Amedeo Anelli: Neve pensata

Solo la neve sa trattenere la pace

ed il ricordo ed i nutrimenti

della terra viva di stagioni

e di corpi vivi di terrori e di affetti.

La nebbia e la neve, la pioggia e i rami accadono sulla riva del Po, ma vengono letti nell’eco del silenzio della Siberia, nella santa madre Russia. Amedeo Anelli, che nasce dove vennero alla luce i «Quaderni Piacentini», presso Vicolo del Pavone, è il traghettatore poetico dei sopracitati odierni remoti. Ama, legge e traduce dal russo ma vive dove tutti i fiumi si radunano a viaggiare. Con un grande flash della discrezione, fuori da ogni frequentazione dell’ostentato presenziare, Anelli dà fiato a questa sintesi: una visione in filigrana, dove la coralità dei saperi interagisce con i livelli possibili di lettura dei suoi testi. Viene data voce al silenzio e reso visibile un panorama che, tolto all’adiposità dei colori, si prosciuga disegnando con matita bianca su cielo grigio, cantando con la voce del rigore una natura esposta come una rete ad asciugare al vento. Gutta cavat lapidem. L’autore distilla parsimoniosissimo la sua tormentata quiete. L’uomo che ha dato vita e conduce in un implacabile sesto grado la rivista «Kamen’», rosa del deserto delle pubblicazioni poetiche non solo italiane, qui ci dà finalmente un compiuto autoritratto del naturale, nelle sue pagine brevi di un unico monocromatico capitolo. Continua a leggere

In autunno

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

 

Nuova lettera per Ariele

 

Molti interrogativi,

caro Ariele: l’estate evaporata,

giorni sempre più brevi

e cieli nuvolosi,

con le cronache ancora

non completate,

umori dal sapore autunnale

fanno filtro agli intrecci,

dispensano polveri officinali

su ferite e germogli,

mentre passano alterne

le fasi della luna,

le settimane (tutto

per effetto del tempo:

dall’ultima radice che si spegne

al respiro del figlio del figlio) –

Agosto troppo rapido,

volato su sentieri fra betulle

e radure di muschio,

Delia al mio fianco, Nàyda

insofferente d’ogni guinzaglio,

e non un solo rigo

scritto in quei giorni,

unicamente mosso

timidissimi passi nel buio,

in territori meno familiari

di Polesije e dintorni,

regioni della mente che diresti

sigillate da nebbie

non valicabili –

Un settembre piovoso

come non mai,

fatto apposta per stare a lambiccarsi

sopra il sesso degli angeli,

ansiosi di un riparo

nelle nostre dimore,

offrendo agli idoletti in terracotta

bastoncini d’incenso

per un raggio di sole

o il favore del canto (tutto muto,

scandito in un altrove

che pareva possibile toccare

allungando le dita;

domandando che cosa fosse meglio 

preservare, se i vecchi 

microsolco graffiati,

le edizioni francesi di Li Po

o certe cartoline

dal mondo) –

Trascorso alcuni giorni,

in ottobre, dove il mare lamenta

Didone abbandonata,

e di notte, nel vento dal Grand Erg,

ancora tutte le domande aperte,

i dubbi non risolti,

se gettare alle ortiche

il progetto iniziale

o tenersi aggrappati

a qualche tronco in cerca di un approdo,

affidando messaggi

al rotolo cinese, alle correnti

               (lo stesso smarrimento

               altre volte provato: 

               come stare sull’orlo

               del precipizio, a picco sopra terre

               lussureggianti)

      

 

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In autumn

Foto di Luigi Caricato

[by Alberto Guareschi]

New letter to Ariel

 

Many questions,

Ariel dear:  summer evaporated,

days always getting shorter

and cloudy skies,

still uncompleted

the chronicles,

humours with taste of autumn

sneaking  into the plots,

dispensing medicinal powders

on wounds and buds,

whilst moon phases

and weeks go by

in succession (all being

the effect of time:

from the last root fading off

to the breath of the son’s son) –

August much too fast,

flown off on silver birch paths

and mossy clearings,

Delia on my side,

Nàyda intolerant of any lead,

and  not a single line

written  in those days:

solely moved  very timid steps in the dark,

on grounds less familiar

than Polesije and its outskirts,

and regions of the mind

you would consider

sealed  by fogs too thick

to fade away –

A September so rainy

as never before,

specially dropped down

to rack the brain

over the sex of angels,

eager to find shelter

in our homes

and offer sticks of incense

to small terracotta idols

for a ray of sunlight

or the favour of song  (all dumb,

spelled out In an elsewhere                                           

that seemed reachable

by stretching the fingers out –

wondering  what we should better preserve,

if the old, scratched albums,

Li Po’s French editions 

or certain postcards

from around the world) –

Spent some days, in October,

where the sea mourns

Dido abandoned,

and at nightfall, on the wind from the Grand Erg,

all questions still open,

the doubts unresolved:

whether cast away to nettles

the initial project

or keep clinging

to some log in search of a landing,

committing messages

to the Chinese roll, to the streams

(the same bewilderment

as felt in previous times: 

like staying on the brink

of the abyss, straight up

over luxuriant lands)

 

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Sui viaggi, sull’osservazione dei corpi celesti e altro

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

(…) e molte volte, poi,

ignorando perlopiù quasi tutto,

dovunque andassi,

dei mondi verso i quali

partivo: se coperti

di pianure, di laghi, o se di sabbie,

scaglie laviche, rovi;

ma, prima di ogni viaggio,

sentimenti fra la trepidazione,

l’impazienza e il timore

di lasciare alle spalle,

in cambio di orizzonti imprevedibili,

sponde rassicuranti

su cui muovere i passi (tra sé e sé

sospettava comunque, il signor Egli,

che qualcosa – vuoi l’ago 

di una bussola o altro – 

dirigesse la rotta a terre incognite: 

l’approdo una certezza

ogni nuovo spuntare

dell’alba) –

              a tratti ricordando

le parole che un greco di Alessandria

aveva dedicato a chi, per mare,

messa la prua verso Itaca,

volesse scongiurare

sia l’ira di Nettuno che gli agguati

di Ciclopi e Lestrìgoni:

“Nulla che vi somigli incontrerai

se rimane elevato il tuo pensiero

e se l’anima e il corpo

sfiorano unicamente

emozioni di pura bellezza…”;

poi, nottetempo, in assenza di nubi,

lo sguardo fisso al cielo,

cercando di afferrare

l’astro più luminoso

fra quelli che da sempre

sono il Piccolo Carro (lo strumento

ideale, pensava, a sorvolare

indenne, senza graffi,

Scilla e Cariddi) –

Infine facendo ritorno,

un viaggio dopo l’altro, al buen retiro

da cui prendevo il volo

senza lasciare veramente mai

quella sponda, ogni volta

sorpreso che malgrado le stagioni

nulla fosse mutato

del paesaggio oltre i vetri,

quasi non consistesse,

la patina del tempo,

che in poche secrezioni di lumache

la cui tracce rigavano

i davanzali (forse, presumeva,

il solo e unico viaggio 

era quello compiuto intorno a un astro 

detto Stella Polare 

che spariva per tempi interminabili    

dai suoi occhi, tornando poi a splendere,                              

la durata di un battito di ciglia,    

immenso nello spazio             

delle pupille)              

 

         

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On travels, the observation of heavenly bodies and other

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

 

(…) and then quite often

ignoring more or less

almost everything – regardless

of where I would travel to –

of the worlds I was about to visit:

if covered with plains, lakes

or with sands, lava chips, brambles.

Hence, before each trip,

feelings half of trepidation

half of impatience

and dread of leaving  behind,

in exchange for unpredictable horizons,

reassuring banks

to move my steps on (anyway,

suspected Mr. Himself, something

– whether the needle of a compass 

or else – would direct

his course towards unknown grounds:

the landing being a certainty

at every new break

of dawn) –

At times recalling the words

by a Greek from Alexandria

dedicated to those

who by ship bound to Ithaca

would avert both Neptune’s wrath

and the ambush by Cyclops

and Laestrygones:

“Nothing alike will come across

if your mind stays  lofty

and if body and soul

will only touch emotions

of pure beauty…”.

By night then, in absence of clouds,

eyes fixed on the sky, 

trying to catch its most shining star

among those always part

of the Little Bear

(the ideal instrument,

he thought, to fly harmless,

with no scratches, over

Scylla and Charybdis) –

Finally, coming back

from one trip and the other

to the buen retiro wherefrom I flew off

without ever really leaving

those banks, each time surprised

that in spite on the seasons

nothing had changed

in the scenery beyond the windows,

as if it would consist,

the patina of time,

just in a few  secretions of snails

with traces running over the sills

(perhaps, he presumed,

the only real trip                             

had been around a point in the sky

called “North Star”

that used to disappear for endless ages

from his gaze and then shine again,

no longer than a blink,

immense in the space

of his eyes)                                                         

  

Alberto Guareschi (Parma, 1940) lives in Lucca since almost forty years. As an executive and then director of some state and private industrial groups he has travelled extensively, not only for professional reasons, in various countries and continents, thus enriching the range of his cultural experiences and interests. In 1976 he was among the founders of Pratiche Editrice, a member of its literary board and CEO. As an author he has published three books of poetry: Verso Cipro (Guanda, 1963), Teatrini del signor Egli (Diabasis, 2004, with an  introduction by Roberto Carifi) and Stella polare (Passigli, 2016) where the poems in this issue are included. Notable his activity as an editor and translator, particularly for Guanda that published in 1989 the first Italian edition of the German classic by J. P. Hebel, Tesoretto dell’Amico di casa renano. Guanda published also his selection of F. Hoelderlin’s poetry, L’arcipelago e altre poesie (1965), the translation of Nietzsche’s Ditirambi di Dioniso (1967) and of Hermann Hesse’s novels Nel chiosco di Pressel (introduction by G. Zampa) and Giorni di luglio (1990). By Tony Duvert he has translated Récidive (foreword by Guido D. Bonino, Pratiche Editrice, 1978) and Quando morì Jonathan (Savelli, 1981). Other poetry translations (from Georges Bataille, Sarah Kirsch and H. M. Enzensberger) appeared in the Eighties on “Il Raccoglitore”, bi-monthly cultural magazine of Gazzetta di Parma, and on “Rassegna Lucchese”. In 2008 Diabasis published, based on his project and edited by A. Niero, Balcony and other poems (with an introductory essay by Iosip Brodskij) of the Russian poet and friend Evgenij Rejn.

La dura bellezza

[di Alberto Guareschi]

Su alcuni versi di Benn.

Il dottor Benn,

ex-ufficiale medico,

fece ritorno nel Quarantacinque

dal servizio in caserma

alla vecchia dimora-ambulatorio

della Bozener  Strasse,

ammasso di macerie

nel settore orientale di Berlino.

“L’inverno fu freddissimo,

peggiore della fame”, come scrisse.

“Per giorni e settimane

mai un solo paziente, né parola

con altra anima viva”.

Poeta dal passato controverso,

“respinto e impubblicabile”

tanto all’Ovest che all’Est:

“ma di questo, aggiungeva,

nulla importava veramente più” –

Contava ormai soltanto

(sapeva con chiarezza il signor Egli)

calarsi dentro il ventre

della miniera, estrarre

dalla roccia le sillabe in letargo,

trasformarle in parole,

dare forma alla dura bellezza

della poesia (percorso

irto di insidie, dove buchi neri

e ciclopi rendevano fatale

smarrirsi un solo istante):

ogni giorno, ogni notte

la bussola orientata verso quanto,

al contrario di rose nevi mari,

dura più del diamante,

del tempo

                                                                                                                        Continua a leggere

Miraggi

Sumerian Statues, Iraq


[di
Alberto Guareschi]

Oasi di Douz

(…) e ricordare

quanto sia già distante,

nello spazio e nel tempo,

quel viaggio verso il sud tunisino,

ma sempre così limpido

e presente, quasi fosse passato

appena qualche giorno

da allora: la tempesta

di sabbia su Tozeur, l’oscurità

calata all’improvviso,

poi l’indomani e i giorni successivi

il cielo totalmente cristallino,

l’aria leggera –

solcato il vecchio limes,

eravamo tornati

sulla lingua di terra che attraversa

a settentrione lo Chott-el-Djerìd,

percorrendola adagio

e fermandoci spesso per seguire,

con le mani a visiera,

le forme dei miraggi

che i cristalli salini generavano

lungo le rive –

il tramonto su Douz,

la notte musicata

dal vento del deserto, l’insperato

fiotto termale: tutto congiurava

verso un’insonnia densa

di fantasie, miraggi

che a turno si accendevano sul lago

per poi svanire e rinascere altrove

dopo pochi secondi

(un filo parallelo, mi sembrava, 

al sogno ininterrotto

delle parole, quando

un nonnulla bastava a suscitare

versi che evaporavano

l’istante successivo

nel vuoto)

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Mirages

Sumerian Statue, Iraq

[by Alberto Guareschi]

Douz Oasis                                                                              

(…) and recalling

how distant already is,

in space and time,

that trip to the Tunisian south,

still so limpid and vivid

as if scarcely a few days

were behind us:

the storm over Tozeur,

the darkness suddenly set,

then the morning after

and the following days

a fully crystalline sky,

the air so light –

having skirted the old limes

we had come back

to the thin tongue of land

that crosses Chott-el-Djérid,

slowly driving

and often stopping,

our hands as a glare shield,

to gaze at the shapes of mirages

the salty crystals generated

along the shores –

the sunset over Douz,

the night turned to music

by the desert wind,

the unhoped for thermal gush:

everything conspired

towards insomnia

packed with phantasies,

mirages that would light up in turn

on the lake and then vanish

to revive elsewhere

(something parallel, I felt,

to the unceasing dream about words,

when a mere nothing sufficed

to raise lines evaporating                       

a few seconds after

into the void)

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Atlantide

Atlantide, Patroclus Kampanakis

[di Alberto Guareschi]

(Con un appunto autografo del signor Egli)

 

(…) poi ritagliato

dal rotolo cinese (sempre intonso

dentro l’armadio!) un foglio

sul quale disegnare nuove terre

emerse dai fondali

del sogno, tratteggiandone

ad libitum le coste,

con spirali di fumo dai vulcani,

l’azzurro riservato

a fiumi laghi oceani, le pianure

con campi del colore

dei girasoli, e le foreste in varie

gradazioni di verde;

sparse a caso, sui mari,

protette da barriere coralline,

isole grandi e piccole

e quant’altro volesse partorire

la fantasia: città tornate a galla

dalla notte dei tempi,

la trama delle vie carovaniere

lungo i deserti –

foglio bianco, alla fine,

così come molti altri di quel rotolo

dalla Grande Muraglia:

pareva cosa facile disporre

sulla carta di riso

i paesaggi mentali, immaginati

in ore solitarie, quando i sogni

si inseguono a spirale

dileguandosi subito

dalla memoria; e resta inconcepibile

vedere scomparire quelle terre

al pari di Atlantide,

senza nemmeno un segno

che ne ricordi ancora l’esistenza,

inghiottite dal nulla, come se

mai avessero acceso

lampi di luce o non fossero state,

nella loro bellezza così fragile,

il solo, vero approdo

al di qua della linea

dell’orizzonte

“Spesso mi ricordavo

di quanto letto un giorno  

su un antico pittore (epoca Tang)

che, deposti i pennelli,

era entrato nel quadro in carne ed ossa

scomparendo fra gli alberi e i bambù

poco prima dipinti;

e delle volte in cui avevo visto                       

statue panciute delle Grandi Madri,

con seni enormi e culi tanto bassi

che arrivavano quasi fino a terra.

Non vi fosse più stata,

dopo l’ultima, ancora un’altra tela

di segni e di parole

da ricomporre, mi sarei avviato

verso il guscio del mondo prenatale

attraverso quel taglio 

profondamente inciso 

nel loro ventre, per poi assopirmi   

il tempo di un letargo  

senza domani.”

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Atlantis

Atlantide, Bory de Saint-Vincent

[by Alberto Guareschi]

With a note handwritten by Mr. Himself

(…) and then cut out

from the Chinese paper roll

(still intact in the cabinet!)

a sheet to draw new lands

emerged from the depths of dreams,

sketching ad libitum

their coasts, smoke spirals

from the volcanoes,

rivers lakes and oceans

in blue, plains and fields

in the same colour

of sunflowers, the forests

in varying shades of green –

randomly spread on the seas,

protected by coral reefs,

islands large and small

and anything else the phantasy

would give birth to:

towns afloat again from the mists of time,

the pattern of caravan routes

through the deserts –

finally still white the paper sheet,

such as many more of that roll

from the Great Wall:

it seemed an easy thing

to place on rice paper

mental landscapes imagined

through lonely hours,

when dreams spirally chase each other

and disappear from memory at once –

and it remains unconceivable

to see all those lands

disappear like Atlantis

without the slightest sign

still reminding of their existence,

swallowed by nothingness,

as if they had never turned on

flashes of light or been,

in their fragile beauty,

the only, real landing place

on this side of the line

of the horizon –

I often recalled

what I had read some day

about an ancient painter (Tang dynasty)

who, having laid down his brushes,

had entered the canvas in the flesh

disappearing amidst 

trees and bamboo

just painted. And of the many times 

I had seen big-bellied statues

of the Great Mothers 

with enormous breasts

and asses so low almost down to the ground.

Had there not been, after the last one,

still another canvas

of signs and words to recompose,

I would rather set forth 

to the nutshell of prenatal world

through that deep cut 

engraved in their belly and then fall asleep

the time of a long lethargy

without tomorrow.

 

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