Vittorio Orsenigo: Viaggio di nozze e sedazione

 

Vittorio Orsenigo

Vittorio Orsenigo


Dannato Orso,

hai vinto ancora una volta: il tuo libro è arduo, andrebbe letto come tu leggi quelli degli altri, a sbalzi, a piluccamenti, ecc. ma funziona. È la scrittura d’un erede di Sterne e del suo Tristram Shandy, divagante e frastornante fino al crimine nel suo balzare qua e là come un cavallino a dondolo morso da un tafano; una scrittura in cui è facile perdersi, ma anche corroborante ginnastica per le sinapsi. Direi che la tua poetica, e i suoi rischi, sono messi a nudo nella frase:

“Ho un debole per i dettagli essendo convinto della loro ineluttabilità”.

L’importante è non lasciarsi dolcemente naufragare nel loro mare. E quest’ardua salvezza il lettore deve saperla meritare sorbendoti a dosi omeopatiche e non elefantine.

 

Barbo

(Da una mail “confidenziale” spedita  a Vittorio Orsenigo da Roberto Barbolini).

 

VIAGGIO DI NOZZE E SEDAZIONE

1

La sera era delle peggiori. Da ogni parte, dice la tv, gli assassini ci danno sotto. Gente in piazza, scioperi affamati di affamati, mal sottile in ripresa, mal sottile espanso dai polmoni alla politica.

Alle ventuno A decide di vedere ancora una volta con sua moglie T –corre il tempo per i due anziani coniugi – il Kolossal di David Lean, regista che dai sentimenti di due amanti straziati dal fischio di un treno è passato a dirigere Passaggio in India.

Proprio quella sera del 15 novembre 2016 e sempre alle ventuno, la luna si è trovata molto vicina alla terra.  Nel suo astronomico corso pare caderle addosso ma non ci si deve preoccupare: un poco alla volta tornerà ad allontanarsi.

Dal terrazzo dove A e T pranzano nella buona stagione dicendosi fortunati di stare fra Belle di notte, salici e palme nane, il satellite dal volto pieno e il suo angoscioso splendore si vedono a occhio nudo: nello sfondo nero del cielo notturno l’oro in foglia sulla Madonnina è illuminato da lampade di nuova generazione un po’ freddine.

Nel cast del film Alec Guinnes – dicono A e T  per una volta concordi –  è il meno simpatico. Pena e simpatia sono tutte (lacrime imperiali di coccodrillo), per il giovane medico indiano e per i suoi confratelli, in versione singola o generale, quando si presentano quali umane e variopinte formiche di massa.  Pena e simpatia – ha in mente A – inquadratura dopo inquadratura rimbalzano senza farsi del male dal singolo individuo alla sua moltiplicazione.

Data l’età A e T, consapevoli che assistere alla visione di un vecchio film o a un evento naturale hanno in dotazione pesi incomparabili, vorrebbero non perdere né l’uno né l’altro ma, sempre a causa dell’età, e del piacevole calore da termosifone nel quale sono immersi, contro gli zero gradi centigradi presenti sul terrazzo, decidono di spiare la luna a turno.

Uno dei due spia, l’altro resta sul divano: chi è andato in missione all’esterno racconta quel che ha visto della luna al suo ipogeo, chi è rimasto con Alec Guinnes e gli indiani racconta cosa è successo in quei sessanta secondi d’assenza: le grotte, l’eco orribile, le spine dei cactus sul corpo della donna occidentale infestata dalla dolcezza del giovane medico e dalle sculture di deità che si baciano e abbracciano in cento modi nelle sculture erotiche.

La lunga vita trascorsa assieme da A e T, contro la regola generale, non ha ancora generato svogliati appuntamento con cibo, libri e i sassi tondi e bianchi sulla spiaggia che, in vacanza, T, di tanto in tanto raccoglie.  Non lo dovrebbe fare perché sabbia, terra, ghiaia appartengono allo Stato: raccogliendo sassi bianchi ruba allo Stato, alla Collettività che di quei furti non si accorge neppure. In America chi ruba allo Stato, evade le tasse per fare un esempio – va in prigione: non lo condannano a morte, vero, ma il carcere è sempre carcere anche se in cella, al posto dell’antico bugliolo c’è un water con la seggetta di plastica e il rotolo di carta igienica.

Particolare sin qui tenuto alla larga per non cadere nella trappola dei sentimenti: T raccoglie sassi bianchi perché N, il suo unico figlio, è morto. Tornata a Milano li porta al cimitero dove fanno spicco sulla terra nera, spicco armonioso, addirittura elegante.

Grandi viaggiatori sono spesso invitati in televisione e abbastanza coccolati; assieme ai muscolosi ci sono anche dei quasi vecchi: gli spettatori stentano  a crederlo eppure nell’ultima stagione, dando fondo al conto bancario hanno scalato vette dell’Himalaya senza ossigeno pernottando su una cengia, come loro chiamano ogni microbico spazio orizzontale, una piega della roccia dove  rannicchiarsi e guardare l’abisso di sotto diventare, al calar del sole, completamente nero.

Svegliandosi in cengia –  riferiscono –  sollevate le palpebre e di fronte a tutto quel nero credono per un momento d’essere diventati ciechi ma poi sono felici d’essersi sbagliati.

A e T , da veri incoscienti, viaggiano ancora non appena riesce loro di farlo e cioè quando gli esami del sangue, le lastre radiologiche, tac e risonanza magnetica sono – considerata la loro età –  rassicuranti.

A non guida l’auto da almeno quindici anni. T che per tanti anni è stata benissimo al volante e si sarebbe detta pilota di Formula uno, ora guida di malavoglia. Restando sempre nell’ambito delle vetture dice di avere perso ormai la marcia in più che tutti, uomini e donne, le attribuivano. Per viaggiare solo treno e aereo. Il treno, dice T, è noioso, l’Alta Velocità è tale per modo di dire.  Rimane l’aereo di cui, ai tempi del suo lontano  viaggio di nozze con A aveva una gran paura: gli aerei non galleggiano nell’aria ma si fanno sostenere dall’aria con cento trucchi,  che, prima o poi, rivelano la loro misera natura: di punto in bianco l’aereo precipita, tutti muoiono, i giornali e la tv si chiedono se la disgrazia sia imputabile a difetti nella progettazione di quei diffusi mezzi volanti o al classico errore umano alla lunga perdonato: è lì che, semidistrutta, ha trovato rifugio l’antidiluvianapietas.

In aereo si vedono passeggeri che non dovrebbero essere in quel posto dove, subito dopo il decollo, raggiunta la quota di navigazione. le hostess servono tè, caffè, Coca, vino bianco, salatini, dolcetti, mandorle sgusciate lucidissime, anacardi, pistacchi. Nella zona riservata ai passeggeri di lusso, servono anche champagne, i più snob della compagnia lo rifiutano preferendogli un bicchiere di Chianti o di Barbera.

Quando l’aereo è ancora fermo sulla pista, dietro a donne e uomini ancora giovani e in apparenza di sana costituzione s’infilano passeggeri da poche settimane caduti sul marmo di casa: frattura dell’anca con ingessatura ancora fresca, stampelle, mamme senza mariti assenti per ragioni di lavoro, bambini che, non potendo giocare com’erano abituati a fare nelle loro abitazioni, piangono per niente e lasciano presagire una notte di volo frastornante. Se il passeggero malandato deve andare alla toilette rifiuta indignato il soccorso del personale di bordo: quando ha superato il tuo posto lo vedi allontanarsi    di spalle, lento, impacciato, rancoroso.

 

*

Dopo il rinfresco gli ormai antichi sposi sono partiti per Genova, hanno mangiato pesce azzurro in Sottoripa poi, dopo, un amaro per lei e un caffè corretto all’anice per lui, sono andati in collina a Ospedaletti e così A, è tornato da giovane uomo appena sposato  in un albergo dove, negli inverni della mamma giocatrice, lui bambino, aveva conosciuto  la signora Carena che con i bambini ci sapeva fare.  Ogni giorno la mamma e la signora Carena, andavano in carrozzella in carrozzella, sino ai gradini del Casinò di Sanremo, palazzo relativamente sontuoso in cui perdevano molti soldi: le due giocatrici perdenti non sembravano indispettite o in qualche modo rattristate. A ricordava benissimo che si raccontavano molte cose  signorili: dagli abiti lunghi di seta, alle collane di perle sino ai profumi di Caron  a  quei tempi il massimo dei massimi.

Se si fosse trovato fra i niam niam o i mandarini cinesi che parlavano solo il mandarino del tutto privo di profumo si sarebbe trovato meglio. Purtroppo non viveva in Africa o in Cina ma solo con la mamma giocatrice sempre ben vestita che però trattava malissimo i suoi costosi vestiti. In famiglia i soldi non mancavano, di aver riguardo per i vestiti non le veniva mai in mente. C’erano tante altre cose cui pensare. Quel che la mamma e le sue amiche o conoscenti pensavano non assomigliava, neppure alla lontana, a quel che pensavano suo padre, i suoi amici o conoscenti.

I due sposi sono arrivati nell’Hotel de la Reine, mezzo italiano, mezzo francese: il direttore di allora era francese, tutte le ospiti lo chiamavano bocchin di topo pur non avendo proprio niente del topo.

Chi si presentava ora e per un attimo senza dar troppa importanza al loro arrivo era italiano, di Bocchin di toposapeva pochissimo Non l’aveva mai incontrato per via del cosiddetto scarto temporale che li separava e, del resto, per quanto A avesse cercato di portare il discorso su Bocchin di topo lui si era liberato dalla presa con una certa eleganza e ordinato al facchini di portare le valigie degli appena arrivati in camera. Si era poi congedato con un buonanotte che, secondo A, era troppo ricco di sfumature: loro erano appena sposati, lo si vedeva subito, forse, anzi sicuramente, non avrebbero chiuso occhio, dunque, dare la buonanotte a due esseri umani in quella condizione era abbastanza ridicolo.

Educazione, garbo, d’accordo, ma, secondo A, il direttore, pur senza volerlo aveva passato il segno.

Si erano subito spogliati, nel bagno, Riviera o non Riviera c’era un doppio termosifone in piena attività. Stava molto bene solo A, da sempre freddoloso. T, invece, lamentava che, lì dentro si moriva di caldo. Ogni essere vivente deve sempre fare i conti con il suo corpo, qualcosa che gli appartiene più di quanto la casa popolare o il castello appartengano a chi abita in quei posti fra loro tanto differenti. Non aveva in mente le loro precise parole

Man mano che invecchia A prova sentimenti più scoloriti nei confronti delle lussuose dimore e degli alberghi la cui insegna, di recente disegnata dai led, ha tratti violenti: niente carezze di luce ma luci da obitorio o da  inquisizioni. Di mezzo Cia, Kgb, Mossad : la sconfortante sensazione  si allontana solo quando, viaggiando con T,  dorme per una notte in un castello della Toscana o della Borgogna a patto che i nuovi castellani, sotto sotto manovrati dai grandi capitali, non abbiano la faccia tosta  d’invitare l’ospite a visitare le cavità sotterranee dove si possono ancora  vedere le celle dei condannati a morte: anelli di ferro alle pareti, antichi graffiti da pre – esecuzione e, da ultimo, la Sala della Tortura ancor più vasta della Sala da pranzo.

Il Grand’Hotel de la Reine di Ospedaletti, era piaciuto molto al figlio bambino della giocatrice  e,  con balzo non solo temporale, alla sua tarda versione di sposo molto giovane della sua non meno giovane sposa,  una –  dicevano gli amici –  che sembrava promettere molto con selvaggerie varie ma poi niente di veramente proprio e cioè  di carnale quando invece le coetanee come lei costrette dalle Marcelline a fare il bagno con una camicia da notte   per evitare di vedersi nude,  con facce serissime  s’infilavano nei letti di tipi svelti d’ogni età per imparare una materia di cui, data l’educazione famigliare e delle suore, sapevano ben poco.

Della loro profonda ignoranza in materia erano di settimana, giorno e addirittura ora diurna e notturna sempre più consapevoli e così, cercavano di rimediare come bene raccontato dai registi che indagano e illustrano con immagini e suoni i giorni difficili dell’adolescenza che non sta più dentro di sé e ha un gran bisogno, anchemorale, di uscire all’aperto una volta per tutte.

Di qui – diceva mangiando cibo un po’ ligure, un po’ dell’attigua Provenza a sua volta in bilico fra le due attigue cucine, gli aborti per niente spontanei cui le più sfortunate sperimentatrici sessuali, per non farsi prendere a calci dal padre e a perfide parole dalla madre, dovevano sottoporsi in antri segreti dove il medico o la levatrice lavoravano più di bisturi che di consolazione e niente anestesie, troppo pericolose. Di rischi se ne correvano troppi e sui due fronti

 

 

VITTORIO ORSENIGO  Nato a Milano, è regista, scrittore, pittore, studioso delle barriere coralline. Nell’immediato dopoguerra, su invito di Elio Vittorini, aveva curato un ciclo di letture alla Casa della Cultura di via Filo­drammatici e presentato testi teatrali, di Isherwood, Brecht, Auden allora semisconosciuto in Italia.

Del 1950, ospite di Paolo Grassi, le sue regie al Piccolo Teatro della città di Milano per Ubu Roi di Alfred Jarry e Le Mammelle di Ti­resia di Guillaume Apollinaire.

Delle sue messe in scena scrivono Raffaele Carrieri, Salvatore Quasimodo, Roberto Re­bora, Franco Russali.

Nello stesso periodo Carrieri si occupa tanto di Orsenigo-pittore che di Orsenigo­scrittore, presentandolo a galleristi italiani e tedeschi: esporrà a Milano da Guido Le Noci, alla Gallerie 17 di Monaco di Baviera, con Arnaldo Pomodoro, Manzoni, Fabbri, Munari, Baj.

 

Pubblicazioni: (dal 1954)  La demenza di Giacomo, La linea Gotica –  Storie zoppe – 103 storie di seduzione,–Corpo, – Telefono – L’uccellino della Radio–  Vittorio Imbriani, Dio ne scampi dagli Orsenigo & Vittorio Orsenigo, Dio ne scampi dagli Imbriani –  I pizzini di Amblar –  E … venti racconti appena incominciati–  Mulino da preghiera – Il verme solitario e altri animali quasi domestici (con Almansi, Barbolini, Klobas, Pazzi, Pederiali) –  Piuma danzante – Messaggi dal piccolo zoo –Settore editoriale (con prefazione di Giuseppe Pontiggia) –  Visite guidate –  Lettere a Giuseppe Pontiggia –  (con prefazione di Giuseppe Pontiggia) –  Tanti viaggi (con Maurizio Cucchi e Giovanni Mariotti) –  Cosa trovi nell’acqua (con uno scritto di Daniela Marcheschi)  –L’ombra tenera dell’assassino – Jeremias  Gotthelf  e il ragno nero – A Enea Finzi non sparano in fronte. –  Viaggio di nozze e sedazione ( con una nota di Roberto Barbolini).

Lascia un commento