La poesia è sempre giovane

VI segnaliamo un incontro che si svolge a Roma, a cura dell’Istituto della Enciclopedia italiana, nell’ambito del ciclo di incontri con gli autori.

Il titolo dell’incontro: “La poesia è sempre giovane. Si tratta del terzo incontro, in occasione della presentazione dei volumi di Paolo Febbraro, Poesia d’oggi. Un’antologia (Elliot, 2016) e di Daniela Marcheschi, Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia (Mursia, 2016)

Intervengono i due autori. Introduce e coordina Giorgio Manacorda.

Da segnare in agenda: ROMA, VENERDÌ 27 GENNAIO 2017, ORE 17.30 – ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA SALA IGEA – PALAZZO MATTEI DI PAGANICA PIAZZA DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA, 4

L’isola delle donne

[un racconto di Laura Liberale]

Vieni, oggi ti racconto una storia. Anche se è lontano il tempo in cui potrai capirla.

C’era una donna che spesso, prima di addormentarsi, viveva nel pensiero una sua scena.

In realtà l’aveva già vissuta, ma era stata diversa, così, per poter dormire, la faceva scorrere in un altro modo, un modo che le faceva accelerare il cuore.

Questa era la scena originale: nella sala sono in otto. Fuori comincia a fare chiaro. Otto stomaci che oggi saltano la colazione. Due sono gli occhi che gocciolano senza ritegno. Quattro si sono isolati dietro le palpebre. Due s’agitano con lingua e gambe a un telefono. Due leggono. Quattro si fanno tenere stretti, assieme alle mani, dagli accompagnatori. Due sono quelli della donna che vede tutto questo. Una porta si apre e i nomi cominciano a essere chiamati: che cosa sono questi nomi?, pensa la donna. Qualunque cosa siano, dopo non saranno più gli stessi. Avranno un’altra risonanza dopo essere stati chiamati qui per questa cosa. E per quanto tempo continueranno a essere uditi da chi li porta come annuncio della cosa? Perché è questo che avverrà. Per quanto tempo farà male sentire chiamare il proprio nome? Come entra, così la donna esce, dopo aver consegnato ciò che doveva, e va al posto che le hanno assegnato. E lì, dove sono in tre, fa come dappertutto, da sempre. Fa casa, disponendo con cura le sue cose. Poi indossa la camicia e le calze e aspetta.

La rossa ha ventotto anni, fa la commessa, è sposata e ha due figli. Gliene dice i nomi e l’età come aggrappata a una boa. L’altra ne ha diciannove, convive da poco col suo ragazzo e lavora da una parrucchiera. Lei è in mezzo. La rossa piange ancora un po’. Non c’è altra scelta. Proprio non c’è altra scelta, dice. Per la parrucchiera era troppo presto.

Tocca a lei ora dire delle parole.

Le parole. Non senti come rimandano al mistero? Certo che no, non puoi ancora. Sei solo una bambina. Ti trovi nel glorioso periodo dell’abbuffata. Tutte quelle che ti vengono offerte e quelle su cui t’avventi per caso, sono per te primizie di potenza e consapevolezza. Nomini, chiami, pronunci, e constati il perdurare nelle cose di una corrispondenza. Ti gusti, poi, la meraviglia della voce che scampanella solo per pienezza. Le tue parole non sono braccia alzate o affondate (e scoprirai anche, me lo auguro, questa bizzarra intercambiabilità, nel mistero, di un sopra e un sotto, di un infimo e un sommo) nello sforzo del contatto con l’indicibile. Oh, non mi riferisco al divino. Non solo. Intendo la fatica immensa, che alcuni non riescono a non tentare, di spingere le parole, anche una soltanto, là dove esse non possano più disgiungersi da ciò che vogliono dire. È l’impossibile, il sovrumano, ma qualche volta può sembrare davvero che un poeta ci sia riuscito, che l’abbia tenuta fra le mani la Pietra di Luna. È una leggenda, sai? Una gemma fatta di raggi lunari rappresi ma che proprio alla luce della luna è destinata a sciogliersi. Che l’abbia tenuta fra la mani senza che si sfacesse. Continua a leggere

Insula femeilor

[de Laura Liberale]

(traducerea şi adaptarea în limba română de Raluca Lazarovici Vereş)

Haide, astăzi îţi voi spune o poveste. Chiar dacă e departe vremea când o vei înţelege.

Era odată o femeie care adesea, înainte de a adormi, trăia în mintea ei o anumită scenă.

De fapt o trăise deja, dar fusese diferită, însă ca să adoarmă o derula altcumva, într-un mod care îi făcea inima să bată cu repeziciune.

Scena originală a fost aşa: în salon sunt opt persoane. Afară începe să se facă ziuă. Opt stomacuri astăzi nu iau micul dejun. Doi ochi lăcrimează fără încetare. Patru s-au izolat după paravanul pleoapelor. Doi se agită la telefon cu limba şi picioarele. Doi citesc. Patru se lasă îmbrăţişaţi, cu tot cu mâini, de însoţitori. Doi sunt cei ai femeii care le văd pe toate. O uşă se deschide şi încep să se audă nişte nume: ce sunt numele acestea?, gândeşte femeia. Oricare ar fi, în curând nu vor mai fi aceleaşi. Vor avea o altă rezonanţă după ce vor fi strigate. Şi pentru câtă vreme va continua să răsune ecoul anunţului în urechile celor numiţi? Pentru că asta se va întâmpla. Cât timp va fi dureros auzul propriului nume? Aşa cum intră, femeia şi iese, imediat după ce a înmânat ceea ce trebuia şi merge la locul care i s-a indicat. Iar acolo, unde mai sunt două ca ea, face cum a făcut mereu. Se desfăşoară ca la ea acasă, aranjându-şi cu grijă efectele personale. Apoi îşi pune halatul şi ciorapii şi aşteaptă.

Roşcata are douăzeci şi opt de ani, e vânzătoare şi are doi copii. Le spune numele şi vârsta ca agăţată de o geamandură. Cealaltă are nouăsprezece ani, trăieşte de curând cu cineva şi este coafeză. Ea stă între ele. Roşcata mai plânge puţin. Nu este alternativă. Chiar nu este niciuna, zice. Pentru coafeză era prea devreme.

E rândul ei să spună câteva cuvinte.

Cuvintele. Nu auzi cum ele te trimit la taină? Sigur că nu, nu poţi încă. Eşti doar o copilă. Trăieşti epoca glorioasă a îmbuibării. Toate câte ţi se oferă şi spre câte te avânţi din întâmplare sunt trufandale de forţă şi înţelepciune. Dai nume, spui pe nume, pronunţi nume şi constaţi corespondenţa lor cu obiectele. Savurezi apoi clinchetul minunat al vocii care răsună din preaplin. Cuvintele tale nu sunt braţe înălţate sau cufundate (şi vei descoperi, aşa sper, acea bizară înlocuire a ceea ce e deasupra cu ce e dedesubt, a infimului cu măreţul) în căutarea atingerii inefabilului. Ah, nu mă refer la divinitate. Nu numai. Vreau să spun efortul imens pe care unii nu pot să şi-l stăpânească, de a împinge cuvintele, fie şi numai unul, acolo unde nu se mai deosebesc de ceea ce vor să spună. Este imposibil, supraomenesc, dar câteodată ni se pare că vreun poet reuşeşte cu adevărat, că a ţinut în palmă Piatra de Lună. Ştiai că e o legendă? O gemă făcută de raze de lună închegate, hărăzită să se topească prin însăşi lumina ei. Cineva care să o fi ţinut în palmă fără ca ea să se destrame. Continua a leggere

L’abdicazione


[recensione di Alessio Riva]

Triboulet, un “buffone”, un giocoliere, un trickster sovversivo, piove dal cielo e arriva nel circo di Massenzio nella Roma del 2032, dove una folla di suoi seguaci (fra cui bambini ed animali semiselvaggi) lo accoglie, tra feste itineranti di esaltazione dionisiaca, musica e canti sfrenati. Triboulet si pone come Anticristo ed alter Christus, schernito, osannato, amato e odiato, ed infine ricercato da tutte le polizie e segnatamente dal Vaticano, che vede in lui una minaccia di distruzione poi beffardamente attuata, così come quelle ai danni delle altre istituzioni religiose monoteistiche. Ma chi è realmente Triboulet, e cosa è venuto a fare sulla terra? Rainer J. Hanshe ci risponde con un libro provocatorio (il suo secondo romanzo edito), che è un concentrato di filosofia, storia, mito, religione ed è imperniato su una “parusia” attesa da millenni, concretizzata in un’utopia dal sapore rabelaisiano.

Lo scrittore newyorkese, europeo di adozione, dimostra di conoscere i temi “caldi” e le aporie distruttive della società contemporanea, così come il bisogno, e di conseguenza l’attesa, di una società diversa, gioiosamente anarchica, guidata da un leader carismatico e beffardo, liberata da canoni e credenze secolari.

Espliciti i riferimenti a Nietzsche e al suo Superuomo come liberatore morale, con rimandi letterali virtuosistici all’Inferno di Dante e cinematografici a Fellini e soprattutto a Pasolini per la volontà dello scrittore di pungolare e shoccare il lettore, rovesciando i canoni del perbenismo istituzionalizzato (segnatamente di quello relativo alla sfera sessuale). Sorprende tuttavia che alle plurime frecciate, antireligiose ed antiistituzionali, che nel romanzo sono scoccate in direzione del cattolicesimo (concepito solo come istituzione e non sempre capito nella sua effettiva problematicità umana e culturale), non si accompagni una analoga attenzione verso forme di fanatismo tragicamente attivo nel nostro tempo e i cui connotati esiziali non potranno essere ignoti alle genti del 2032.

Originale comunque lo stile dell’autore, duro, ironico, ma al tempo stesso classico e aulico, sagace e mai banale, anzi ricco di accensioni gergali e poliglotte.

Si tratta di un viaggio utopico e fantastico che farà sicuramente riflettere i lettori, coinvolgendoli nel pathos intellettuale di questa «abdicazione». Perchè di vera quanto singolare abdicazione si tratta, che spinge l’intera nostra civiltà, i nostri usi e i nostri valori ad essere sovvertiti.

Da sottolineare il lavoro egregio dell’edizione italiana e della traduttrice Alessandra Puggelli, che ha mantenuto intatto lo spirito drammatico, e al contempo istrionico e parodico, del romanzo. Continua a leggere

To Ariel

(Letter. Postscript. Farewell)

[di Alberto Guareschi]

 

LETTER

Ariel, to tell you everything,

this was the project:

to draw up the chronicles

and let you know (at every step

I thought about the words,

they were like kites

facing sudden disappearance

into the ocean) –

 

always beginning all over again,

never carrying on,

years squandered in gazing

at passing clouds,

moon phases

(from hotel rooms

postcards to friends,

readings of Li Po and other masters) –

 

collected as time passed

earth maps, notes

for tomorrow, sheets

covered with signs,

boxes full of puzzles

and threads to be unraveled

for the final canvas (as a child

I listened to my mother

intent on her chrochet:

she alone could untie

certain tangles) –

 

had I been able, at least,

to commit messages

with fragments of the plot

to carrier-pigeons,

whereas I lost the thread,

Ariel my dear,

zigzag with my nose

from one dream to the other

(feeling as walking

pendulum-wise like that funny

Monsieur Hulot on holiday

seen in the movie) –

 

POSTSCRIPT

Total serenity

of dreamed landscapes,

the fantasy at full speed

on flying carpets,

with new territories to explore

in space and time

(omnipresent the flow of the Notturni,

that “small hand”

free from any force of gravity) –

 

all as foretold

by Arianna’s tarots:

contemplation and Tao,

imagination only,

no action, no doing –

a project diluted along the branches

and the too many branches of branches,

never safe landing-places,

sure passages

uncorrupted by doubt,

between enchanted gardens

and the crash of all chimeras:

always and everywhere

just ink stains only,

no picture

(stretching my fingers out

I had the impression

of playing with soap bubbles:

at sunrise everything disappeared,

farewell you beautiful, 

variegated butterflies,

light ideograms,

puppets and theatres)

 

FAREWELL

Flying carpets confined

in the oblivion room of previous life,

now departure to lands

void of moon phases and seasons,

night day and dusk

all the very same thing –

 

impossible to foretell other letters,

messages from silence,

from when and where

(in Song from the O-mei, between other lines,

I read: “Boarded in the evening 

from the jetty at Ching-chi

bound to the Three Gorges.

Thinking of you far from my eyes now

I go down to Yu-chow…”) –

 

a thin slip of sand behind me,

North Star high on the line

of the horizon –

 

 

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Per Ariele

(Lettera, Poscritto, Commiato)

[ di Alberto Guareschi]

 

LETTERA

Ariele, dirti tutto,

il progetto era questo:

compilare le cronache,

farti sapere (ad ogni piè sospinto

pensavo alle parole,

sembravano aquiloni

votati a una scomparsa repentina

dentro l’oceano) –

 

sempre tornato a capo,

mai proseguito,

anni dilapidati a contemplare

nuvole passeggere,

fasi di luna

(da stanze d’albergo

cartoline agli amici,

letture di Li Po e altri maestri) –

 

collezionato nel corso del tempo

mappe terrestri, appunti

per l’indomani, fogli

ricoperti di segni:

scatoloni ripieni di garbugli

e fili da sbrogliare

per la tela finale (da bambino

ascoltavo mia madre

intenta all’uncinetto:

lei soltanto sapeva districare

certe matasse) –

 

fossi stato capace, perlomeno,

di affidare a piccioni viaggiatori

messaggi con frammenti

del canovaccio:

invece ne smarrivo, caro Ariele,

la trama, zigzagando

da un sogno all’altro

con il naso all’insù

(sensazione di muovermi ondeggiando

pendolarmente, al modo

di Monsieur Hulot in vacanza,

come nel film)

 

POSCRITTO

Serenità totale

dei paesaggi sognati,

la fantasia lanciata a briglia sciolta

sul tappeto volante,

e nuovi territori da esplorare

nello spazio e nel tempo

(onnipresente il filo dei Notturni,

quella “piccola mano”

libera da ogni forza

di gravità) – tutto come previsto

nei tarocchi di Arianna:

contemplazione e Tao,

soltanto immaginare,

non agire, non fare –

 

progetto diluito per li rami

e per li troppi rami

dei rami, mai approdi

sicuri, sbocchi certi

non corrosi dal dubbio,

fra giardini incantati

e il patatrac di tutte le chimere:

dovunque e sempre

solo macchie d’inchiostro,

nessun disegno

(allungando le dita

avevo l’impressione

di giocare con bolle di sapone:

al sorgere del sole

tutto svaniva,

addio belle farfalle variopinte,

ideogrammi leggeri,

pupi e teatrini)

 

COMMIATO

Tappeto relegato

nel dimenticatoio della vita

anteriore, partenza per contrade

senza fasi di luna e stagioni,

notte giorno crepuscolo

la medesima cosa –

 

impossibile dirti di altre lettere,

messaggi dal silenzio,

il quando e il dove

(nel Canto dall’O-mei leggo fra l’altro:

“Sopraggiunta la sera

m’imbarco dal pontile di Ching-chi

diretto alle Tre Gole;

pensando a te lontano dai miei occhi

scendo verso Yu-chow…”) –

 

strisciolina di sabbia alle spalle,

stella polare alta sopra la linea

dell’orizzonte

 

Alberto Guareschi (Parma, 1940) vive da quasi quarant’anni a Lucca. Come funzionario e poi dirigente di alcuni gruppi industriali pubblici e privati ha viaggiato a lungo, non soltanto per motivi professionali, in vari paesi e continenti, avendo la possibilità di approfondire nel contempo esperienze e interessi culturali. Nel 1976 è stato fra i fondatori della Pratiche Editrice, collaborandovi per alcuni anni come amministratore e membro del comitato editoriale. Come autore, ha pubblicato tre raccolte poetiche: Verso Cipro (Guanda, 1963), Teatrini del signor Egli (prefazione di Roberto Carifi, Diabasis, 2004) e Stella polare (Passigli, 2016), dalla quale sono tratti i testi qui presentati. Rilevante anche la sua attività di traduttore, in particolare per Guanda, con la curatela della prima edizione italiana del classico tedesco Tesoretto dell’Amico di casa renano di J. P. Hebel (1989). Presso lo stesso editore ha pubblicato una scelta di liriche di F. Hoelderlin, L’Arcipelago e altre poesie (1965), i Ditirambi di Dioniso di Nietzsche (1967), Nel chiosco di Pressel di H. Hesse (prefazione di Giorgio Zampa, 1987) e, dello stesso autore, Giorni di luglio (1990). Di Tony Duvert ha tradotto dal francese i romanzi Recidiva (prefazione di G. Davico Bonino, Pratiche Editrice, 1978) e Quando morì Jonathan (Savelli, 1981). Altre sue traduzioni poetiche da Georges Bataille, Sarah Kirsch e H. M. Enzensberger sono apparse negli anni Ottanta su “Il Raccoglitore, Quindicinale di Cultura” della Gazzetta di Parma, e su “Rassegna Lucchese”. Del 2008 è l’uscita in Italia presso Diabasis, su suo progetto editoriale, del volume Balcone e altre poesie (prefazione di Iosip Brodskij), a cura di A. Niero, dell’amico poeta russo Evgenij Rejn.

 

Alberto Guareschi (Parma, 1940) lives in Lucca since almost forty years. As an executive and then director of some state and private industrial groups he has travelled extensively, not only for professional reasons, in various countries and continents, thus enriching the range of his cultural experiences and interests. In 1976 he was among the founders of Pratiche Editrice, a member of its literary board and CEO. As an author he has published three books of poetry: Verso Cipro (Guanda, 1963), Teatrini del signor Egli (Diabasis, 2004, with an  introduction by Roberto Carifi) and Stella polare (Passigli, 2016) where the poems in this issue are included. Notable his activity as an editor and translator, particularly for Guanda that published in 1989 the first Italian edition of the German classic by J. P. Hebel, Tesoretto dell’Amico di casa renano. Guanda published also his selection of F. Hoelderlin’s poetry, L’arcipelago e altre poesie (1965), the translation of Nietzsche’s Ditirambi di Dioniso (1967) and of Hermann Hesse’s novels Nel chiosco di Pressel (introduction by G. Zampa) and Giorni di luglio (1990). By Tony Duvert he has translated Récidive (foreword by Guido D. Bonino, Pratiche Editrice, 1978) and Quando morì Jonathan (Savelli, 1981). Other poetry translations (from Georges Bataille, Sarah Kirsch and H. M. Enzensberger) appeared in the Eighties on “Il Raccoglitore”, bi-monthly cultural magazine of Gazzetta di Parma, and on “Rassegna Lucchese”. In 2008 Diabasis published, based on his project and edited by A. Niero, Balcony and other poems (with an introductory essay by Iosip Brodskij) of the Russian poet and friend Evgenij Rejn.

La saggezza breve

“La scrittura breve è un’arte, e l’aforisma ne è la forma principe. Ogni aforisma scaturisce da una delimitazione di campo e, nella restrizione, condensa e apre contenuti nuovi”.

Esordisce così Daniela Marcheschi nel testo della prefazione al volume Aforismi scelti che Mario Vassalle ha pubblicato per i tipi della Libreria Ticinum Editore.

è ancora la Marcheschi a precisare che “Gli aforismi di Mario Vassalle – fisiologo eminente e conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi dedicati ai fenomeni elettrici, che regolano i battiti del cuore – con il loro stile netto conducono il lettore in un percorso molto vario di osservazioni e, proprio per tali motivi, ricco di particolare interesse”.

“Gli aforismi – scrive l’autore nella premessa – vogliono intrattenere la curiosità della mente. Il loro metodo consiste nell’estrarre verità concise dal contesto della realtà umana. («Fanno vedere quello che l’abitudine faceva solo guardare»). Le riflessioni cercano il sistema. Questo processo di analisi in- tende investigare la realtà umana e le leggi che la regolano. Il loro scopo è aumentare la comprensione della vita che ciascuno di noi vive. Il vantaggio di capire e capirsi meglio permette di apprezzare alcuni dei significati del grande dramma dell’avventura umana. Inoltre, si fa meglio quello che si capisce meglio”.

Gli aforismi sono pensiero in pillole. Noi ne abbiamo selezionati alcuni.

VERITÀ

Dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità per uno scienziato è un dovere, per un filosofo un’aspirazione, per un politico un sui- cidio, per un ipocrita una bestemmia, per un debole uno sbaglio, per un ingenuo un’impru- denza, per un diplomatico incompetenza e per una persona normale una possibile alternativa (non dimenticando che può essere assai pericolosa).

GENIO

Se Leonardo fosse stato “ragionevole”, tutt’al più oggi lo chiamerebbero il signor Da Vinci.

ESSERE GIUSTI

Non è difficile essere giusti, se non ne va di mezzo il nostro interesse.

STUPIDITÀ

La stupidità è come il passare del tempo: non risparmia nessuno.

EDUCAZIONE

Le persone educate urlano sottovoce.

LIMITI

Per riconoscere i propri limiti, bisogna averne la capacità.

SOLDI

I soldi che si spendono più liberamente sono quelli degli altri.

AVVERSITÀ

La mancanza di avversità si paga con la noia.

L’oggetto come marionetta

Quattro anni di fiabe al CISCU di Lucca, con il ciclo “9 novelle”

[di Mariapia Frigerio]

L’idea di organizzare un ciclo di narrazioni di fiabe che contenessero “torri e castelli” per il CISCU (Centro Internazionale Studi Cerchia Urbane), nella sede del Baluardo S.Paolino (con la collaborazione della Provincia di Lucca e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca), venne all’allora Presidente, dott.ssa Giuliana Puccinelli. Era un modo per rendere vivo e a portata della cittadinanza un luogo che, famoso per i suoi studi di alto livello, purtroppo risultava sconosciuto ai più. Eravamo nel 2005 e l’esperienza fu portata avanti per quattro anni consecutivi (dal 2005, appunto, al 2009). Il Baluardo San Paolino con la sua casermetta si animò, in quegli anni, per la presenza di bambini e di genitori. E fu, a suo modo, un fatto culturale. Il compito di narrare le fiabe venne affidato a Mariapia Frigerio, con esperienze in ambito teatrale e, in particolare, nel mondo delle marionette, in cui aveva lavorato a Torino, nel Teatro Stabile delle Marionette Lupi.

Scena fissa e scritte di Alessandro Maffei

In quei quattro anni la Casermetta divenne un punto d’incontro per bambini “fortunati” e adulti. Bambini di famiglie di vario tipo, figli di persone di passaggio da Lucca o da poco residenti, abituati a esperienze diverse dalla realtà locale con genitori loro stessi molto interessati e, pure, competenti.

Quei pomeriggi iniziavano con il racconto di una fiaba di fronte a bimbi seduti su un immenso rettangolo di moquette con cuscini, che ricopriva il cotto del pavimento. Seguiva la pausa merenda in un locale attiguo, organizzata da un vero e proprio catering nelle prime due edizioni, poi a cura della Presidentessa stessa. In seguito la narrazione riprendeva con la seconda fiaba. La scenografia era semplice, ma efficace: un tavolo con oggetti in riferimento alle fiabe, scritte alle pareti, una poltrona, una porta “misteriosa” Continua a leggere