausi dovuti più che nati da reale passione.

Così il dramma eterno dell’uomo in guerra con se stesso, lacerato dall’ambizione e dalla sete di sangue sembrano, in questo spettacolo, perdere il loro naturale vigore.

Ed è un peccato che Branciaroli – partito sotto la guida del grande Aldo Trionfo da lui stesso considerato suo imprescindibile maestro – si sia perso, in questi ultimi anni, scendendo la china di un qualsiasi attore accademico così lontano dalla sua originaria matrice, mentre resterà indimenticabile per il Peer Gynt, per il Gesù, per l’Ettore Fieramosca (con la regia di Trionfo), per In exitu e Confiteor  (con la regia di Testori) e per gli spettacoli con la regia di Ronconi.

Ancor più peccato ricordando che nel 1994, con la regia di Giancarlo Sepe, aveva dato ben altra prova, interpretando un Macbeth (insieme ad attori come Fabrizio Gifuni ed Elena Sofia Ricci) di grande potenza drammatica.

Le foto sono di Mariapia Frigerio

Orchestra per voce sola

Il Minetti, ritratto di un artista da vecchio di Thomas Bernhard con Roberto Herlitzka al Piccolo Teatro di Milano

[di Mariapia Frigerio]

Quasi un chiasmo il rapporto tra Thomas Bernhard (1931-1989) e Bernhard Minetti (1905-1998), da molti considerato il più grande attore teatrale tedesco del secondo dopoguerra che, dopo la sua consacrazione nel 1930, con l’interpretazione di Amleto, lavorerà nei teatri di importanti città come Amburgo, Francoforte e Düsseldorf, dedicandosi sia a testi classici che contemporanei, muovendosi tra Beckett e Genet, tra Anouilh e Pirandello. È dagli anni Settanta, però, che inizia a interpretare ruoli da protagonista nelle opere di Thomas Bernhard divenendone l’attore-feticcio. E sarà proprio l’autore austriaco che scriverà per lui l’opera Minetti, ritratto di un artista da vecchio, rappresentata la prima volta nel 1976 al Württembergische Staatstheater di Stoccarda, vero e proprio omaggio alla figura dell’artista e alla sua bravura, oltre che un «omaggio struggente al teatro» per usare le parole di Roberto Herlitzka.

È la notte di San Silvestro. In un albergo di Ostenda entra, quasi trasportato da una tempesta di neve, il vecchio Minetti. Ha una valigia, ma non vuole una camera. Si ferma nella hall semideserta. Il portiere alla reception, una cliente in poltrona. Poi il facchino.

L’anziano attore, che si è ritirato dalle scene trent’anni or sono, per essere coerente con la sua idea – la volontà di negarsi alla classicità -, è in attesa del direttore del teatro di Flensburg che dovrebbe farlo tornare in scena, «una volta e poi non più», nel Re Lear. Nell’attesa parla di sé, della sua arte, raccontando momenti, veri o immaginari, della sua vita, evocazioni tra il reale e l’irreale, rivolgendosi al personale dell’hotel, a una signora prima, a una ragazza in attesa del fidanzato poi. Sono memorie “espressioniste”. Gelidi ricordi. Dall’ascensore, che sale e scende, e che diventa lui stesso personaggio, entrano ed escono clienti che festeggiano. Indossano delle maschere, delle maschere ensoriane come quella che Minetti-Herlitzka tiene nella sua valigia, insieme a ritagli di giornale. La maschera, creata apposta per lui da James Ensor, per il suo Lear. Nonostante il muoversi di queste persone, l’opera è un monologo in cui Minetti-Herlitzka, con recitazione impeccabile, è il solo a parlare, riuscendo a contenere foga, passione, rabbia, disperazione, mescolando tragico e comico, in un flusso di coscienza continuo e, mentre fuori continua a infuriare una metaforica tempesta di neve, chiedendosi quale ruolo abbia l’arte – il teatro soprattutto – nell’odierna società e ancora come il palcoscenico possa essere riflesso del mondo Continua a leggere

L’oggetto come marionetta

Quattro anni di fiabe al CISCU di Lucca, con il ciclo “9 novelle”

[di Mariapia Frigerio]

L’idea di organizzare un ciclo di narrazioni di fiabe che contenessero “torri e castelli” per il CISCU (Centro Internazionale Studi Cerchia Urbane), nella sede del Baluardo S.Paolino (con la collaborazione della Provincia di Lucca e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca), venne all’allora Presidente, dott.ssa Giuliana Puccinelli. Era un modo per rendere vivo e a portata della cittadinanza un luogo che, famoso per i suoi studi di alto livello, purtroppo risultava sconosciuto ai più. Eravamo nel 2005 e l’esperienza fu portata avanti per quattro anni consecutivi (dal 2005, appunto, al 2009). Il Baluardo San Paolino con la sua casermetta si animò, in quegli anni, per la presenza di bambini e di genitori. E fu, a suo modo, un fatto culturale. Il compito di narrare le fiabe venne affidato a Mariapia Frigerio, con esperienze in ambito teatrale e, in particolare, nel mondo delle marionette, in cui aveva lavorato a Torino, nel Teatro Stabile delle Marionette Lupi.

Scena fissa e scritte di Alessandro Maffei

In quei quattro anni la Casermetta divenne un punto d’incontro per bambini “fortunati” e adulti. Bambini di famiglie di vario tipo, figli di persone di passaggio da Lucca o da poco residenti, abituati a esperienze diverse dalla realtà locale con genitori loro stessi molto interessati e, pure, competenti.

Quei pomeriggi iniziavano con il racconto di una fiaba di fronte a bimbi seduti su un immenso rettangolo di moquette con cuscini, che ricopriva il cotto del pavimento. Seguiva la pausa merenda in un locale attiguo, organizzata da un vero e proprio catering nelle prime due edizioni, poi a cura della Presidentessa stessa. In seguito la narrazione riprendeva con la seconda fiaba. La scenografia era semplice, ma efficace: un tavolo con oggetti in riferimento alle fiabe, scritte alle pareti, una poltrona, una porta “misteriosa” Continua a leggere

“Otto birre per due adulti”

Birre e rivelazioni al Teatro Studio Melato di Milano dal 22 novembre al 4 dicembre 2016

[di Mariapia Frigerio]

In uno spazio fascinoso (quello dell’ex teatro ottocentesco Fossati, ripristinato dall’architetto Zanuso per il Teatro Studio del Piccolo, spazio sperimentale, “palestra” per i giovani allievi della scuola, intitolato ora alla indimenticabile Mariangela Melato) è andato in scena il testo di Tony Laudadio (che ne cura anche la regia) “Birre e rivelazioni”. Nel teatro, con la sua pianta circolare che riesce a creare una relazione, a stabilire un rapporto diretto tra attori e pubblico, Andrea Renzi (nella foto di apertura) e Tony Laudadio si muovono, dialogano, litigano, soffrono, si “rivelano” in una scena minimalista: rettangolo di moquette rossa, due tavolini con sedie, una scaffalatura con birre, una chitarra. Vera e propria birreria in “sintesi”.

L’ex Teatro Fossati

Nel tempo di otto birre (che scandiscono gli otto momenti salienti dello spettacolo) si torna all’eterno tema del rapporto padri e figli e a quello, altrettanto eterno, dell’omosessualità e della sua non ancora acquisita accettazione.

Il gestore della birreria, Sergio, riceve un giorno una visita, apparentemente casuale, di Marco, professore d’italiano di suo figlio. Sembra non si conoscano. Parlano di birre, si commuovono entrambi alle musiche di Simon & Garfunkel che si ascoltano in sottofondo nel locale, quando questo non è frequentato dai giovanissimi. Sergio ha l’impressione di avere già visto Marco, ma sarà Marco a svelargli la sua identità di insegnante di suo figlio Francesco. Tra la prima e la seconda birra (che, con le altre sei, sottolineano le tappe dello spettacolo) scopriremo che Francesco sceglie il suo professore – e non il padre – come confidente; che il padre ne rimane offeso; che il professore-confidente non ha figli…

Ad ogni birra corrisponde una nuova rivelazione, in un climax in crescendo di sofferenza ed emozione. Continua a leggere

Marie e le altre

frigerio-marina-lava-cartaDoppio taglio al Teatro S. Girolamo di Lucca

[di Mariapia Frigerio]

Basterebbe conoscere la sua formazione al Teatro Stabile di Genova, poi le sue partecipazioni al Franco Parenti, diretta da Andrée Ruth Shammah, dove affianca Giorgio Albertazzi, Michele Placido, Moni Ovadia fino a uno dei più apprezzati allestimenti de I monologhi della vagina di Eve Ensler, per capire che Marina Senesi è un’attrice dalla solida preparazione.

Attrice, ma anche autrice teatrale e radiofonica, che da qualche anno si dedica al teatro di narrazione e al Docu/Teatro.

Ed è proprio un esempio di Docu/Teatro quello che il 28 novembre 2016 è andato in scena (dopo il debutto al Franco Parenti di Milano) al Teatro S. Girolamo di Lucca. Lo spettacolo  – scelto dalla Commissione Pari Opportunità RAI per rappresentare la Giornata contro la violenza sulle Donne –  ha un “cast” tutto al femminile: Marina Senesi adattatrice e interprete del monologo, tratto dalla ricerca di Cristina Gamberi, musiche originali di Tanita Tikaram e regia di Lucia Vasini.

Il titolo è sintomatico: Doppio taglio: come i media raccontano la violenza sulle donne. Ma, forse, è qualcosa di più, qualcosa di simbolico che potrebbe alludere al “taglio” di chi viene ridotta in fin di vita dalla violenza maschile: “taglio”, che si raddoppia nell’offesa dei media che, più o meno esplicitamente, fanno ricadere tale colpa sulle donne stesse. Perché i media è così che ci propongono questi casi, con la donna che, in qualche modo, si è cercata la violenza…

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In una scena desolata, tra tinozze strabordanti di ritagli di giornali, si muove e lavora a bagnare carta e a ridurla a cartapesta (di cui si vedono maschere appese a un filo: quelle che, pirandellianamente, la società impone alle donne?) una donna, che ci racconta di come tutto fosse partito da Marie Trintignant…

Sullo sfondo, intanto, viene proiettata l’immagine della figlia del grande attore francese. Che cosa stupisce la nostra narratrice? Il fatto che la violenza mortale sia stata subita da una donna benestante, di famiglia colta, lei stessa regista. Ma ancor di più il “taglio” che ne diede la stampa dell’epoca. Marie aveva comunque avuto figli da padri diversi…

Si passa poi al caso Pistorius, atleta sudafricano, condannato per aver ucciso la sua compagna “un’attrice di serie B”… Di nuovo proiezione di immagine sullo sfondo con lettura degli articoli più significativi e dal “doppio taglio”. Un’attrice di serie B, appunto.

La lettura degli articoli che interpretano, in una visione tutta al maschile, questi femminicidi è fatta – con vero colpo d’ala della regia – da voci fuori campo maschili, quelle di Filippo Solibello e Marco Ardemagni. Si passa poi alla cronaca di violenze su donne meno note. In un crescendo di emozione mista a rabbia.

Quale il messaggio? Cambiare il punto di vista. Capire che è dentro le parole d’uso comune, veicolate dai mass media, la gravità: la violenza sminuita, banalizzata, non riconosciuta.

Efficacissimo il finale con la proiezione di un volantino, in cui un uomo, colorato di azzurro, sullo sfondo di un castello fatato (un principe azzurro!), rivolto in primo piano verso il pubblico sta alzando un pugno per picchiare. E la domanda stampata in grande: “È il tuo principe azzurro?”.

Dopo più di un’ora di religioso silenzio, il pubblico di uno strapieno  S. Girolamo ha ripetutamente applaudito e acclamato la Senesi.

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{Le foto sono di Mariapia Frigerio}

 

A Jalta, a Jalta

frigerio-tazza“La signora col cagnolino” messa in scena da François Kahn

[di Mariapia Frigerio]

François Kahn è un attore che negli anni Settanta ha partecipato all’attività del Teatro Laboratorio di Grotowski, in seguito ha svolto lavori di tipo para-teatrale e, a seguito della segnalazione dell’allora direttore Renato Palazzi, è stato insegnante – per l’anno accademico 1987-1988 – nella Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”. Ma è dalla metà degli anni Novanta che orienta la propria ricerca sul progetto “Teatro da Camera”: trascrizione drammatica in forma di monologo a partire da alcuni testi letterari (Proust, Nerval, Kafka), presentati in spazi non teatrali, per un numero limitato di spettatori. Un progetto che verrà ripreso alcuni anni più tardi, dopo alcune importanti collaborazioni con il Centro Teatrale Bresciano, e dopo aver creato una propria associazione culturale (Dedalus, 1999).

In quest’ottica, nel piccolo spazio di Fuoricentro, a Lucca, di cui purtroppo pochi conoscono l’esistenza quando invece meriterebbe più attenzione, è stato possibile seguirlo nella “Signora col cagnolino” di Čechov in cui l’attore francese ha incentrato su di sé la voce del narratore e dei due protagonisti: Dmitrij Gurov e Anna Serge’evna.

La vicenda del racconto-capolavoro è quasi banale: un adulterio consumato da una donna “perbene” con un misogino dedito ad amori facili. Qualcosa di inspiegabile unirà però i due protagonisti (la donna senza particolari attrattive e l’uomo che si avvia alla vecchiaia) al di là delle loro aspettative. Come sovente nelle opere di Čechov la trama è apparentemente inconsistente, ma in ogni sua pausa, in ogni momento di esitazione, in ogni “non detto”, c’è vita e realtà. Così qui troviamo il tema cechoviano – trasversale nelle opere del grande russo – della insensatezza delle azioni e delle emozioni umane, un’insensatezza e una incompiutezza che costituiscono il vero e proprio dramma esistenziale Continua a leggere