Andrea Carraro: Sacrificio

Andrea Carraro

È stata una stagione molto proficua, per la narrativa italiana. Tra i libri tanto attesi del 2017, il nuovo romanzo di Andrea Carraro, Sacrificio, pubblicato per le edizioni Castelvecchi.

Come si legge nella quarta di copertina, al centro della narrazione troviamo “Carolina, una ragazza nel tunnel della droga, e Giorgio, suo padre, editor di una piccola casa editrice romana. Un centro di recupero dal quale la figlia è uscita senza una vera guarigione. La vita che ricomincia come prima, attirata a ogni passo nei vicoli della dipendenza, verso un destino cui niente e nessuno sembra potersi opporre. Solo, impotente, smarrito, Giorgio tenta ogni strada per salvare sua figlia, e in ogni strada, dissestata, sconnessa da una crescente follia, la sua solitudine si fa più profonda, il suo smarrimento più vasto, la sua impotenza più fatale. Cerca rifugio nella fede, e una via di salvezza comincia ad affacciarsi, un’idea di fede oscura, un patto col diavolo…”.

Andrea Carraro, scrittore, è nato a Roma nel 1959. Ha pubblicato i romanzi: A denti stretti (Gremese, 1990), Il branco (Theoria, 1994), diventato un film di Marco Risi, L’erba cattiva (Giunti, 1996), La ragione del più forte (Feltrinelli, 1999), Non c’è più tempo (Rizzoli, 2002) (Premio Mondello), Il sorcio (Gaffi, 2007), Come fratelli (Melville, 2013), Sacrificio (Castelvecchi, 2017) e le poesie narrative Questioni private (Marco Saya, 2013). Ha pubblicato anche due raccolte di racconti, confluite nel volume Tutti i racconti (Melville, 2017).

Riportiamo, per gentile concessione di Castelvecchi Editore, il Prologo del romanzo.

Prologo

La prima volta che vide sua figlia erano le due di notte di una ventina di anni fa, e lei era un meraviglioso putto dentro un lettino della nursery, circondata da altri piccoli che al suo confronto – frignanti e rugosi com’erano – non potevano che sfigurare. Il cesareo l’aveva risparmiata dallo sforzo del parto naturale. Aveva gli occhi aperti e muoveva appena le labbra come un pesciolino. Quando la prese in braccio, tenendole con una mano la testina ricoperta da un velluto di capelli chiarissimi, più sottili della piuma, Carolina si mise a piangere. Allora lui istintivamente le ficcò un dito in bocca e succhiando la neonata si calmò. «Ma sei pazzo, le dai il dito? Qui è tutto sterilizzato!», lo rimproverò sua moglie. L’infermiera invece sorridendo commentò: «Sarà un padre perfetto», e solo allora Giulia, ancora dolorante nel suo letto d’ospedale, smise di guardarlo storto. Dissero che la piccola gli assomigliava, ma questo Giorgio, pur orgoglioso come un qualunque neo-papà del mondo, non riusciva ancora a vederlo, non riusciva a riconoscere qualcosa di se stesso in quella meraviglia miniaturizzata. Qualche mese dopo la piccola si dondolava sulla poltroncina blu della Chicco facendo sbattere rumorosamente al muro della cucina la struttura metallica. Deng, deng, deng. Faceva un baccano del diavolo. A quel tempo produceva tantissima cacca, o almeno questo sembrava a lui, che le puliva continuamente il culetto e le metteva una crema per non farlo arrossare, e solo a quel punto il pannolino schiacciato coi pollici sull’addome. La madre se ne occupava in modo discontinuo per gli impegni in ospedale, e lui quasi le era grato che gli lasciasse quelle incombenze. La notte la stendevano sul fasciatoio verde con gli elefantini azzurri, anch’esso della Chicco, mentre dormiva della grossa e le ficcavano il biberon in bocca, e lei succhiava senza svegliarsi. Era uno spettacolo, Giorgio la copriva di baci sul collo ciccioso e sudaticcio. «E piantala di baciarla con quella barba, vedi come le arrossi le guance!».

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Roberto Barbolini: Vampiri conosciuti di persona

Roberto Barbolini

Proseguiamo con la presentazione dei nuovi libri di alcuni tra gli autori italiani più rappresentativi, riportando un brano tratto dall’ultima opera narrativa di Roberto Barbolini, Vampiri conosciuti di persona, fresca di stampa per le edizioni La Nave di Teseo.

Come si legge nella quarta di copertina, i vampiri di Roberto Barbolini “sono i protagonisti dei suoi incontri più formidabili: aneddoti e avventure che si srotolano dall’appennino modenese al confine ungherese, dalla seconda guerra mondiale alla Transilvania, fin quasi a sfiorare la soglia dell’aldilà. Una caccia al tesoro improbabile attorno a un misterioso Stradivari; un simpatizzante nazista circonciso; il grande calciatore Puskas esule dalla sua Ungheria su una spiaggia di Bordighera; un viaggio di lavoro in Transilvania che si trasforma in una vera e propria caccia al vampiro. Per tacere della sfida alle sempre incombenti insidie del Dottor Morte. Vampiri conosciuti di persona è un romanzo per frammenti, stupori e visioni, immersi nel fiume ironico e surreale della scrittura di Barbolini”.

Vi lasciamo alla lettura del brano con Christopher Lee, ringraziando Autore ed Editore per la gentile concessione.

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                                       Martedì, 7 luglio 2009, mattina

  «Sono Dracula e vi do il benvenuto nella mia casa, signor Harker. Entrate. L’aria della notte è fredda. Avrete bisogno di cibo e di riposo».

 

Nel romanzo di Bram Stoker il conte Dracula non somiglia a Christopher Lee. E neppure a Bela Lugosi. Pochi lo ricordano, ma sfoggia un paio di lunghi baffi bianchi: il suo viso, annota Harker nel diario, è «clean shaven save for a long white moustache». Questo particolare fisiognomico è scomparso in tutte le versioni cinematografiche di cui serbo memoria. Ma l’iconografia riguardante Vlad III Ţepeş  lo mostra sempre con un paio di lunghi baffi scuri che tagliano la sua feroce faccia di caucciù. Così appare tanto nell’incisione sul frontespizio del manoscritto quattrocentesco Dracole Waida riprodotto anche sul web, quanto nel ritratto conservato nel castello di Ambras, o nel francobollo celebrativo emesso dalle poste romene nel 1976 durante la dittatura di Ceausescu. Lo sguardo nero e fisso, l’espressione rigida lo fanno assomigliare a una polena, o a un legno per impalare che abbia assunto inopinatamente fattezze umane.  Continua a leggere

Paolo Codazzi: Il pittore di ex voto

Ai lettori di Corso Italia 7, proponiamo in lettura il primo capitolo del libro Il pittore di ex voto, che lo scrittore Paolo Codazzi ha pubblicato per Tullio Pironti editore.

Nato a Firenze, dove vive, Paolo Codazzi è poeta e narratore. Ha pubblicato libri di poesia, romanzi e raccolte di racconti. Fondatore della rivista culturale Stazione di Posta e del Premio Letterario Chianti, collabora con quotidiani e periodici. Studioso di storia antica e etruscologia, in particolare ha tenuto conferenze su argomenti riferiti alle sue ricerche.

Per quanto concerne la narrativa ha pubblicato i romanzi Caterina (Amadeus 1992), Il cane con la cravatta (Mobydick 2000), Il destino delle nuvole (Mobydick 2007), La farfalla asimmetrica (Tullio Pironti editore, 2014), Il pittore di ex voto (Tullio Pironti editore 2017); e le raccolte di racconti Nei mattatoi comunali (Solfanelli 1997), Segreteria del caos (Mobydick (2003).

IL CAPITOLO IN LETTURA

 

Un inizio è necessario per il raggiungimento di qualunque fine… (che poi è un altro inizio).

 

Nutrito come il baco nella mela tarlata dalle sue ricorrenti meditazioni, assai frequenti in quel periodo, quasi una possessione, peraltro non la prima per analoghe indagini, rifletteva sulla natura dei numeri primi tramite una furia di carta sulla quale aveva stampato una sequenza programmata dal computer elencando numeri fino ad una cifra che per scriverla in lettere occorrerebbero diverse pagine; e adottando poi per puro erotismo intellettuale, assecondato da ludica frenesia, il noto crivello di Eratostene, consistente nella notazione di tutti i numeri che primi non sono, ossia quelli ottenibili mediante prodotto di due numeri più piccoli, individuato, isolandoli, i numeri primi contenuti nella successione dopodiché, emulando molti studiosi e appassionati di matematica tentato, ovviamente senza riuscirci, di svestire un canone che ne regolasse la sequenza: con lo stesso scrupolo di un meteorologo impaziente di prevedere forme, dimensioni e spostamenti delle nuvole nel loro più o meno rapido addensarsi in compatte transumanze, nel dissolversi in isolate fughe di cirri e vapori dispersi dal vento, oppure svanire in smarriti ed evanescenti nembi sfilacciati dalle correnti, e i travestimenti di robusti cumuli nel ritrarre la realtà sorvegliata come guardiani del cielo, prospettiva necessaria a ogni richiamo alle forze segrete della natura, ai misteri che da sempre meravigliano i passivi osservatori delle quinte celesti. Continua a leggere

Chiaroscuro

Laura Liberale

[di Laura Liberale]

Per David 

E poi c’è questa donna.

La prima volta che viene è ancora una ragazza, la ricrescita bionda a sbugiardare il rosso dei capelli, un vestito verde di cotone punteggiato di fiori minuscoli, una camicia nera legata in vita (le maniche arrotolate a scoprire i gomiti), un girocollo d’osso neroblu. Ha poco più di vent’anni ed è innamorata. Dalla sbottonatura anteriore del vestito slancia sul mondo le gambe toniche e abbronzate con l’innocente superbia di bellezza, giovinezza e salute, accecata come ogni ventenne dal proprio sole adolescente, dal riverbero della propria luce. Sta per scrivere cose come la creatura dei tuoi sogni era incontaminata, non violata da limiti e brutture, viveva nel chiaro del desiderio perfetto; la persona reale aveva un passato, era immersa nello scuro delle cose mondane. Ecco allora l’inasprirsi della tua smania d’isolamento: volevi emulare la perfezione del sogno a un ragazzo che presto la chiamerà “il mio accordo minore”, ma intanto arriva all’intersezione di Avenue de la Chapelle e Avenue Latérale du Sud (il Carrefour du Grand Rond in fondo davanti a lei), prende a destra e poi la prima a sinistra, che è Chemin Denon, qui dove stiamo noi, all’undicesima Divisione.

Io e Claire, la mia sposa, la mia donna-uccello dell’ultramondo, la osserviamo avvicinarsi e sorridiamo, una volta di più, a questi giovani, teneri assaggi di assunzione di solennità: lo sguardo che abbandona la mappa cartacea e, individuata con sicurezza la meta, indossa il suo delizioso pathos, il passo che rallenta e illanguidisce. Sì. L’Europa perirà di certo, sterminata dall’eurococco, ma queste ragazze romantiche dalle gambe arieggiate e le chiome bicolori non smetteranno mai di scrivere confessioni e poesie per i loro complicati amori musicisti, né di percorrere l’ombra di questi viali.

Lei non sa che anche noi due, Claire ed io, abbiamo avuto il nostro prezioso ritratto di coppia: ce lo fece il pittore del blu, il pittore degli amanti volanti o dimoranti sulle cime dei tetti e degli alberi, gli amanti camminatori del cielo; il pittore delle bestie mansuete e sorridenti sotto il plenilunio, delle spose senza peso tenute al filo come palloncini. Siamo raffigurati insieme, Claire ed io, rivolti nella stessa direzione, come due busti affiancati su una moneta.

Ma lei non lo sa. Lei ha negli occhi solo quell’altro ritratto: Frédéric al pianoforte, Amantine seduta accanto ad ascoltare e cucire; una tela incompiuta poi tagliata in due, una celebre coppia divisa tanto nella raffigurazione pittorica quanto nella vita. Puro spirito romantico. Claire ed io, invece, non abbiamo subito separazione nemmeno qui dove stiamo adesso. Fragile Ermafrodito\egli rompe ogni legge\Sa forse se è doppio\o se è mezzo? Questo ero, sono io con Claire; una storia d’amore e d’arte, la nostra, che alla ragazza (al suo diario e alle sue poesie) piacerebbe davvero, se solo ci guardasse. Ma Claire ed io sappiamo bene che non è possibile, che lei non può lasciarsi incuriosire da noi, non può interessarsi a noi, non con LUI qui davanti, non con tutti quei fiori ammucchiati e il dolore pietrificato della Musa, non con tutti quei biglietti autografi e quei brandelli di spartiti, non con i vent’anni che lei ha, l’età dell’ubriachezza d’assoluto, l’età della visione abbagliata. Perciò Claire ed io non proviamo afflizione né invidia né fastidio, come non c’infastidiscono tutti quei piedi che calpestano e ancora calpesteranno i nostri nomi per alzarsi un po’ di più verso la Musa addolorata, per vederla meglio (vedere cosa? il miracolo che faccia piangere alla pietra scolpita lacrime vere e musicali?). E LUI, il Polacco, che dice? Non dice nulla, non può farlo, perché il suo cuore è altrove, è a Varsavia in una chiesa il suo cuore, quindi non può fare altro che tacere, essere altro che una carcassa ricolma di notte, ed è quindi tragicomico tutto questo arrivare della gente, questo parlare e sussurrare e pregare guardando la Musa di pietra, questo scalare le altre tombe per innalzarsi a lei, questo lasciare biglietti e spartiti, quando LUI non può ascoltare. Claire ed io, invece, vediamo e ascoltiamo,  lunghi distesi come siamo sotto terra, i nostri cuori aperti ai quattro venti, così prossimi al mistero.  Continua a leggere

Chiaroscuro

Laura Liberale

[by Laura Liberale]

For David 

And then there’s this woman.

The first time she comes she’s still a girl, blonde regrowth betraying her reddish brown hair, a green cotton dress dotted with tiny flowers, a black shirt tied at the waist (with sleeves rolled up past her elbows), and a dark blue bone necklace. She’s just over 20 and in love. Her firm, tanned legs protrude from the unbuttoned slit of her dress with all the innocent pride of beauty, youth and health, blinded like every 20-year-old by her own adolescent sun, by the glare of her own light. She is about to write things like the creature of your dreams was uncontaminated, not violated by limitations and ugliness, living in the light of perfect desire; the real person had a past, immersed in the darkness of worldly things. This is where the heightening of your desire for isolation comes from: you wanted to emulate the perfection of the dream to a boy who is soon to call her “my minor chord,” but in the meantime she comes to the intersection between Avenue de la Chapelle and the Avenue Latérale du Sud (the Carrefour du Grand Rond lying down beyond, ahead of her), she turns right and then takes the first left onto Chemin Denon, here where we are, in the Eleventh Section.

Me and Claire, my bride, my bird-woman from the ultraworld, watch her come closer and smile once more at these young things, tender morsels of solemnity: the gaze that leaves the paper map and, having identified the target with certainty, dons its most exquisite pathos as the step slows to a linger. Yes. Europe will surely perish, wiped out by the Eurococcus, but these romantic girls with their flighty legs and two-tone tresses will never stop writing confessions and poems for their complicated musical beloveds, nor will they stop walking through the shadows of these pathways.

She does not know that we, Claire and I, also had our own precious portrait as a couple: it was painted for us by the blue painter, the painter of flying lovers, those dwelling on roofs and treetops, those lovers who chart the skies; the painter of gentle smiling beasts beneath the full moon, of weightless brides on strings like so many balloons. We are portrayed together, Claire and I, looking in the same direction, like two busts side by side on a coin.

But she doesn’t know that. There is only one portrait in her eyes: Frédéric at the pianoforte, Amantine sitting at his side, sewing: an unfinished canvas, severed in two, a famous couple divided just as much in their pictorial portrayal as in life itself. Pure romantic spirit. Claire and I, on the other hand, have never been subjected to separation, not even here where we are now. Fragile Hermaphrodite\who breaks every law\Does he even know whether he is double \or if he is half? This is what I was and am with Claire; a story of love and art, our own story, which the girl (along with her diaries and poems) would really appreciate if only she would look over to us. But Claire and I know full well that this is not possible, that she cannot let her curiosity get the better of her, she cannot peer our way, not with HIM here, not with all those flowers piled up and the petrified pain of the Muse, not with all those handwritten notes and scraps of musical score, not with her 20 years of age, the age of intoxication with the absolute, the age of dazzled vision. And so Claire and I feel no affliction nor envy nor annoyance, just as we remain unbothered by all those feet that endlessly shuffle over our names only so as to draw a little closer to the pained Muse, to see that little better (to see what? Some miracle that makes the sculpted stone weep real or musical tears?). And HIM, the Pole, what does he have to say for himself? He says nothing – he can’t, for his heart is elsewhere; it’s in Warsaw in a church, and so he can’t do anything but remain silent, nothing but a corpse full of night, and so all this coming and going of people is tragicomic – this speaking and whispering and praying while looking at the stony Muse, this clambering over the other tombs to reach up to it, all this leaving notes and scores – when HE cannot hear. Claire and I, on the other hand, can see and hear, laid out as we are below ground, our hearts laid bare to the elements, so close to the mystery.  Continua a leggere

L’isola delle donne

[un racconto di Laura Liberale]

Vieni, oggi ti racconto una storia. Anche se è lontano il tempo in cui potrai capirla.

C’era una donna che spesso, prima di addormentarsi, viveva nel pensiero una sua scena.

In realtà l’aveva già vissuta, ma era stata diversa, così, per poter dormire, la faceva scorrere in un altro modo, un modo che le faceva accelerare il cuore.

Questa era la scena originale: nella sala sono in otto. Fuori comincia a fare chiaro. Otto stomaci che oggi saltano la colazione. Due sono gli occhi che gocciolano senza ritegno. Quattro si sono isolati dietro le palpebre. Due s’agitano con lingua e gambe a un telefono. Due leggono. Quattro si fanno tenere stretti, assieme alle mani, dagli accompagnatori. Due sono quelli della donna che vede tutto questo. Una porta si apre e i nomi cominciano a essere chiamati: che cosa sono questi nomi?, pensa la donna. Qualunque cosa siano, dopo non saranno più gli stessi. Avranno un’altra risonanza dopo essere stati chiamati qui per questa cosa. E per quanto tempo continueranno a essere uditi da chi li porta come annuncio della cosa? Perché è questo che avverrà. Per quanto tempo farà male sentire chiamare il proprio nome? Come entra, così la donna esce, dopo aver consegnato ciò che doveva, e va al posto che le hanno assegnato. E lì, dove sono in tre, fa come dappertutto, da sempre. Fa casa, disponendo con cura le sue cose. Poi indossa la camicia e le calze e aspetta.

La rossa ha ventotto anni, fa la commessa, è sposata e ha due figli. Gliene dice i nomi e l’età come aggrappata a una boa. L’altra ne ha diciannove, convive da poco col suo ragazzo e lavora da una parrucchiera. Lei è in mezzo. La rossa piange ancora un po’. Non c’è altra scelta. Proprio non c’è altra scelta, dice. Per la parrucchiera era troppo presto.

Tocca a lei ora dire delle parole.

Le parole. Non senti come rimandano al mistero? Certo che no, non puoi ancora. Sei solo una bambina. Ti trovi nel glorioso periodo dell’abbuffata. Tutte quelle che ti vengono offerte e quelle su cui t’avventi per caso, sono per te primizie di potenza e consapevolezza. Nomini, chiami, pronunci, e constati il perdurare nelle cose di una corrispondenza. Ti gusti, poi, la meraviglia della voce che scampanella solo per pienezza. Le tue parole non sono braccia alzate o affondate (e scoprirai anche, me lo auguro, questa bizzarra intercambiabilità, nel mistero, di un sopra e un sotto, di un infimo e un sommo) nello sforzo del contatto con l’indicibile. Oh, non mi riferisco al divino. Non solo. Intendo la fatica immensa, che alcuni non riescono a non tentare, di spingere le parole, anche una soltanto, là dove esse non possano più disgiungersi da ciò che vogliono dire. È l’impossibile, il sovrumano, ma qualche volta può sembrare davvero che un poeta ci sia riuscito, che l’abbia tenuta fra le mani la Pietra di Luna. È una leggenda, sai? Una gemma fatta di raggi lunari rappresi ma che proprio alla luce della luna è destinata a sciogliersi. Che l’abbia tenuta fra la mani senza che si sfacesse. Continua a leggere

Insula femeilor

[de Laura Liberale]

(traducerea şi adaptarea în limba română de Raluca Lazarovici Vereş)

Haide, astăzi îţi voi spune o poveste. Chiar dacă e departe vremea când o vei înţelege.

Era odată o femeie care adesea, înainte de a adormi, trăia în mintea ei o anumită scenă.

De fapt o trăise deja, dar fusese diferită, însă ca să adoarmă o derula altcumva, într-un mod care îi făcea inima să bată cu repeziciune.

Scena originală a fost aşa: în salon sunt opt persoane. Afară începe să se facă ziuă. Opt stomacuri astăzi nu iau micul dejun. Doi ochi lăcrimează fără încetare. Patru s-au izolat după paravanul pleoapelor. Doi se agită la telefon cu limba şi picioarele. Doi citesc. Patru se lasă îmbrăţişaţi, cu tot cu mâini, de însoţitori. Doi sunt cei ai femeii care le văd pe toate. O uşă se deschide şi încep să se audă nişte nume: ce sunt numele acestea?, gândeşte femeia. Oricare ar fi, în curând nu vor mai fi aceleaşi. Vor avea o altă rezonanţă după ce vor fi strigate. Şi pentru câtă vreme va continua să răsune ecoul anunţului în urechile celor numiţi? Pentru că asta se va întâmpla. Cât timp va fi dureros auzul propriului nume? Aşa cum intră, femeia şi iese, imediat după ce a înmânat ceea ce trebuia şi merge la locul care i s-a indicat. Iar acolo, unde mai sunt două ca ea, face cum a făcut mereu. Se desfăşoară ca la ea acasă, aranjându-şi cu grijă efectele personale. Apoi îşi pune halatul şi ciorapii şi aşteaptă.

Roşcata are douăzeci şi opt de ani, e vânzătoare şi are doi copii. Le spune numele şi vârsta ca agăţată de o geamandură. Cealaltă are nouăsprezece ani, trăieşte de curând cu cineva şi este coafeză. Ea stă între ele. Roşcata mai plânge puţin. Nu este alternativă. Chiar nu este niciuna, zice. Pentru coafeză era prea devreme.

E rândul ei să spună câteva cuvinte.

Cuvintele. Nu auzi cum ele te trimit la taină? Sigur că nu, nu poţi încă. Eşti doar o copilă. Trăieşti epoca glorioasă a îmbuibării. Toate câte ţi se oferă şi spre câte te avânţi din întâmplare sunt trufandale de forţă şi înţelepciune. Dai nume, spui pe nume, pronunţi nume şi constaţi corespondenţa lor cu obiectele. Savurezi apoi clinchetul minunat al vocii care răsună din preaplin. Cuvintele tale nu sunt braţe înălţate sau cufundate (şi vei descoperi, aşa sper, acea bizară înlocuire a ceea ce e deasupra cu ce e dedesubt, a infimului cu măreţul) în căutarea atingerii inefabilului. Ah, nu mă refer la divinitate. Nu numai. Vreau să spun efortul imens pe care unii nu pot să şi-l stăpânească, de a împinge cuvintele, fie şi numai unul, acolo unde nu se mai deosebesc de ceea ce vor să spună. Este imposibil, supraomenesc, dar câteodată ni se pare că vreun poet reuşeşte cu adevărat, că a ţinut în palmă Piatra de Lună. Ştiai că e o legendă? O gemă făcută de raze de lună închegate, hărăzită să se topească prin însăşi lumina ei. Cineva care să o fi ţinut în palmă fără ca ea să se destrame. Continua a leggere

La fuga. Un racconto di Marilena Ponis

marilenaponisIn paese si recava di rado. E soltanto per acquistare generi di prima necessità. Allo spaccio si erano abituati ai suoi occhi bassi e al suo modo di fare schivo, bizzarro, sempre un po’ frettoloso. Nulla sembrava raggiungere veramente quella donna ancora giovane, capitata in paese in un giorno di pioggia sul finire della primavera. Abitava all’estremità della valle, oltre il bosco; la casa lassù era rimasta chiusa per anni; nessuno ricordava il volto dell’ultimo proprietario. Il destino ha le sue regole, e ognuno ha il suo destino. Quella donna forse non parlava.

Tra lei e la casa, Chiara aveva avvertito da subito un legame remoto e misterioso di appartenenza. Era una casa rettangolare di pietra, acquattata sotto gli spioventi del tetto, stagliata contro il cielo, dominata dal ghiacciaio. D’inverno occupava il tramonto. Un muro basso la circondava, separandola dalla strada. Chiara guardava quelle cose che sentiva di sempre, il bosco, la diga con le case sommerse, il cielo che si ostinava infinito. E il profilarsi, la vicinanza, l’incalzare di una rivelazione che ogni volta rinunciava a esibirsi, caricava il mistero.

In fondo alla cucina c’era un grande camino. Sembrava più vecchio della casa: i mattoni del focolare erano sconnessi, scavati al centro, le pareti inspessite dalla fuliggine, l’architrave portava il segno di profonde bruciature. Chiara ripulì le pareti, spazzò il focolare, lucidò l’architrave. Era il suo primo giorno nella casa e pioveva. Dalla finestra della cucina Chiara guardava il prato, i cespugli dell’erica, il muro basso, l’apertura del muro sulla strada. Quando accese il camino, la fiamma crepitò. Fu un’insolita sera. Seduta di traverso sui mattoni del focolare, assediata dalla pioggia, nell’ascolto di vaghe percezioni, Chiara interruppe la narrazione lunga, il cominciamento, i percorsi e le tappe della sua fuga, e si addormentò Continua a leggere

La passeggiata / The Walk

angela scarparo[ Un racconto di Angela Scarparo ]

Angela Scarparo è nata a Brindisi nel 1959, vive a Roma, ha scritto sceneggiature per il cinema e, recensito libri e mostre per Il Foglio, Il Manifesto, La Repubblica. Ha pubblicato i romanzi: Shining Valentina (Mondadori 1993), Quando cresci in un piccolo paese (Transeuropa 1995), Disturbando famiglie felici (peQuod 2005), Volevamo essere giganti (Gaffi 2012) e l’antologia di scrittrici italiane Romanzi del cambiamento (Avagliano, 2014). Si è laureata in legge con una tesi su Franco Basaglia. Dal 2004 cura il sito ilpostodeilibri.it

 

LA PASSEGGIATA

Era troppo stanca, per andare in bicicletta, non ci sarebbe andata. Però se la sarebbe portata dietro. Non voleva che Mary, la cameriera, la usasse. Era la sua.
Antonia sapeva che la madre ci teneva a che facesse almeno un piccolo giro, ogni giorno.
«Fanculo, mamma! A te e alla bicicletta!», pensò.
Avrebbe detto che ci era stata, ecco che avrebbe fatto. Tanto sua madre non se ne sarebbe mai accorta.
La raggiunse Virginia che andava a studiare in biblioteca. Stava prendendo la macchina.
«Che bisogno hai di prendere la macchina? Perché non vai con la bicicletta?», chiese Antonia alla sorella.
«Perché stasera torno tardi…e tu?»
«Io vado in bici, non mi vedi?», disse lei.
«Ti vedo. Brava. Sono di corsa, a dopo…», rispose Virginia.
Antonia la guardò andar via. Il cane della vicina le si avvicinò. Teneva la coda bassa e scodinzolava. Sentì il bisogno di dargli un calcio. Le finestre di Maria Sole, la padrona di Randi, davano sul cortile. Antonia spinse la ruota davanti della bicicletta verso il cane, che la evitò, e le si avvicinò comunque, la coda bassa e gli occhi acquosi, occhi di chi vuole bene a tutti.
«Vattene…», disse lei a bassa voce.
Il cane, come se gli avesse detto una cosa carina, si avvicinò di più.
Come per caso, lei lasciò cadere la bicicletta, che lo sfiorò soltanto.
Il cane indietreggiò, ma non si era spaventato. La guardava da poco distante, la testa dritta, come una persona che aspetti di essere richiamata.
Antonia ebbe un’idea. Con un po’ di fatica, perché la madre le aveva alzato il sellino, salì sulla bicicletta.
La maledì: «Con la sella così bassa, non ti serve a niente!», le aveva detto. Antonia sbuffò. Non era brutta, come ragazza. E forse se avesse accettato di non essere la prima ragazza del mondo, la più bella, la più intelligente, forse sarebbe stata anche meno infelice.
Passava il tempo a sorvegliare la cucina, e a rubare pezzi di torta, o scatole di cibo, buste di salmone, contenitori di roba che sua madre o Mary, la domestica filippina, mettevano a congelare. La madre la sgridava solo quando non ne poteva proprio più. E allora diceva cose cattive: «Sei insopportabile, Antonia! Perché non aspetti l’ora di pranzo? Smettila di evitarci! Ma come fai a non capire che ti stai rovinando la vita?». Continua a leggere

Daniela Matronola: La porta chiusa

matronola 1Un racconto di Daniela Matronola

Tra ordine e spensieratezza si respira.
Tra volontà e abbandono si respira.
Tra il quaderno e i compiti si respira. (…)
Tra amore e rigore si respira più forte …
(Edoardo Albinati, La comunione dei beni)

Mia madre dice che il babbo mi ha spiato mentre venivo fuori dal buco, e non è neppure svenuto. Solo si è rifiutato di toccarmi. Ero tutto sporco di sangue e placenta, e frignavo per il freddo. Così mi hanno lavato. Poi mi hanno rimesso sulla pancia della mamma, ma tanto ormai ero tagliato fuori.
Pare un ragno,
dice la mamma che ha detto il babbo quando mi ha rivisto poggiato sul pallone sgonfio, ben pulito e grinzoso col naso e gli occhi arricciati come Mister Magoo (questa di Mister Magoo me l’ha raccontata il babbo un giorno ch’era in vena di smancerìe). E non è svenuto neppure stavolta Continua a leggere