Roberto Barbolini: Vampiri conosciuti di persona

Roberto Barbolini

Proseguiamo con la presentazione dei nuovi libri di alcuni tra gli autori italiani più rappresentativi, riportando un brano tratto dall’ultima opera narrativa di Roberto Barbolini, Vampiri conosciuti di persona, fresca di stampa per le edizioni La Nave di Teseo.

Come si legge nella quarta di copertina, i vampiri di Roberto Barbolini “sono i protagonisti dei suoi incontri più formidabili: aneddoti e avventure che si srotolano dall’appennino modenese al confine ungherese, dalla seconda guerra mondiale alla Transilvania, fin quasi a sfiorare la soglia dell’aldilà. Una caccia al tesoro improbabile attorno a un misterioso Stradivari; un simpatizzante nazista circonciso; il grande calciatore Puskas esule dalla sua Ungheria su una spiaggia di Bordighera; un viaggio di lavoro in Transilvania che si trasforma in una vera e propria caccia al vampiro. Per tacere della sfida alle sempre incombenti insidie del Dottor Morte. Vampiri conosciuti di persona è un romanzo per frammenti, stupori e visioni, immersi nel fiume ironico e surreale della scrittura di Barbolini”.

Vi lasciamo alla lettura del brano con Christopher Lee, ringraziando Autore ed Editore per la gentile concessione.

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                                       Martedì, 7 luglio 2009, mattina

  «Sono Dracula e vi do il benvenuto nella mia casa, signor Harker. Entrate. L’aria della notte è fredda. Avrete bisogno di cibo e di riposo».

 

Nel romanzo di Bram Stoker il conte Dracula non somiglia a Christopher Lee. E neppure a Bela Lugosi. Pochi lo ricordano, ma sfoggia un paio di lunghi baffi bianchi: il suo viso, annota Harker nel diario, è «clean shaven save for a long white moustache». Questo particolare fisiognomico è scomparso in tutte le versioni cinematografiche di cui serbo memoria. Ma l’iconografia riguardante Vlad III Ţepeş  lo mostra sempre con un paio di lunghi baffi scuri che tagliano la sua feroce faccia di caucciù. Così appare tanto nell’incisione sul frontespizio del manoscritto quattrocentesco Dracole Waida riprodotto anche sul web, quanto nel ritratto conservato nel castello di Ambras, o nel francobollo celebrativo emesso dalle poste romene nel 1976 durante la dittatura di Ceausescu. Lo sguardo nero e fisso, l’espressione rigida lo fanno assomigliare a una polena, o a un legno per impalare che abbia assunto inopinatamente fattezze umane. 

Non c’è dubbio: Stoker sapeva bene a che modello ispirarsi per il suo pallido e irsuto conte transilvano che poteva volare come un pipistrello, comandare ai lupi e alla nebbia, guidare schiere di topi, plagiare lo zoofago Renfield e sedurre le proprie vittime col fascino perverso di chi ha conosciuto i muschi della tomba e ha saputo trasformarli in essenze immortali.

Per Christopher Lee, l’indimenticato Dracula della serie Hammer, il ruolo si è trasformato in una maschera di ferro che l’ha perseguitato per tutta la vita, e forse oltre.

«Vorrei puntualizzare che fare il vampiro ha costituito solo una minima parte della mia carriera» precisa accorato in una lettera scritta in inglese di cui possiedo copia, datata 12 aprile 1999, mentre ringrazia il sindaco di Modena per avergli concesso la cittadinanza onoraria in qualità di discendente per parte di madre dalla nobile famiglia Carandini.

Ricordo bene la sera del ricevimento per la consegna ufficiale delle chiavi. Elegante, aristocratico, altissimo – a settantasette anni suonati misurava ancora un metro e 93, solo tre centimetri in meno rispetto a quando era Dracula- Sir Christopher Frank Carandini Lee dominava con la sua presenza la sala affollata d’invitati. La sua voce ben modulata, da baritono dilettante, era fascinosa e autorevole. Parlava bene l’italiano, scandendo con cura le parole. Il suo lessico appropriato ma leggermente fuori moda, un po’ da libretto d’opera, accentuava l’impressione che venisse da un altro secolo.

Nessuno sembrerebbe più lontano di quel gentiluomo raffinato da Vlad il re degli impalatori, il truce voivoda valacco verso la cui casa natale ci stiamo dirigendo in pellegrinaggio come pinzochere a Medjugorje. Ma c’è il fondato sospetto che il Dracula  storico abbia goduto di cattiva stampa.

In realtà Vlad Ţepeş era un principe cristiano molto ammirato da papa Pio II Piccolomini, che lo vedeva come il condottiero ideale nella lotta contro i Turchi in nome di Santa Romana Chiesa. Il papa umanista e il voivoda disumano erano fatti per intendersi: Vlad fu infatti l’unico sovrano europeo a rispondere concretamente all’appello di Pio II per bandire una crociata contro i Turchi. «È un uomo di corporatura bella e grande e il cui aspetto sembrava adatto al comando. Negli uomini spesso, a tal punto, differisce l’aspetto fisico dall’animo» si rammaricherà il papa nei suoi Commentarii.

Di certo i massacri e le crudeltà inimmaginabili che si attribuiscono a Vlad non sono soltanto leggenda, o il frutto di un’interessata propaganda politica da parte di avversari non meno feroci di lui. Eppure, mentre io e Diego infiliamo una delle strette viottole circondate da botteghe che salgono faticosamente alla città vecchia, non posso fare a meno di pensare che il Figlio del Drago non è poi tanto diverso da un Borgia o da qualsiasi altro principe rinascimentale per il quale il fine giustifica i mezzi. Dev’essere per questo che Vlad, machiavellico a sua insaputa, ha tagliato tanti nemici a metà (…)

Qui a Sighişoara (…) il vampiro è di casa dappertutto e non gli passa neppure per la testa di traslocare nella City o a Wall Street, per mescolarsi con gli speculatori e i capitalisti suoi emuli che Karl Marx -vampirizzando l’intuizione di Voltaire- stigmatizza in Das Kapital (libro I, capitolo ottavo): «il capitale è come un vampiro, il capitale è lavoro morto che succhia sempre lavoro vivo e più ne succhia più si ricostituisce».

Dall’insegna del ristorante Casa Vlad-Dracul, dai boccali di birra, dai cavatappi, dalle magliette e dai portachiavi-souvenir, dai poster e dalle cartoline, Vlad Ţepeş sogghigna senza ritegno. Il destino che l’ha trasformato da succhiasangue a succhiasoldi, come si conviene a ogni attrazione turistica che si rispetti, deve solleticare un bel po’ i sarcasmi d’un voivoda valacco del quindicesimo secolo.

Ma siamo proprio sicuri che il vecchio Figlio del Drago si stia divertendo? Quando dico a Diego che sfidando il sense of humour rumeno, di cui ignoro totalmente la portata, ho intenzione nonostante tutto di evocare davanti al pubblico la mia vecchia immagine d’un Dracula da Rotary Club, perché crea un ponte tra la banalità del male rappresentata dal vampiro e la banalità del bene impersonata dai rotariani, gli occhi del voivoda stampato sulla polo di mio figlio, forse per un movimento improvviso dei suoi magri pettorali, sembrano animarsi, trafiggendo come spilli.

«Chissà come la prenderanno bene…» mi consola, beffardo, il sangue del mio sangue.

Come al solito ha centrato il punto. E tuttavia quell’immagine d’un Dracula very british, vestito elegante come m’era capitato di vedere solo Christopher Lee nella mia città d’origine, la sera in cui Modena consegnò le sue chiavi nelle mani del vampiro, non era dopotutto così incongrua; né lo è la dantesca ritorsione che ora sta per gettarmi -goffo e inesperto Van Helsing- tra le affabili grinfie transilvane d’un branco di rotariani famelici.

  I primi soci sono già arrivati. Mentre varco la soglia del Four Star Sighişoara assieme a Vittorio, che mi farà da interprete, non posso trattenermi dal rimpiangere con tutto il cuore –mai l’avrei creduto possibile- la triste e generosa Milano.

«Non ci verrai mica a raccontare le solite banalità sull’aglio e il crocifisso, vero?» sogghigna amichevole il mio interprete. «Mi raccomando: ci devi stupire!»

Già, come se fosse facile: questi qui le vecchie storie sui vampiri le conoscono tutte.

In pochi minuti la sala s’è riempita, non è rimasto neppure un posto vuoto. Seduto al centro del tavolo a ferro di cavallo nella sala convegni dell’Hotel Sighişoara, mentre m’impappino nei ringraziamenti e per l’emozione sbaglio perfino il nome di Vittorio, chiamandolo chissà perché Antonio, attorno a me vedo solo vampiri grassi come quelli che abitano dalle nostre parti. Un certo Silvano Freddi giura d’averli incontrati veramente. Dice che i maschi pesano un quintale e le femmine hanno cosce da toro, ma secondo lui non c’è troppo da spaventarsi, perché i vampiri emiliani sono buoni. Bevono lambrusco, cercano spalla cotta da mangiare e, al massimo, vanno a rubare le fette biscottate nei supermercati.

D’accordo: questo Freddi dev’essere un po’ svitato, altrimenti non sarebbe amico del mio amico Somenzari. Ma a sostenere la tradizione del vampiro grasso c’è fior di studiosi. Già nel 1811 il linguista tedesco Johann-Christoph Adelung connetteva la parola Vampir a termini slavi e germanici che indicano il pancione di un obeso. E il folclorista Paul Barber ci assicura che se un vero vampiro bussasse alla nostra porta ci troveremmo davanti «uno slavo grassoccio con le unghie lunghe e la barba ispida, gli occhi e la bocca spalancati, la faccia gonfia e rubizza».  Vampiri overweight, aggiunge il dotto Tommaso Braccini, sono tanto il vrykolakas  greco dotato d’un aspetto più florido dei vivi, quanto il tympaniaios, che significa letteralmente «gonfio come un tamburo».

L’impatto sul nostro immaginario non è da poco. Provate a figurarvi Oliver Hardy al posto di Klaus Kinski dai lunghi canini, come appare nel Nosferatu di Werner Herzog, e rischierete di rovinare quelle nostre belle paure che il genere horror, fingendo di assecondarle, ha invece il compito di esorcizzare. Paure sociali come quelle che ottenebravano l’intelletto superstizioso dei greci ortodossi che nel corso del Medioevo, temendo del pari eresie e pestilenze, hanno piano piano costruito il mito del vrykolakas. Le cui origini (cito a braccio Braccini) risalgono fino a Giuda il traditore.

Il non-morto, questo outsider dell’aldilà, non vuole saperne di starsene buono nella tomba e in vario modo viene a tormentare noi, supposti viventi. Ma al tradizionale prelievo sanguigno i grassi vampiri del folclore pare che preferiscano cibi più solidi e gustosi: vino, frutta, verdura (soprattutto fave), pane e latte. Sono vampiri ingordi, come quelli conosciuti di persona da Silvano Freddi.

Sì, però… come glielo vado a dire, ai rotariani di Sighişoara concittadini di Vlad l’Impalatore, che il vero vampiro non nasce in Transilvania, dove Stoker ha collocato il sinistro castello di Dracula, ma in Grecia? Anzi: precisamente nella Grecia insulare d’ una celebre ode  del Foscolo, uno che di Sepolcri se ne intendeva sul serio. Tanto che, con la ben nota prescienza del futuro di chi scrive ex post, già tremo per mio figlio: due o tre anni dopo questa nostra gita in Transilvania Diego andrà infatti in vacanza proprio a Zacinto, terra di vampiri.

 

Come se Modena fosse diversa…

Tanto varrebbe organizzare un gemellaggio. Perché no? Se sopravvivo a questi nosferatu transilvani, implacabili dissanguatori di salsicce, giuro che ne parlerò con il mio amico Claudio Vergnani. Uno che, come me e Vittorio, non si è mai lasciato convincere dal tripudio di zamponi e tortellini, di lambruschi spumeggianti e rosse Ferrari rombanti che formano l’iconografia pubblicitaria della nostra città natale.

Per noi la vera Modena è sotterranea e spettrale: un’autentica città di vampiri. Altro che Sighişoara…

Per rendersene conto non c’è neppure bisogno di aggirarsi nottetempo dalle parti del cimitero di San Cataldo, dove i colombai dai tetti azzurri architettati con pietas razionalista da Aldo Rossi non appaiono meno inquietanti delle sculture funerarie e delle strutture neoclassiche troneggianti nella parte vecchia. Sarebbe davvero troppo facile scoprire l’anima gotica della città andando per cimiteri. Basta invece aggirarsi d’inverno sotto certi portici malinconici del centro storico invasi dalla nebbia, o in qualche anonimo vialone periferico d’autentica desolazione post-umana.

A Modena Claudio ha ambientato una trilogia vampiresca di oltre millecinquecento pagine, gonfiando il suo muscolo scrittorio come per gioco ama fare coi bicipiti ben allenati, memori dei suoi indisciplinati trascorsi di soldato in Libano. Nell’episodio finale della saga, sfrenata mescolanza neoromantica di sublime e di trash, Claudio fa combattere i suoi sgangherati e violenti ammazzavampiri, sboccati nipotini modenesi del professor van Helsing, nientemeno che contro Lord Ruthwen, il protagonista del Vampiro pubblicato da John William Polidori nel 1819.

Nel sequel datogli l’anno dopo dal poligrafo francese Charles Nodier, Lord Ruthwen –capitato a Modena sotto falso nome- riesce a sposare e a dissanguare la figlia del duca prima d’essere finalmente smascherato. Trafitto al petto da un colpo di spada, sembra sistemato una volta per tutte, ma un morbo sconosciuto continua a mietere vittime tra le belle di Modena. «Il genio del male non muore mai con il delitto che compie, e tale è l’orribile privilegio d’un vampiro» osserva il redivivo Aubrey che, riemerso dal racconto di Polidori, ha inseguito Ruthwen per mezza Italia. Finalmente viene deciso di aprire la tomba dove è sepolto il vampiro: «Uno spaventoso pallore copriva il volto dell’odioso cadavere, ma per una contraddizione prodigiosa aveva l’aspetto sanguigno della vita. I suoi occhi scintillanti brillavano di un’espressione spaventosa, lanciando fiamme, e le sue labbra rosse di sangue si agitavano, si muovevano e sembravano pascersi ancora d’un orrendo banchetto» (8). Basterà però cavargli gli occhi e trapassargli il cuore con un ferro incandescente perché la strage delle belle finisca, e nella città estense ritornino la prosperità e la pace. Ma fino a quando?

Pensateci bene: sono quasi due secoli che Modena è stata eletta città del vampiro. Eppure tutti continuano a far finta di niente. Per quanto appaia incredibile, soltanto io e Claudio ce ne siamo accorti.

A parte Christopher Lee, naturalmente.  

 

 

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