Una serena danza di morte

scena balloAl Carcano, “Due donne che ballano”. La “vecchia”, Maria Paiato, si scontra con la “giovane”, Arianna Scommegna, nel testo di Josep Maria Benet I Jornet, prima produzione del Centro Arte Contemporanea TeatroCarcano.

[di Mariapia Frigerio]

In una scena minimalista (pareti che sbirciano altrove, scaffali pieni di fumetti, un tavolo e due seggiole) si muovono due donne o, meglio, non si muovono, in una sorta di sospesa immobilità hopperiana. Se le pose sono statiche, i movimenti sono le battute verbali. All’inizio quasi risapute e divertenti.

La vecchia non sopporta la giovane, una laureata in Lettere che la figlia le ha imposto come aiuto, e vuole rivendicare la sua autonomia. Così l’aggredisce a parole. “Stupida” è il termine con cui le si rivolge abitualmente.

Sono, i loro, due mondi opposti: vecchiaia e giovinezza, ignoranza e cultura, fumetti (“giornalini” come si ostina a chiamarli la vecchia) e libri, Frank Sinatra e Robbie Williams. La giovane fa il suo dovere: controlla che le medicine vengano prese, fa la spesa di detersivi, li ripone e, pur nelle sue pose fisse, lascia trapelare una sorta di disagio attraverso gesti ripetitivi, tic impercettibili, che non sfuggono alla vecchia. Sono proprio questi, anzi, a provocare curiosità per la vita della giovane. E per indurla a parlare, per sapere di lei, inizia a raccontare di sé, della sua vita vuota con, unico ricordo lieto, un’amichetta che, nell’infanzia, le prestava i “giornalini”; del suo sogno di poterli un giorno possedere anche lei quei giornalini, che realizza in età adulta, girando per mercatini. Li ha tutti, ora, tutti eccetto un numero… La sua collezione è il suo “bisogno di vivere fuori dalla realtà”: il bisogno di una femminista fallita.

Il racconto della vecchia-bambina ha il potere di smuovere qualcosa nella giovane che trova così il coraggio di rivelarle il suo segreto: la morte del figlio. Poi, a sua volta, con un regalo “speciale” toccherà definitivamente l’animo indurito della vecchia che inizierà a guardare a lei come a una “figlia”. Perché se la vecchia ha figlia e figlio, questi ci sono solo per prendere la decisione finale dell’ospizio.

Le loro solitudini (entrambe sono ormai “senza” figli) avvicineranno le due donne e le uniranno in una serena danza di morte alle note di “Somethin’ Stupid”.

Il bettibeccarsi quasi comico dell’inizio arriva al dramma finale in un crescendo continuo di emozioni, diverse e lontane dalle cattiverie tipiche dei vecchi che rinsaviscono solo con chi li tratta male come nel delizioso film del ’90, “Tatie Danielle”, o che sono oggetto di disprezzo da parte di chi ancora è giovane come negli splendidi e crudeli “Testi per nulla” beckettiani.

Qui vecchia e giovane, soffrono, condividono e “ballano” non più da sole.

Alle bravissime, pluripremiate attrici e alla regista, Veronica Cruciani, innumerevoli gli applausi nella sera della prima milanese.

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