Amedeo Anelli: Neve pensata

Solo la neve sa trattenere la pace

ed il ricordo ed i nutrimenti

della terra viva di stagioni

e di corpi vivi di terrori e di affetti.

La nebbia e la neve, la pioggia e i rami accadono sulla riva del Po, ma vengono letti nell’eco del silenzio della Siberia, nella santa madre Russia. Amedeo Anelli, che nasce dove vennero alla luce i «Quaderni Piacentini», presso Vicolo del Pavone, è il traghettatore poetico dei sopracitati odierni remoti. Ama, legge e traduce dal russo ma vive dove tutti i fiumi si radunano a viaggiare. Con un grande flash della discrezione, fuori da ogni frequentazione dell’ostentato presenziare, Anelli dà fiato a questa sintesi: una visione in filigrana, dove la coralità dei saperi interagisce con i livelli possibili di lettura dei suoi testi. Viene data voce al silenzio e reso visibile un panorama che, tolto all’adiposità dei colori, si prosciuga disegnando con matita bianca su cielo grigio, cantando con la voce del rigore una natura esposta come una rete ad asciugare al vento. Gutta cavat lapidem. L’autore distilla parsimoniosissimo la sua tormentata quiete. L’uomo che ha dato vita e conduce in un implacabile sesto grado la rivista «Kamen’», rosa del deserto delle pubblicazioni poetiche non solo italiane, qui ci dà finalmente un compiuto autoritratto del naturale, nelle sue pagine brevi di un unico monocromatico capitolo. Continua a leggere

La favola nell’opera di Antonio Gramsci

Quanto riportato nel titolo è il tema del terzo Seminario Internazionale di Studi sulla Favola, organizzato dal CISESG, il Centro Internazionale di Studi Europei Sirio Giannini in collaborazione con International Gramsci Society – Italia, CISLE – Centro Internazionale di Studi sulle Letterature Europee, Zona Franca – Casa editrice di cartone e Comune di Seravezza (LU).

Il luogo dell’incontro, in programma per 15 e16 dicembre 2017, è il Teatro Scuderie Granducali, Area Medicea Patrimonio Unesco, a Seravezza, in provincia di Lucca.

DEDICATO AD ANTONIO GRAMSCI

Il 2017, come noto, segna non solo il centesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre, ma anche l’ottantesimo anniversario della morte di uno dei maggiori pensatori politici del ventesimo secolo: Antonio Gramsci. Basti pensare alla fortuna (sempre maggiore) che godono i suoi scritti, soprattutto i Quaderni del carcere, dentro e fuori i confini nazionali, tanto in Europa quanto in altri continenti, per avere una chiara, forte conferma della loro importanza storica, politica e culturale.

Ebbene, al novero di questi scritti appartengono alcune raccolte di favole, scritte durante l’isolamento carcerario, nonché le traduzioni dal tedesco di ventiquattro fiabe dei fratelli Grimm. Si tratta di un “tassello” della produzione gramsciana che, sebbene poco noto ai lettori e meno studiato rispetto ad altri, è meritevole di attenzione, sia perché evidenzia la ricchezza e la poliedricità del pensiero di Gramsci; sia perché ne illumina una caratteristica decisiva, ossia il legame organico fra teoria politica, lavoro letterario e concezione pedagogica. Per queste ragioni, il Centro Internazionale di Studi Europei Sirio Giannini (CISESG), da sempre attento a promuovere gli studi sulla favola nelle letterature europee, ha voluto celebrare l’anniversario gramsciano organizzando un seminario su Gramsci e la fiaba. Continua a leggere

Paolo Codazzi: Il pittore di ex voto

Ai lettori di Corso Italia 7, proponiamo in lettura il primo capitolo del libro Il pittore di ex voto, che lo scrittore Paolo Codazzi ha pubblicato per Tullio Pironti editore.

Nato a Firenze, dove vive, Paolo Codazzi è poeta e narratore. Ha pubblicato libri di poesia, romanzi e raccolte di racconti. Fondatore della rivista culturale Stazione di Posta e del Premio Letterario Chianti, collabora con quotidiani e periodici. Studioso di storia antica e etruscologia, in particolare ha tenuto conferenze su argomenti riferiti alle sue ricerche.

Per quanto concerne la narrativa ha pubblicato i romanzi Caterina (Amadeus 1992), Il cane con la cravatta (Mobydick 2000), Il destino delle nuvole (Mobydick 2007), La farfalla asimmetrica (Tullio Pironti editore, 2014), Il pittore di ex voto (Tullio Pironti editore 2017); e le raccolte di racconti Nei mattatoi comunali (Solfanelli 1997), Segreteria del caos (Mobydick (2003).

IL CAPITOLO IN LETTURA

 

Un inizio è necessario per il raggiungimento di qualunque fine… (che poi è un altro inizio).

 

Nutrito come il baco nella mela tarlata dalle sue ricorrenti meditazioni, assai frequenti in quel periodo, quasi una possessione, peraltro non la prima per analoghe indagini, rifletteva sulla natura dei numeri primi tramite una furia di carta sulla quale aveva stampato una sequenza programmata dal computer elencando numeri fino ad una cifra che per scriverla in lettere occorrerebbero diverse pagine; e adottando poi per puro erotismo intellettuale, assecondato da ludica frenesia, il noto crivello di Eratostene, consistente nella notazione di tutti i numeri che primi non sono, ossia quelli ottenibili mediante prodotto di due numeri più piccoli, individuato, isolandoli, i numeri primi contenuti nella successione dopodiché, emulando molti studiosi e appassionati di matematica tentato, ovviamente senza riuscirci, di svestire un canone che ne regolasse la sequenza: con lo stesso scrupolo di un meteorologo impaziente di prevedere forme, dimensioni e spostamenti delle nuvole nel loro più o meno rapido addensarsi in compatte transumanze, nel dissolversi in isolate fughe di cirri e vapori dispersi dal vento, oppure svanire in smarriti ed evanescenti nembi sfilacciati dalle correnti, e i travestimenti di robusti cumuli nel ritrarre la realtà sorvegliata come guardiani del cielo, prospettiva necessaria a ogni richiamo alle forze segrete della natura, ai misteri che da sempre meravigliano i passivi osservatori delle quinte celesti. Continua a leggere

Vittorio Orsenigo: Viaggio di nozze e sedazione

 

Vittorio Orsenigo

Vittorio Orsenigo


Dannato Orso,

hai vinto ancora una volta: il tuo libro è arduo, andrebbe letto come tu leggi quelli degli altri, a sbalzi, a piluccamenti, ecc. ma funziona. È la scrittura d’un erede di Sterne e del suo Tristram Shandy, divagante e frastornante fino al crimine nel suo balzare qua e là come un cavallino a dondolo morso da un tafano; una scrittura in cui è facile perdersi, ma anche corroborante ginnastica per le sinapsi. Direi che la tua poetica, e i suoi rischi, sono messi a nudo nella frase:

“Ho un debole per i dettagli essendo convinto della loro ineluttabilità”.

L’importante è non lasciarsi dolcemente naufragare nel loro mare. E quest’ardua salvezza il lettore deve saperla meritare sorbendoti a dosi omeopatiche e non elefantine.

 

Barbo

(Da una mail “confidenziale” spedita  a Vittorio Orsenigo da Roberto Barbolini).

 

VIAGGIO DI NOZZE E SEDAZIONE

1

La sera era delle peggiori. Da ogni parte, dice la tv, gli assassini ci danno sotto. Gente in piazza, scioperi affamati di affamati, mal sottile in ripresa, mal sottile espanso dai polmoni alla politica.

Alle ventuno A decide di vedere ancora una volta con sua moglie T –corre il tempo per i due anziani coniugi – il Kolossal di David Lean, regista che dai sentimenti di due amanti straziati dal fischio di un treno è passato a dirigere Passaggio in India.

Proprio quella sera del 15 novembre 2016 e sempre alle ventuno, la luna si è trovata molto vicina alla terra.  Nel suo astronomico corso pare caderle addosso ma non ci si deve preoccupare: un poco alla volta tornerà ad allontanarsi.

Dal terrazzo dove A e T pranzano nella buona stagione dicendosi fortunati di stare fra Belle di notte, salici e palme nane, il satellite dal volto pieno e il suo angoscioso splendore si vedono a occhio nudo: nello sfondo nero del cielo notturno l’oro in foglia sulla Madonnina è illuminato da lampade di nuova generazione un po’ freddine. Continua a leggere

Premio alla carriera a Guido Conti

Guido Conti

Nell’ambito del Festival Premio Emilio Lussu, giunto nel 2017 alla terza edizione, la Giuria ha deciso di assegnare il premio alla carriera allo scrittore Guido Conti (Parma,1965), che non solo ha pubblicato un libro innovativo come Il grande fiume Po (Mondadori, 2012), favole per bambini e saggi importanti, ma ha anche saputo affrontare con maestria  le problematiche dell’handicap, con Il taglio della lingua (Guanda, 2000), e la realtà della vecchiaia, sospesa fra ricordi e immaginazione con Il tramonto sulla pianura (Guanda, 2005. Ma ricordiamo anche le tematiche del disagio adolescenziale in un contesto di separazione famigliare, con La palla contro il muro (Guanda, 2007) e, soprattutto, la delicatezza con cui l’Autore ha parlato dell’amore in tutti i suoi orientamenti in Le mille bocche della nostra sete (Mondadori, 2010), dove è riuscito a raccontare in maniera molto poetica l’amore fra due donne, presentandolo al lettore senza morbosità e vestendolo di una purezza infinita.

È quanto ha riferito il Presidente della Giuria, Gianni Mascia, a Cagliari,  lo scorso 29 settembre. Il riconoscimento è stato assegnato nella giornata di domenica 8 ottobre 2017, presso il Parco di Monte Claro.

Su “Tentativi di certezza” di Maura Del Serra

[Un saggio di  Margherita Pieracci Harwell]

Dei Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009 (Venezia, Marsilio, 2010) di Maura Del Serra, che raccolgono il miele distillato in un decennio di estate matura, troviamo una prima chiave nelle exergues – da Wislawa Szymborska: “il savoir vivre cosmico / […] esige […] da noi […] / una partecipazione stupita a questo gioco / con regole ignote”; e da Derek Walcott: “Il destino della poesia è innamorarsi del mondo / nonostante la storia”. Partecipazione stupita – dunque – , e stupita vuol dire già ammirativa, quindi innamorata, innamorata del mondo, di quel gioco “con regole ignote” che è nel nostro cosmo la vita, a cui è tuttavia d’obbligo partecipare, così come la poesia non può non innamorarsi del mondo, malgrado la storia. Meraviglia (stupore ‘religioso’, awe ), innamoramento, che è già necessariamente partecipazione: questa la legge ineludibile della poesia, che l’artista crea nel dolore poiché non ha palpebre per risparmiarsi la visione costante del “nonostante” la storia, inconoscibilità delle regole.

Margherita Pieracci Harwell

Margherita Pieracci Harwell

Così, queste poesie, come tutte le poesie di Maura Del Serra che l’hanno condotta fin qui, si tessono di estasi e di orrore, ma, miracolosamente, salvando la lievità, delle immagini – e forse anche del cuore – come annuncia, con le scene figurate del suo ventaglio, il  preludio Trovarsi. Già il preludio, però, ha due antine, e la seconda (Canzonetta per il ventunesimo secolo) molto meno lieve, che pure accenna una promessa di bene, cioè di “significato”- perché la Del Serra ha una profonda vena di ragione, alla quale non sorride un bene che non sia intellegibile. Del resto si sa, dalla sua produzione precedente ed anche da quanto traspare della sua vita, che questa poetessa si muove con passo sapiente tra mondi opposti: l’assoluta vulnerabilità del segnato da Dio (il poeta), e il saggio governo di una casa, una famiglia, squisitamente “normali” pur nella loro rara armonia.

Maura Del Serra

Coerente, questo libro composto di otto parti – perciò si può cominciare dal parlarne in generale, ma poi, da vicino, è chiaro che la coerenza nasce dall’equilibrio di opposti, costituiti più che dai singoli componimenti dalle sezioni, fondate non sulla cronologia ma sulla mood che ad una ad una diversamente le governa. Continua a leggere

Servir la mémoire de Simone Weil

[di André Ughetto]

Il 5 agosto 2017, à l’Isle-sur-la-Sorgue, in Provenza, davanti a un pubblico folto e attentissimo, è andata in scena la première de La Fontaine ardente, ossia La fonte ardente di Maura Del Serra, per la regia di André Ughetto, che ne ha curato ottimamente la traduzione francese e la riduzione teatrale per l’occasione.

 

Le souvenir de Simone Weil a-t-il bénéficié de la disparition de Simone Veil? Toutes deux appelleraient notre louange. Leurs destins respectifs ne sont pas sans correspondances. Celui de Veil, tragique au début, celui de Weil prématurément écourté par les privations qu’elle s’imposa afin de partager le même état de famine que dans la France occupée – et encore plus celui des déportés dans les camps de la mort où la première perdit (à Auschwitz) père, mère et frère.

Simone Weil a été la conscience de son temps, Simone Veil du nôtre (pour ceux qui sont nés à peu près au moment où, en 1943, mourait la philosophe dont la postérité – Albert Camus en tête – a vite reconnu l’importance.

On sait que Simone Veil (née Jacob), racontant sa vie, a aussi gagné sa place littéraire, et un fauteuil à l’Académie française.

Simone Weil

Toutefois l’écriture de La Fonte ardente de Maura Del Serra remonte à plus de trente ans. Avec cette pièce, comme avec la publication en version bilingue franco-italienne des poèmes laissés par S. Weil, Del Serra aura donc manifesté très tôt son attachement à la figure de l’auteur de L’Enracinement, de La Condition ouvrière, de L’Attente de Dieu (pour ne citer que quelques-uns des titres donnés après-guerre aux rassemblements de notes ou réflexions plus développées consignés dans des cahiers, d’articles retrouvés dans des revues que Simone n’a pas eu le temps de regrouper elle-même).

Or cette œuvre «posthume» est restée d’une grande modernité: ses interrogations sont une source où peuvent s’alimenter nos plus vifs débats de tous ordres (société, esthétique, politique, religion…). Rien d’étonnant à ce qu’un professeur d’université, poète, essayiste, dramaturge, ait voulu faire vivre le personnage singulier que Simone Weil était devenue au regard même de ses contemporains. L’argument de sa pièce est le suivant : Selma, la mère de Simone, reçoit dans son salon parisien les amis de sa fille décédée en Angleterre, auxquels elle s’apprête à faire don de certains manuscrits. De la confrontation des souvenirs de tous naissent des scènes évocatrices des engagements et des choix éthiques de Simone. La figure d’Alain, présent dans le salon, ouvre l’évocation des années d’études pendant lesquelles la jeune fille ne cessait de surprendre ses camarades et le professeur de philosophie, auteur des fameux Propos, par la qualité de son questionnement.  Continua a leggere

La bella e il mare

“Bella di Nulla”, nel giardino della casa di Elisabetta Salvatori al Forte, 10 agosto 2017

[di Mariapia Frigerio]

È il 10 agosto, è San Lorenzo, è la sera in cui cadono le stelle, in cui si esprimono desideri. Ma è anche una data letteraria, una data pascoliana ed è la data di un incontro d’amore: questo l’incipit dello spettacolo che l’autrice dedica al “suo” Carlo Monni, alla loro storia. Per questo, proprio in questa data, Elisabetta Salvatori, attrice-narratrice versiliese, nel giardino della sua casa al Forte, a un qualsiasi numero 243, ci ha fatto sentire il profumo del mare, in un racconto coinvolgente che ha per protagonista la bisnonna dell’attrice stessa, che si svelerà essere tale solo alla fine dello spettacolo.

La scena è minimalista con pochi oggetti su cui si concentrano gli sguardi degli spettatori, che hanno valore simbolico e sono importanti per la narrazione: una tufa, due candele, una barchetta di carta che la Salvatori “crea” al momento. Le due candele vengono accese nel silenzio della sera e sono le stesse – ci viene detto – che accendeva Bella quando iniziava i suoi racconti. Due candele: una per la Vergine, l’altra per tutti gli angeli.

Bella era il nome di una delle tre figlie di Beppe di Nulla, scaricatore di marmo che piuttosto che accettare qualche spicciolo in meno rispetto alla cifra pattuita in precedenza dal padrone della paga già minima preferisce, offeso nella sua dignità e forte del suo orgoglio, «nulla». Per questo fu chiamato e divenne Beppe di Nulla: per tutti.

Delle tre figlie di Beppe una faceva di nome Bella. Immediatamente viene alla mente La Bella e la Bestia di Madame Leprince de Beaumont: non solo tre sorelle come nella fiaba della signora francese, ma anche l’affinità tra le due Belle, accomunate entrambe da grande coraggio.  Continua a leggere

Libri d’Artista

Una selezione di opere di Fernanda Fedi e Gino Gini 

L’Archivio Comunale di Lodi ospita, dal 16 al 30 settembre, una selezione di  opere-libro degli artisti milanesi Fernanda Fedi e Gino Gini. La mostra, già promossa nel giugno 2014 presso la storica sala Maria Teresa della Biblioteca Nazionale Braidense, vedrà esposta una selezione di libri d’artista nelle diverse forme che gli artisti hanno indagato: libri oggetto, libri a fisarmonica, edizioni preziose, libri monotipo…

Il libro d’artista resta per Fedi e Gini un territorio privilegiato con presenza nelle più significative mostre italiane e nelle più interessanti rassegne Internazionali: dalla Biennale del Libro d’artista della Bibliotheca Alexandrina (Alessandria d’Egitto 2004-2006-2008-2010) alla Biennale di Marsiglia, alle rassegne di Francoforte, Budapest, Mosca, Lisbona.

Gini e Fedi hanno dato vita nel 1983 all’Archivio Libri d’artista, di cui si è  festeggiato quest’anno il 34mo anniversario nella sede di Palazzo Galloni, Naviglio Grande 66, a Milano.

I tre fine-settimana, entro i quali si svolge la mostra, saranno inoltre scanditi da altrettanti appuntamenti, caratterizzati ognuno da un diverso e specifico interesse artistico e culturale, ma legati fra loro da sottili affinità e dal dialogo attivo con le opere esposte:

Sabato 16 settembre alle ore 17 si terrà l’inaugurazione della mostra, con un saluto di Isabella Ottobelli, un’introduzione alla mostra a cura di Amedeo Anelli e la presentazione del nuovo libro d’artista di Fernanda Fedi e Gino Gini (Collana ‘Memorie d’artista’  Ed. Peccolo, Livorno 2017)

Domenica 24 settembre alle ore 17 sarà la volta di un pomeriggio di poesia, con la partecipazione dei poeti Amedeo Anelli, Guido Conti, Guido Oldani e Tiziano Rossi.

Sabato 30 settembre alle ore 17 infine, la conclusione sarà affidata ad un concerto: dialoghi e monologhi fra Barocco e Jazz, protagonisti Maurizio Piantelli (liuto) e Gianni Satta (tromba). Continua a leggere

Una statua che vive per il potere delle parole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elisabetta Salvatori racconta «La Bimba che aspetta».

Pietrasanta, Giardino dei Sensi, 3 agosto

[di Mariapia Frigerio]

Chi è «La Bimba che aspetta»? A spiegarlo è Elisabetta Salvatori, conducendo il pubblico rapito, nel fresco di un giardino privato, in un viaggio che parte da molto lontano, dal 1895. E in questo viaggio l’attrice sembra prendere ogni spettatore per mano e, con sapiente capacità affabulatoria, portarlo tra laboratori di marmo, scultori, fabbri, tra Apuane e mare, fino alla vicenda di una statua che si fa “viva” con le sue parole.

Lo sfondo della vicenda è la Versilia, «terra versatile» come spiega l’autrice, tra cave – vere e proprie cattedrali a cielo aperto – e il mare. Allo scultore Ferdinando Marchetti di Torano, frazione di Carrara, formatosi tra il Circolo degli Anarchici, la Germania – dove si reca a vent’anni – e la Viareggio della “Società dei Divertimenti”, viene commissionata per il cimitero di questa città la statua di una bimba.

Il committente, che aveva conosciuto a Viareggio, è Eugenio Barsanti, un fabbro con la passione per Lorenzo Viani, allora garzone di barbiere. Al fabbro era morta la moglie Clorinda, donna di grazia e sensualità, madre dei suoi sei figli. Era morta, precedentemente, anche una figlia… Proprio per questo il nostro fabbro si era ingegnato per riportare il sorriso sulle labbra della sposa e le aveva costruito una bicicletta. Clorinda ne era entusiasta e pedalava avanti e indietro nelle strade accidentate dell’epoca fino alla mortale caduta.

La figlia Paolina, di soli sei anni, stette fissa al capezzale della madre, ma quando la nonna si accorse che il momento del trapasso era vicino la obbligò a sedersi sulla soglia di casa aspettando che la sua mamma passasse accompagnata da angeli… L’immagine della piccolina seduta sui gradini di casa si impresse nella mente del Barsanti che decise di eternarla e per farlo si rivolse a Ferdinando Marchetti. Continua a leggere