Oltre le quinte… INTERVISTA CON GRAZIELLA PORTA

[di Mariapia Frigerio]

Difficile fare ordine nel fiume di parole e nella verve dell’eterna ragazza Graziella Porta, ballerina, attrice, cantante, e nel mondo dei suoi ricordi che la commuovono e che commuovono chi la ascolta. Uno spaccato del pianeta dello spettacolo con tanti nomi famosi, tanti episodi, tanti incontri descritti con ironia garbata.

Ci proveremo.

 

         Tu nasci ballerina. Come hai iniziato?

Fin da bambina adoravo ballare: spaccavo le scarpe, ero sempre sulle punte.

Ho sicuramente preso da mia madre che mi ha costantemente aiutata, forse perché riversava su di me quello che avrebbe voluto fare lei.

Mia madre aveva inoltre una voce bellissima: magari l’avessi ereditata! Era proprio “sopranina”, ma da Felizzano fare 15 km per andare in Alessandria a studiare canto sarebbe stato, al suo tempo, un disonore: mia madre era del ’15, figurati!

Io sono nata per caso a Viguzzolo (Tortona) sotto le bombe dei tedeschi, poi siamo sfollati a Desio, e nel ’50 siamo arrivati a Milano dove i miei avevano comprato un appartamentino, come usava allora, con le rate.

Ho fatto la prima e seconda elementare a Desio. Dalla terza in poi, invece, a Milano.

Un giorno venne nella mia scuola un’insegnante della Scala, Anna Maria Bruno, a chiedere se qualche alunna volesse studiare danza. Tornai a casa felice. Nella mia famiglia mia madre fu l’unica entusiasta.

«La ballerina?!». Per mio padre fu un vero scandalo. Senza contare che non c’erano tutte queste entrate. Ma mia madre disse: «Ci penso io!».

La maestra si entusiasmò. Devo precisare che non sono mai stata un genere di ballerina tradizionale. Ero come un grillo, saltavo.

Non ero come la Fracci: ero un maschiaccio, ero ballerina di salto, di carattere, spiritosa, molto brillante. Ero specializzata in intreccio a quattro. Saltavo pin pin come un ping pong.

Dopo un anno in cui lei mi insegnò alle elementari, alla fine della terza andai io alla sua scuola in via Castel Morrone. Era una scuola costosa, ma io le davo lustro, perché la Bruno mi vedeva promettente. Così mi fece dello sconto: aveva capito che in me c’era la stoffa della professionista e che la danza, a differenza delle altre bambine, non la vivevo come un hobby.

E fu sempre lei a consigliarmi di andare, alle medie, alla Scala.

Graziella Porta a Lucca

Che scuole hai fatto?

Elementari, poi l’avviamento professionale. Intanto studiavo francese e inglese, ma non volevo insegnare, nonostante abbia preso il diploma alla British School.

Tornando alla danza, fui indicata dalla Anna Maria Bruno per la Scala. Ci fu una selezione durissima e io fui scelta su 300 partecipanti. Mia madre voleva che io entrassi interna, ovvero che facessi anche la scuola lì.

Pensa: a 10 anni andare alla Scala! Studiai tutta l’estate per fare l’ammissione alle medie. La mia mamma non era però disposta a scendere a certi compromessi trovati lungo il cammino, nonostante la maestra Buonagiunta della Scala mi volesse in tutti i modi trattenere: «Non mi porti via la bambina…».

In seguito a questa vicenda ebbi un esaurimento nervoso, come si diceva in quel periodo. Un anno dopo, però…

Che cosa accadde?

Mia madre, per cercare di tirarmi su il morale, mi portò a una festa di Carnevale al teatrino sotto il Circolo dei Motta, vicino al Duomo. Indossavo un tutù. E chi c’era sul palco? Il mago Zurlì (Cino Tortorella, futuro marito della Jacqueline Perrotin, la musicista di Poli) già con il suo abito da paggetto. Lui aveva 28 anni, io 11.

Lì c’era l’insegnante di danza Lucia Cecchini Gallone che mi volle nella sua scuola. «Perché non porta la sua bambina?» chiese infatti alla mia mamma. Faceva lezione in via Ripamonti come in un salotto. Noi stavamo, invece, dalle parti di viale Zara. Si poneva un problema di tram e distanze.

Tornai così dalla Bruno, la ballerina della Scala, molto introdotta, bellissima donna, in via Castel Morrone e vi restai fino ai 18 anni. Da lei andavano Ernesto Calindri, Wanda Osiris e tutta la compagnia a provare. Fu Calindri che mi volle per interpretare la bambina che appare in sogno a Eschilo per L’affaire Eschilo.

Era al Teatro Sant’Erasmo, in via Manzoni, unico teatro circolare d’Italia, buttato giù in seguito per farne un garage. Lo spettacolo faceva parte della rassegna Gialli d’estate. Avevo 16 anni e debuttai proprio con Calindri. Prendevo 3000 lire al giorno, che in un mese facevano 90.000 lire: insomma, guadagnavo più di mio padre che, all’epoca, ne prendeva solo 80.000. Mio padre rimase stupito. Ero diventata la bambina dalle uova d’oro!

Graziella Porta

Intanto gli anni passano e cosa succede ai tuoi diciott’anni?

A diciotto mia madre fece il punto della situazione e mi iscrisse ai sindacati per ballare nelle opere.

Ebbi la mia prima scrittura a Fidenza, per La forza del destino. Noi ballerine chiamavamo questi lavori “le spedizioni punitive”, perché si faceva tutto in tre giorni: prove, lavoro e ritorno a casa. Mi accompagnò naturalmente la mia mamma. Pensa che io ancora usavo la sottoveste e, per pudore, mi cambiavo dietro una porta, mentre le altre ballerine giravano tranquillamente nude…

Qui incontrai la ballerina della Scala, famosa coreografa (aveva lavorato con Zeffirelli e Visconti), Giuliana Barabaschi, amica della Cecchini Gallone e di Poli, che mi disse: «Senti, bambina, tu sei brava, ma sei troppo scolastica, ti devi sveltire». Mi diede questo consiglio: «Fasciati le caviglie, così prendi i soldi e vai dalla Cecchini che ti insegnerà come fare».

Fu così che per andare da Lucia Cecchini Gallone, che ormai non insegnava più in casa, ma in via Meravigli, alla Famiglia Meneghina, uno dei tanti club milanesi, iniziai a prendere il tram.

Ricordo ancora le sue parole: «Tu non devi stare seduta, devi essere su, come se ti prendessero per i capelli e te li tirassero in su, e da lì… voli». Da quella frase capii la tecnica. Mi bastò veramente una sola frase.

Dai 18 anni iniziai così a lavorare. Dai 18 ai 19 e mezzo ero in giro con i balletti delle opere: Traviate, Aide, Forze del destino(Verdi infilava sempre il balletto): andavo dall’Arena di Verona al Bellini di Catania. Conobbi, in quel periodo, tutti i grandi tenori, tra cui Mario Del Monaco in un Sansone e Dalila e ogni mattina, a Catania, andavo a lezione dalla Barabaschi, coreografa dello spettacolo.

Tornata a casa, la Cecchini mi disse: «Oh, finalmente balli da vera professionista!».

Mi parli ora dell’incontro con Poli?

Suona il telefono. È la Giuliana Barabaschi: «Domani vai da Paolo, via Balestrieri 8. Sta cercando una ballerina, attrice, cantante per uno spettacolo».

Soiree e Satie, con Paolo Poli

In che cosa consistette il suo provino?

Poli era rapido e capiva subito se uno aveva doti o no. «Ballerina sei ballerina e lo sappiamo» mi disse. Per la prova di canto chiamò il maestro Armando Celso, che suonava la chitarra, e mi chiese cosa volessi cantare. Risposi: «Summertime». Poi continuò: «Per la dizione conta fino a 10». Io contai con le vocali aperte e le chiuse giuste per merito della direttrice dell’Avviamento professionale che era toscana e che mi aveva scritto delle commediole e insegnato a recitarle.

Naturalmente fui presa. E pensa che Paolo aveva fatto un provino anche alla Wilma de Angelis!

Avevamo diverse affinità, Paolo ed io. Eravamo, ad esempio, entrambi anticlericali, entrambi molto educati.

Simili, quindi?

Ma io non sono colta come Paolo! Lui per me era il mito, il maestro, il genio. E per anni, in un mondo dove tutti si danno del tu, io gli ho dato del lei.

Qual era lo spettacolo per cui venisti scritturata?

Era il Paolo Paoli di Adamov.

Che ricordi hai della Compagnia Paolo Poli?

Sembrava di essere in una grande famiglia, a cui mia madre mi aveva affidata. C’erano Claudia Lawrence (ballerina, attrice, coreografa), la Jole Silvani (attrice felliniana) che mi fece da mamma e io scoprii la meraviglia di questo mondo. Per me ebbe inizio un sogno. Paolo è stato la luce della mia vita, non solo teatralmente, ma anche per i suoi insegnamenti.

Come lavoravate?

Per il Paolo Paoli bisognava cantare in tre lingue: francese, inglese e tedesco.

La Claudia Lawrence ci insegnava il tedesco. Si provava al Teatro Gerolamo di Milano.

Abbiamo fatto nove mesi di tournée col Paolo Paoli, oltre alla novità italiana Mondo d’acqua di Aldo Nicolai sotto l’egida dell’ETI: era – la novità italiana – un modo per avere le sovvenzioni, i rientri dal ministero.

Noi attori viaggiavamo con un baule che era un po’ come portarsi dietro l’armadio di casa, perché la stagione era lunga. Poi avevamo le valigie e, per gli spostamenti in treno, Paolo ci pagava sempre la prima classe! E quando sui locali non c’era la prima, il capotreno metteva dei tovagliolini per poggiare la testa: ne ricreava così una finta.

Pensa che facemmo tre mesi di debutti in meridione. Era una vita inimmaginabile oggi, perché ogni giorno si imbucavano lettere. Io quelle che scrivevo la sera: per la mamma, la sorella, il moroso.

Ricordo che alla prima romana, al Teatro delle Muse, c’erano Mina, Vittorio Gassman, che all’epoca stava con la Mayniel, Luciano Salce.

Il Paolo Paoli, che aveva debuttato al Gerolamo nel ‘63, finì nel maggio del ‘64 a Piombino dove i miei genitori mi vennero a prendere.

C’è qualche episodio che ricordi in particolare? Qualcosa di divertente?

Le canzoni dalle altre lingue dovevano essere tradotte, perché altrimenti il pubblico non le avrebbe capite. E chi le traduceva? Paolo, naturalmente.

Ricordo che la sera del 3 novembre del ’63, data della morte del Presidente Kennedy, debuttammo a Brescia con Mondo d’acqua, la novità italiana. Claudia Lawrence partì, per errore, dall’ultima battuta della commedia. A tutti prese un riso nervoso, anche a Poli. Mondo d’acqua fu un delirio. Tutti fummo multati dall’amministratore Margarini.

Com’era Poli sul lavoro?

Paolo Poli era estremamente ligio al dovere, non ammetteva dilettantismi ed era severissimo sia sugli amori, sia sulla disciplina, sia sulla serietà degli attori. In teatro (dove generalmente si guadagna poco) io con lui ho guadagnato, perché era serio, pagava sempre i contributi “veri” e dava paghe adeguate: era un generoso anche a costo di rimetterci personalmente.

Graziella Porta con Paolo Poli

Poi com’è continuato il tuo lavoro?

Nell’estate mi staccavo da Paolo. C’erano i teatri all’aperto. Feci La Tempesta con la Fracci, che recitava per la prima volta, al Belvedere di Firenze. Poi Elena di Euripide con Paola Gassman, Lydia Alfonsi, Franco Graziosi.

Nel ’67 lavorai all’Olimpico di Vicenza in Pedro de Urdemalas di Cervantes con Ernesto Calindri, Checco Rissone e Paola Borboni.

All’inizio, ti confesso, la Borboni mi metteva soggezione, ma poi mi offrii di farle lo smerlo a certi suoi guantini (io so cucire molto bene: mia madre era sarta) e da quella volta lei non andò più a cena con gli altri attori, ma aspettava «la Porta».

Nel ’64, a settembre, ritornata con Poli, fu la volta de Il Candelaio, tratto da Giordano Bruno, seguito da Il diavolo (quello che ispirerà in televisione, nel ’70, il programma Babau). C’erano sempre Claudia Lawrence, Jole Silvani, Armando Celso e, per la prima volta, Maria Monti.

Maria Monti e Paolo cantavano canzoni anarchiche: erano bravissimi!

Nel ’65, oltre alla ripresa de Il Diavolo, fu la volta di Un Milione, tratto da Sergio Tofano. Io facevo sia la bella Arianna sia il cane. Paolo mi disse che in precedenza quest’ultimo era stato interpretato dalla moglie dello stesso Tofano. Lui ne rimase commosso e sulla foto di scena, in cui sono vestita da cane di Bonaventura, mi scrisse questa dedica: «Vorrei avere avuto un cane come lei, Graziella. Sto». Eravamo sempre con la Claudia Lawrence, la Jole Silvani e con Armando Celso che, oltre a cantare, ci accompagnava con la chitarra. Inoltre c’era un’orchestrina di donne.

Maria Monti, che avrebbe dovuto essere la protagonista, abbandonò la compagnia. Poli dovette fare altri provini per sostituirla. Ne fece uno anche a Gabriella Ferri, ma la trovò «troppo romana». Alla fine fu scelta Lily Tirinnanzi.

Rimasi con Paolo fino al ’66. Poi ci ritrovammo nel ’72 per il Soirée Satie, ancora con la Jole Silvani, e nel ’74-’75 per Femminilità con la Jole Silani e Lucia Poli, sorella minore di Paolo.

Cos’altro hai fatto con Poli?

Ho fatto il Festival dell’Operetta a Trieste proprio per merito di Paolo che, con la solita generosità, disse: «Largo ai giovani». «Io l’operetta?» pensai. Non volevo farla, perché, per la mia esperienza, era peggio dell’avanspettacolo. Telefonai a Paolo che mi rincuorò: «Hanno chiesto a me di farla e io proposto di scritturare te. Ricordati che a Trieste sono bravi: sono asburgici, fanno le cose come si deve». Perché io chiedevo sempre consiglio a Paolo per ogni offerta di lavoro. Gliel’avevo chiesto anche per la mia partecipazione a quella Canzonissima che poi non feci e lui mi aveva consigliato di accettare. Fu, in ogni caso, quello di Trieste, un percorso meraviglioso.

Lavorai lì dal ‘70 al ‘79. Miei compagni furono il grande Aldo Fabrizi (nel Cavallino Bianco), Sandro Massimini, Tony Renis, Gianni Magni dei Gufi ed Elio Pandolfi, oltre, naturalmente, ad altri. Nel ’74, poi, Poli fece la regia della Contessa Maritza di Kalman e chiamò come comico Leopoldo Mastelloni, che io già conoscevo, e me come soubrette.

Qual è stato il tuo rapporto con la televisione?

Fu merito ancora una volta di Paolo anche il mio primo programma alla TV, nel ‘64. Si chiamava I Tarocchi, ed era con Lina Volonghi ed Enrico Viarisio. Paolo era stato scritturato per tutte le puntate. Fu lui a dire: «Io ho la mia partner, si chiama Graziella Porta e vorrei lavorare con lei». Riuscì a farmi fare due puntate, perché poi gli affiancarono Ombretta Colli, bella ragazza, ma meno adatta al suo repertorio.

Poi feci le fiabe per la TV dei ragazzi, sempre con Poli: facevo la Principessina e in una favola la mia canzone fu doppiata da Mariangela Melato! Mi fecero bionda per quel ruolo e da lì bionda rimasi.

Ho fatto inoltre Le storie di Ninetta, dove facevo una nonna con la nipotina e altri personaggi.

Nel ’68 avevo conosciuto Leopoldo Mastelloni a Napoli, dove ero stata scelta da Gino Latilla come “talento della Lombardia” per lo spettacolo televisivo Disco verde che doveva lanciare, appunto, nuovi talenti italiani.

Nel ’75 fui di nuovo in Rai con Vito Molinari, a Milano. Molinari, per lo spettacolo del sabato sera, volle me e Paolo per la coppia di Claretta e del bel Sigismondo nell’operetta Al Cavallino Bianco.

Poi nel ’79, che fu la mia ultima volta televisiva in Rai, feci, sempre per la TV dei ragazzi, Il dirigibile con la Maria Giovanna Elmi e Mal dei Primitives! Facevo il clown Gelatina, che era tipo lo Sbirulino della Mondaini. Il mio costume lo aveva fatto la Bonizza Giordani, figlia dello scrittore e politico Igino e sorella di Brando Giordani, autore di Odeon, spettacolo di grande successo televisivo degli anni ’70.

Il ’73 fu un anno particolare per te.

Il ’73 avrebbe dovuto essere il “mio” anno. Cercavano una soubrette per Canzonissima. Ne cercavano una alla portata delle famiglie italiane. Dopo la Carrà e la Goggi, ne volevano una più spiritosa come la Mondaini, la Delia Scala. La giornalista Natalia Aspesi fece il mio nome a Pippo Baudo con cui avevo già fatto in televisione Settevoci. Baudo venne a Trieste con gli autori della trasmissione, Paolini e Silvestri, e fu contento. Il gioco era ormai fatto e subito si sparse la voce. Articoli, ricerca di foto, complimenti (persino dai portieri degli alberghi). Cose sconvolgenti, che ti stravolgono la vita. Poi, ci fu una telefonata e, per vari motivi indipendenti dalla mia volontà, non la feci. Pensa che mi avrebbe cambiato la vita a livello di popolarità. La vita artistica, però, me l’aveva, in assoluto, già cambiata Poli.

Così, dopo due piantarelli, tornai contenta a lavorare in teatro con Marco Messeri col quale avevo già collaborato.

Raccontami di Marco Messeri.

Nel ’69 Paolo Poli aveva fatto la regia di Brasile di Juan Wilcock. Qui avevo conosciuto Marco Messeri. Messeri era iscritto alla scuola del Piccolo Teatro che doveva ancora finire: non poteva quindi andare in giro a fare spettacoli, non poteva usare il suo nome. Si era dato così un nome “d’arte”: Marco Brozzi. Marco non ha mai finito la scuola del Piccolo come invece Maurizio Nichetti, Maurizio Micheli e Riccardo Peroni: era già geniale di suo! Nello spettacolo diretto da Poli c’erano anche la Lawrence e Gero Caldarelli (il gabibbo televisivo). Eravamo solo in quattro, ma fu uno spettacolo molto carino, con una piccola tournée durante la quale Marco mi raccontò che Lucia Poli era stata sua insegnante a Firenze ed era stata lei che lo aveva presentato a Paolo. Mi disse poi di aver scritto delle pièces e mi propose, per l’anno successivo, di fare qualcosa per lui. Feci così Scherzo di mano scherzo di villano che raccontava la storia di Sant’Oliva a cui avevano tagliato le mani. Marco faceva tutto: dai testi alle musiche.

Nel’69, quindi, in Brasile, diretto da Poli, ebbe inizio tra Marco e me un grande sodalizio artistico, una bella amicizia e anche un po’ d’amore… fino al ’74.

Lavorammo con Marco anche al Refettorio di Roberto Brivio (uno dei Gufi), dove in una stagione si facevano diversi spettacoli (io avevo già fatto cabaret con Franco Nebbia nel ’67, nella storica sede di via Canonica dove, fra gli spettatori, veniva spesso Umberto Eco).

Con la regia di Brivio facemmo anche I tre Moschettieri. Per la parte di Aramis venne scritturato Nunzio Filogamo, memorabile conduttore radiofonico e televisivo. Era un Aramis un po’ anzianotto. Io, che amo cucire, gli feci la parrucca da Aramis con boccoli di lana. Si recitava al leggio, come se fossimo alla Rai. Marco faceva D’Artagnan. Quando Filogamo seppe che stavo con Marco, mi disse: «Una volta le soubrettes avevano l’industriale, il re, facevano le mantenute… e tu, invece, col Marco Messeri!». Gli risposi: «Ma io sono di un’altra epoca!».

Mi invitò mille volte ad andare a trovarlo, quando finì in una casa di riposo. Io avrei voluto, ma non guido e non trovai nessuno che mi accompagnasse.

Quando conoscesti Benigni?

Nel ’73, dopo la mancata Canzonissima, feci con Marco Messeri il Bertoldo Azzurro. Testo di Marco ripreso dal Bertoldo di Croce e dall’Angelo Azzurro di Heinrich Mann, con musiche sue. I costumi li facemmo Marco, la mia mamma ed io.

Ci fu, come sovente succede in teatro, la défaillance di un attore. Marco mi disse di averne uno sotto mano, visto lavorare alla Casa del Popolo di Prato. Lo incontrammo nella villetta della nonna di Marco, a Firenze. Quando lo vidi rimasi sconvolta: aveva una giacchetta grigia di una tristezza! Mi resi subito conto, però, che era bravissimo. Roberto fu sempre molto carino con me: mi portava ogni volta un regalino. Una volta persino un coniglio, di nome Pippo, che fui costretta a lasciare alla mamma di Marco.

Devo aggiungere che in scena né Marco né Roberto rispettavano l’ordine esatto delle battute e fu così che anche io imparai a improvvisare. Fu uno spettacolo di grande successo il Bertoldo Azzurro e parlarono di noi tre (Messeri, Benigni ed io) come dei nuovi Gobbi (la famosissima compagnia con Franca Valeri, Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci).

Poi venimmo scritturati da Lucia Poli per Le metamorfosi di Ovidio. Facevamo molti spettacoli nelle scuole, come usava negli anni ’70.

Le nostre strade in seguito si divisero. In un primo tempo perché Giuseppe Bertolucci, all’epoca fidanzato di Lucia Poli, aveva proposto ai due “maschietti” di fare delle comiche. La cosa non si realizzò. Marco partecipò invece al programma televisivo Non stop. Benigni debuttò nel monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, scritto per lui da Giuseppe Bertolucci, fece in seguito Televacca con Carlo Monni e… non si fermò più!

Torniamo alla televisione. Hai lavorato solo in RAI o anche in televisioni private?

Nell’80 Enzo Tortora mi chiamò ad Antenna 3 che in quegli anni era come gli studi di Las Vegas. Antenna 3 era a Castellanza, verso Legnano. Mi accompagnava mio padre e mi aspettava in macchina con un libro. Lavorai sei mesi. Pensa che il primo talk show l’ha fatto proprio Tortora e non Costanzo. Era Aria di mezzanotte e io conducevo insieme a lui. C’erano interviste a politici, poi avevo un mio numerino in cui cantavo canzoncine degli anni ‘20. Eravamo in tre: Tortora, il maestro Mancini ed io. Si lavorava molto, ma in modo estremamente piacevole.

Poi fu la volta di Nanni Svampa (uno dei Gufi)a Canale 51 con cui feci il programma Osterie Milanesi.

Per Canale 5, negli anni ’90, ho partecipato a due serie per ragazzi con Cristina D’Avena tra cui Cristina, l’Europa siamo noi. Poi, tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000, ho interpretato la portinaia in Finalmente soli diretto da Francesco Vicario, figlio di Rossana Podestà.

Dimenticavo che prima dell’80 avevo fatto anche della radio, sempre con Paolo e la Jole Silvani. Nell’81, dopo sette anni di convivenza, mi sono sposata.

Quali personaggi del mondo teatrale milanese hai conosciuto?

Tanti ed erano tutti estremamente carini con me, tutti mi apprezzavano molto. Ti faccio due nomi: Enzo Jannacci che disse che rimanevo sempre uguale nonostante il trascorrere degli anni e Giorgio Faletti che, parlando con un collega, mi definì “straordinaria” nel fare cabaret e, aggiunse, che tutti erano innamorati di me!

Come sei approdata al doppiaggio?

Mia sorella era morta e io volevo stare a Milano vicino ai miei genitori. Ho rinunciato così alla carriera. Senza contare che mi ero sposata e avevo messo su casa. Ebbi poi un attimo di smarrimento: «E adesso cosa faccio?». Feci due telefonate e iniziai il nuovo lavoro. Comunque il doppiaggio lo avevo già fatto con la pubblicità.

Che pubblicità hai fatto?

Avevo iniziato da ragazzetta. Quando ballavo ancora. Lavorai per la Nestlé insieme a Fausto Cigliano e Joe Sentieri: facevo una delle ragazze cioccolatino nei Carosello.

Poi feci acque Crodo, camomille Montania, oltre a una serie con Johnny Dorelli e un’altra con Enza Sampò per la Singer.

Ho fatto dei Carosello persino con registi del calibro di Luigi Magni e di Ermanno Olmi!

Arrivai a pubblicizzare ventidue prodotti in un anno, dal pomodoro al caffè, fino all’ultima pubblicità, nell’84, quella dello Svelto, dove si giocava sull’equivoco che ad aiutarmi a tenere la casa pulita fosse un amante, qualcuno che nascondevo nell’armadio. L’amica incredula infatti mi chiedeva: «Ma Carlo lo sa?» e a quel punto rivelavo l’arcano: dall’armadietto della cucina prendevo la confezione del prodotto…

Nel 1984 chiusi con la pubblicità visiva.

Torniamo al doppiaggio che è la tua attuale attività.

Io mi sono sempre lanciata nelle cose.

Riguardo al doppiaggio ho doppiato tutto. Nei film d’animazione I Flintstones e in Sailor Moon S – The Movie sono mie le voci di Wilma Flintstone e la voce di Luna.

Nei cartoni animati sono la voce di Piggy dei Muppet Babies (di cui ho inciso anche la sigla), della Lucy di Charlie Brown, dell’Olivia di Braccio di Ferro. Nella serie Sailor Moon sono la gattina Luna, in Memole dolce memole la Piui, e un topino in L’Incantevole Creamy.

Poi ho doppiato tutte le telenovelas del mondo! Per diciott’anni ho dato la voce al personaggio di Vanessa Chamberlain in Sentieri (doppiava anche Lella Costa, pure lei alessandrina e spiritosa, con cui mi trovai sempre in sintonia), perché la mamma di Berlusconi ne era fanatica. Morta la mamma, perso il lavoro! Ma poi ho doppiato il doppiabile: Una vita da vivere, Terra nostra, Vento di passione

Per anni ho dato la voce ne I Jefferson, che si possono vedere ancora su Sky, al personaggio di Helen Woodroow Willis, la vicina di casa nera sposata con un bianco, nella irresistibile sitcom che ha per protagonisti una coppia di afroamericani.

Feci anche un provino (anche nel doppiaggio si fanno provini!) su diversi personaggi per Tiny Toon, serie televisiva d’animazione statunitense, e prima collaborazione tra la Amblin Entertainment di Steven Spielberg e la Warner Bros. Animation.

Mandarono “le voci” (dovevano scegliere fra tre attori diversi per ogni personaggio) in America. Tornò il responso: «The best italian voice we have heard is Graziella Porta». Pensa che mi scelsero per i quattro personaggi: la coniglietta, la puzzoletta francese, il maiale e l’uccellino. Ma non era possibile farli tutti: per questione di turni e per dar modo anche ad altri di lavorare. Così l’uccellino fu doppiato da Marina Massironi e il maiale da Veronica Pivetti. La coniglietta protagonista, la Baby Bunny, e un personaggio minore, la puzzoletta francese, rimasero invece a me.

Cinema?

Nel 2009, sempre per Canale 5, ho fatto il film/tv, Piper, con la regia di Carlo Vanzina, in cui facevo la madre di Patty Pravo, interpretata da Martina Stella.

Era divertente parlare triestino con la Carol Alt (nel ruolo della madre di un amico della Patty) che parlava inglese.

Nel bilancio della tua vita lavorativa, visto che hai lavorato molto e in ambiti diversi, di cosa senti maggiormente la mancanza?

Non ci sono dubbi: del teatro, di un certo teatro che non esiste più, come quello di Paolo Poli.

Graziella Porta a Milano, S. Maria delle Grazie

 

 

Le foto riportate sono di Mariapia Frigerio 

 

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