Andrea Carraro: Sacrificio

Andrea Carraro

È stata una stagione molto proficua, per la narrativa italiana. Tra i libri tanto attesi del 2017, il nuovo romanzo di Andrea Carraro, Sacrificio, pubblicato per le edizioni Castelvecchi.

Come si legge nella quarta di copertina, al centro della narrazione troviamo “Carolina, una ragazza nel tunnel della droga, e Giorgio, suo padre, editor di una piccola casa editrice romana. Un centro di recupero dal quale la figlia è uscita senza una vera guarigione. La vita che ricomincia come prima, attirata a ogni passo nei vicoli della dipendenza, verso un destino cui niente e nessuno sembra potersi opporre. Solo, impotente, smarrito, Giorgio tenta ogni strada per salvare sua figlia, e in ogni strada, dissestata, sconnessa da una crescente follia, la sua solitudine si fa più profonda, il suo smarrimento più vasto, la sua impotenza più fatale. Cerca rifugio nella fede, e una via di salvezza comincia ad affacciarsi, un’idea di fede oscura, un patto col diavolo…”.

Andrea Carraro, scrittore, è nato a Roma nel 1959. Ha pubblicato i romanzi: A denti stretti (Gremese, 1990), Il branco (Theoria, 1994), diventato un film di Marco Risi, L’erba cattiva (Giunti, 1996), La ragione del più forte (Feltrinelli, 1999), Non c’è più tempo (Rizzoli, 2002) (Premio Mondello), Il sorcio (Gaffi, 2007), Come fratelli (Melville, 2013), Sacrificio (Castelvecchi, 2017) e le poesie narrative Questioni private (Marco Saya, 2013). Ha pubblicato anche due raccolte di racconti, confluite nel volume Tutti i racconti (Melville, 2017).

Riportiamo, per gentile concessione di Castelvecchi Editore, il Prologo del romanzo.

Prologo

La prima volta che vide sua figlia erano le due di notte di una ventina di anni fa, e lei era un meraviglioso putto dentro un lettino della nursery, circondata da altri piccoli che al suo confronto – frignanti e rugosi com’erano – non potevano che sfigurare. Il cesareo l’aveva risparmiata dallo sforzo del parto naturale. Aveva gli occhi aperti e muoveva appena le labbra come un pesciolino. Quando la prese in braccio, tenendole con una mano la testina ricoperta da un velluto di capelli chiarissimi, più sottili della piuma, Carolina si mise a piangere. Allora lui istintivamente le ficcò un dito in bocca e succhiando la neonata si calmò. «Ma sei pazzo, le dai il dito? Qui è tutto sterilizzato!», lo rimproverò sua moglie. L’infermiera invece sorridendo commentò: «Sarà un padre perfetto», e solo allora Giulia, ancora dolorante nel suo letto d’ospedale, smise di guardarlo storto. Dissero che la piccola gli assomigliava, ma questo Giorgio, pur orgoglioso come un qualunque neo-papà del mondo, non riusciva ancora a vederlo, non riusciva a riconoscere qualcosa di se stesso in quella meraviglia miniaturizzata. Qualche mese dopo la piccola si dondolava sulla poltroncina blu della Chicco facendo sbattere rumorosamente al muro della cucina la struttura metallica. Deng, deng, deng. Faceva un baccano del diavolo. A quel tempo produceva tantissima cacca, o almeno questo sembrava a lui, che le puliva continuamente il culetto e le metteva una crema per non farlo arrossare, e solo a quel punto il pannolino schiacciato coi pollici sull’addome. La madre se ne occupava in modo discontinuo per gli impegni in ospedale, e lui quasi le era grato che gli lasciasse quelle incombenze. La notte la stendevano sul fasciatoio verde con gli elefantini azzurri, anch’esso della Chicco, mentre dormiva della grossa e le ficcavano il biberon in bocca, e lei succhiava senza svegliarsi. Era uno spettacolo, Giorgio la copriva di baci sul collo ciccioso e sudaticcio. «E piantala di baciarla con quella barba, vedi come le arrossi le guance!».

È il primo giorno di scuola alle elementari, in mezzo a una fila di marmocchi lungo la siepe curva di alloro del cortile, alta come loro, una sfilza di ginocchiette magre sotto ai grembiulini azzurri, Carolina che si volta e continua a guardare il suo papà e fare ciao con la manina, girata a tre quarti, ogni tre passi tornava a voltarsi, come era struggente quel primo addio! Fu così per anni, ogni mattina all’entrata della scuola si girava ripetutamente, la bimba, e salutava finché poteva con quella faccetta smarrita fino a scolorare dietro i vetri dell’ingresso, e a lui restava in gola un nodo grosso come un bacherozzo, che ci metteva un bel po’ a sciogliersi. La sera le teneva la mano per farla addormentare, seduto per terra accanto al lettino, e quando provava a lasciarla credendola addormentata, la bimba stringeva forte. Le leggeva, cento volte ciascuna, le favole su certi libri illustrati di cartone piccini, squadrati, che si chiamavano librottini, la portava al cinema a vedere i cartoni animati, e alle giostre, al lunapark: «Mamma, mamma, papino mi ha portato sul treno marrone!».

«Sul treno marrone, ma allora è matto!».

La sua vita era cambiata da quando era arrivata lei, vedeva tutto coi suoi occhi, si emozionava con lei: la piccola illuminata dai riflettori, al centro di un palchetto teatrale approntato in un villaggio turistico salentino, nella sua elegante salopette scozzese indossata a nudo, e a lui semiubriaco pareva un cherubino con quei boccoli che le adornavano il viso paffuto e le efelidi e gli occhioni e tutto il resto – con quel microfono fra le mani troppo grosso per lei, che la impacciava e le pesava –, Dio che cos’era sua figlia in quella tutina-salopette che spiccava sulla pelle abbronzata, mentre si esibiva in una specie di quiz a premi assieme ad altri bambini, inanellando una topica infantile dietro l’altra, deliziando il pubblico! E lui che a un tratto, fissando la luce abbagliante di un riflettore, fece con aria ispirata e le lacrime agli occhi, «Dio, come potremo mai ricambiarti, Signore, per il dono di questa piccola bambina? Di questo cherubino, di questo angelo del Paradiso?». Sua moglie, che gli era accanto, in piedi, in mezzo al pubblico, e applaudiva anche lei felice e emozionata per le prodezze della sua bambina, lo guardò strano, e più tardi a letto si svolse fra loro questo breve e spiacevole scambio: «Ma davvero hai cominciato a credere? O lo fai per farmi contenta?».

«Guarda che io non ho mai smesso!».
«Ma come?».
«Non avevo mai sentito il bisogno di dirlo, ecco tutto».
«Be’, non solo, dai…! Neanche ti facevi il segno della croce entrando in chiesa! Le poche volte che ci mettevi piede, guardavi tutti dall’alto in basso, come faceva tuo padre. Di’ piuttosto che quando hai un figlio non puoi più permetterti di crogiolarti nel tuo nichilismo!».

«Che vuoi dire?».

«Credi per lei, per la sua salvezza, questo voglio dire. Tu passi in secondo piano, ecco».

«Hai detto una cosa così brutta!».
«Uh, adesso non cominciare col vittimismo! Non si può più parlare!». «Un momento è il mio vittimismo, un momento il mio nichilismo». Crescendo la piccola gli assomigliava sempre di più e tutti lo dicevano, e lui adesso ci credeva.
E poi ci furono i salti acrobatici sui letti degli alberghi, e i corsi di nuoto tutti i martedì e i venerdì, la bimba accucciata sul blocco di partenza che pareva un ranocchio mentre si tuffava nella piscina, quella piscina che, nella prospettiva capovolta che aveva lui, dalle balconate soprastanti i blocchi, si allargava immensa e insidiosa alle sue spalle come un oceano. Aveva sempre il cuore in gola, quand’era lassù, non riusciva a dominarsi, gli capitò più di una volta di apostrofare severamente gli istruttori, finché alla fine qualcuno gli consigliò di starsene nel salottino d’attesa con un giornale o con un libro. Sicché lui si portava da leggere, oppure osservava gli altri genitori, fin quando gli allievi del corso tornavano correndo negli spogliatoi trovando i genitori pronti ad accoglierli con gli asciugamani spalancati dentro i quali quelle scimmiette infreddolite seminude sparivano miagolando di beatitudine e a lui ogni volta, mentre svolgeva quel compito che gli era così caro, veniva in mente Otto e 1⁄2 di Fellini nei flashback magici e bianchi e luminosi sull’infanzia ferrarese e gli saliva al petto una dolcezza che lo commuoveva fino alle lacrime. E con quello spirito, scomodamente appoggiato sulla panca, cercava di acchiapparle quelle gambette guizzanti per infilarle i calzini o qualche altro indumento.

E ci furono tanti compleanni e tanti Natali e tanti doni e la bimba quando compariva sulla porta-finestra Babbo Natale, interpretato ora da lui ora da uno zio, liberava dei gridolini e si elettrizzava tutta come l’anima di una lampadina.

Il giorno del suo quarantesimo compleanno, mentre le dava il bacio della buonanotte sporgendosi dalle sponde del lettino, la bimba gli chiese: «Ma un giorno morirai anche tu papino?».

Le rispose Giulia, vedendo il marito esitare e impallidire: «Sì, amore, ma fra tantissimo tempo, quando sarà vecchierello vecchierello, non devi preoccupartene adesso!».

L’espressione che fece sua figlia, ricevendo quella notizia, non potrà più dimenticarla. Come se improvvisamente tutto l’universo le fosse diventato intorno buio e ostile, invivibile.

«Non piangere, piccola, tuo padre ha solo compiuto quarant’anni! Eccolo, papino tuo è qui!», provava a consolarla la madre, rimboccandole le coltri. Ma lui sapeva che quel pianto era inconsolabile.

 

Estratto da Sacrificio di Andrea Carraro, Castelvecchi Editore.

© Lit Edizioni 2017. Per gentile concessione

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