Sui viaggi, sull’osservazione dei corpi celesti e altro

Foto di Luigi Caricato

[di Alberto Guareschi]

(…) e molte volte, poi,

ignorando perlopiù quasi tutto,

dovunque andassi,

dei mondi verso i quali

partivo: se coperti

di pianure, di laghi, o se di sabbie,

scaglie laviche, rovi;

ma, prima di ogni viaggio,

sentimenti fra la trepidazione,

l’impazienza e il timore

di lasciare alle spalle,

in cambio di orizzonti imprevedibili,

sponde rassicuranti

su cui muovere i passi (tra sé e sé

sospettava comunque, il signor Egli,

che qualcosa – vuoi l’ago 

di una bussola o altro – 

dirigesse la rotta a terre incognite: 

l’approdo una certezza

ogni nuovo spuntare

dell’alba) –

              a tratti ricordando

le parole che un greco di Alessandria

aveva dedicato a chi, per mare,

messa la prua verso Itaca,

volesse scongiurare

sia l’ira di Nettuno che gli agguati

di Ciclopi e Lestrìgoni:

“Nulla che vi somigli incontrerai

se rimane elevato il tuo pensiero

e se l’anima e il corpo

sfiorano unicamente

emozioni di pura bellezza…”;

poi, nottetempo, in assenza di nubi,

lo sguardo fisso al cielo,

cercando di afferrare

l’astro più luminoso

fra quelli che da sempre

sono il Piccolo Carro (lo strumento

ideale, pensava, a sorvolare

indenne, senza graffi,

Scilla e Cariddi) –

Infine facendo ritorno,

un viaggio dopo l’altro, al buen retiro

da cui prendevo il volo

senza lasciare veramente mai

quella sponda, ogni volta

sorpreso che malgrado le stagioni

nulla fosse mutato

del paesaggio oltre i vetri,

quasi non consistesse,

la patina del tempo,

che in poche secrezioni di lumache

la cui tracce rigavano

i davanzali (forse, presumeva,

il solo e unico viaggio 

era quello compiuto intorno a un astro 

detto Stella Polare 

che spariva per tempi interminabili    

dai suoi occhi, tornando poi a splendere,                              

la durata di un battito di ciglia,    

immenso nello spazio             

delle pupille)              

 

         

 

Alberto Guareschi (Parma, 1940) vive da quasi quarant’anni a Lucca. Come funzionario e poi dirigente di alcuni gruppi industriali pubblici e privati ha viaggiato a lungo, non soltanto per motivi professionali, in vari paesi e continenti, avendo la possibilità di approfondire nel contempo esperienze e interessi culturali. Nel 1976 è stato fra i fondatori della Pratiche Editrice, collaborandovi per alcuni anni come amministratore e membro del comitato editoriale. Come autore, ha pubblicato tre raccolte poetiche: Verso Cipro (Guanda, 1963), Teatrini del signor Egli (prefazione di Roberto Carifi, Diabasis, 2004) e Stella polare (Passigli, 2016), dalla quale sono tratti i testi qui presentati. Rilevante anche la sua attività di traduttore, in particolare per Guanda, con la curatela della prima edizione italiana del classico tedesco Tesoretto dell’Amico di casa renano di J. P. Hebel (1989). Presso lo stesso editore ha pubblicato una scelta di liriche di F. Hoelderlin, L’Arcipelago e altre poesie (1965), i Ditirambi di Dioniso di Nietzsche (1967), Nel chiosco di Pressel di H. Hesse (prefazione di Giorgio Zampa, 1987) e, dello stesso autore, Giorni di luglio (1990). Di Tony Duvert ha tradotto dal francese i romanzi Recidiva (prefazione di G. Davico Bonino, Pratiche Editrice, 1978) e Quando morì Jonathan (Savelli, 1981). Altre sue traduzioni poetiche da Georges Bataille, Sarah Kirsch e H. M. Enzensberger sono apparse negli anni Ottanta su “Il Raccoglitore, Quindicinale di Cultura” della Gazzetta di Parma, e su “Rassegna Lucchese”. Del 2008 è l’uscita in Italia presso Diabasis, su suo progetto editoriale, del volume Balcone e altre poesie (prefazione di Iosip Brodskij), a cura di A. Niero, dell’amico poeta russo Evgenij Rejn.

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